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3. Gesù di Nazaret: un figlio di Dio demistificato in:

Heinz-Werner Kubitza

L'illusione di Gesù, page 67 - 266

Come i cristiani si sono creati il loro Dio

1. Edition 2019, ISBN print: 978-3-8288-4401-8, ISBN online: 978-3-8288-7395-7, https://doi.org/10.5771/9783828873957-67

Tectum, Baden-Baden
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67 3. Gesù di Nazaret: un figlio di Dio demistificato Il silenzio delle fonti Immagina: un Dio viene al mondo e nessuno se ne accorge. In questi termini, grosso modo, si può sintetizzare l’esito conclusivo, quando si prendano in esame le fonti non cristiane che riferiscono di Gesù e dei primi cristiani. Di Gesù, praticamente, gli storiografi antichi non hanno nessuna notizia. Il fatto che qui, come la Chiesa avrebbe poi fissato per tutti come dogma di fede, un Dio sia diventato uomo e sia morto per i peccati dell’umanità … ebbene, nel primo secolo, sembra che nessuno di loro lo avesse notato. O gli storici romani non ebbero alcuna notizia riguardante Gesù, oppure ritennero quegli eventi troppo insignificanti per darne notizia. Per loro, Gesù era, nella migliore delle ipotesi, uno dei tanti maestri “portatori di salvezza” tipici del Medio Oriente, sulla cui prolifera molteplicità i Romani colti scuotevano la testa spazientiti. Nei suoi Annali, solo intorno all’anno 117, Tacito viene a parlare dei cristiani. Li caratterizza come seguaci d’una “perniciosa superstizione” che sarebbe arrivata fino a Roma “dove tutte le nefandezze e le cose vergognose confluiscono da tutto il mondo e vengono praticate (Annali 15,44,3). Per lui, Gesù altro non è che un malvivente. E rammenta soltanto la sua esecuzione sotto Pilato. Anche Svetonio, il secondo grande storico di Roma, menziona i cristiani solo di passaggio e, anche lui, in modo poco lusinghiero. E sembra inoltre non distinguere affatto tra loro e i Giudei, quando scrive: “I Giudei, 68 Gesù di Nazaret: un figlio di Dio demistificato che erano sobillati da un certo Cresto e provocavano continuamente sommosse, egli [l’imperatore Claudio] li fece scacciare da Roma.” (Vita di Claudio 25,4). In seguito, Svetonio definisce i cristiani (Vita di Nerone 16, 326) come una nuova perniciosa superstizione, come una setta criminale, il cui fondatore è già stato giustiziato. Ebbene, può essere che per gli storici romani, gli avvenimenti al confine estremo dell’Impero fossero semplicemente irrilevanti, non meritevoli di informazione. Sennonché anche nello storico ebreo più importante, presso Giuseppe Flavio, nella sua Storia della guerra giudaica, composta nell’anno 77, non si trova alcun accenno a Gesù. Il che è tanto più sconcertante in quanto Giuseppe si diffonde dettagliatamente sui fatti antecedenti alla guerra e sulla storia del popolo ebraico nel suo insieme, ricordando e descrivendo minuziosamente anche raggruppa menti religiosi, come ad esempio la setta degli Esseni. Vi vengono descritti anche Giovanni il Battista e il suo destino. E neanche una parola su Gesù? Secondo la tradizione cristiana, Giovanni il Battista viene senz’altro inteso quale precursore di Gesù, o almeno sono i Vangeli a rappresentare questa opinione. In Giuseppe Flavio, quindi, non sarebbe necessario che fosse Gesù, invece del Battista, ad essere menzionato? Macché, neanche per sogno! Il teologo Bornkamm osserva “che la storiografia contemporanea, nella misura in cui conobbe qualcosa di Gesù, giudicò la sua attività pubblica tutt’altro che come un evento epocale, qualcosa degno di nota.” (Günther Bornkamm, Jesus von Nazareth, 1971, S. 25) Eppure si trova in Giuseppe Flavio almeno un piccolo accenno a Gesù, che tuttavia non basta per correggere efficacemente la penosità del documento delle fonti. Nelle Antichità giudaiche di Giuseppe Flavio, scritte negli anni 93–94, quindi 17 anni dopo la Storia della guerra giudaica, e oltre 60 anni dopo la morte di Gesù, questi viene citato per nome, sempre solo indirettamente, cioè nella lapidazione di Giacomo, fratello carnale di Gesù. Nella comunità primitiva, questo fratello del Signore, Giacomo, ricopriva una posizione direttiva, e fu ucciso nel 62 per istigazione del sommo sacerdote Anano. 69 Il silenzio delle fonti Egli radunò pertanto il Grande Consiglio per il giudizio. e presentò ad esso il fratello di Gesù, che viene chiamato Cristo, di nome Giacomo, come pure altri ancora che egli accusò di violazione della Legge, facendoli condannare alla lapidazione. (Flavio Giuseppe, Antiquitates XX 9,1) Giuseppe menziona Gesù solo perché vuole far sapere di Giacomo e dell’esecuzione di lui, dal momento che questi era altamente stimato anche dagli ebrei ortodossi. E che ne è di Gesù? E’ stato anche lui vittima d’una esecuzione? Giuseppe Flavio sembra non avere interesse per lui … eh già, non è possibile, neanche in qualità di storico, preoccuparsi di tutto! Ancora più strano che in Giuseppe Flavio, il silenzio su Gesù risulta nello storiografo ebraico Giusto di Tiberiade. Anche questi non fa menzione di Gesù, sebbene Giusto provenisse dalla Galilea, al pari di Gesù, non solo, ma operasse addirittura in Tiberiade, non lontano da Cafarnao, luogo prediletto da Gesù. Forse non conobbe Gesù? Non ne fece menzione di proposito? Non lo sappiamo. Della sua opera, conosciuta ancora da alcuni Padri della Chiesa, non si è conservato nulla. Nemmeno dall’erudito e filosofo ebreo Filone di Alessandria è tramandato alcunché su Gesù, quantunque fossero praticamente contemporanei, e sebbene Filone fosse non solo grande conoscitore della filosofia, ma altresì delle sétte ebraiche. Filone dà notizie dettagliate sugli Esseni, ma in nessun momento menziona Gesù e Paolo. Pertanto Giacomo, il fratello di Gesù, come già Giovanni il Battista, è documentato da fonti non cristiane meglio di Gesù stesso. Avendo consapevolezza di questa realtà delle fonti, ecco: c’è da meravigliarsi che si sia posta la domanda, nei due secoli ultimi, se questo Gesù fosse poi realmente vissuto? Se non sia, nel suo complesso, un prodotto della fantasia, un personaggio semi-mitologico, o tutt’al più la materia lizzazione di idee e aspirazioni religiose in circolazione? Nessuna parola di Gesù, neanche un’azione, che sia ricordata da fonti “indipendenti”? Senza dubbio è molto penoso, per le Chiese cristiane, 70 che di questa svolta rivoluzionaria (secondo una sensibilità teologica), di questa sedicente “irruzione di Dio” nella storia del mondo, non si fosse presa nemmeno conoscenza. Non fa meraviglia, quindi, che cristiani di epoche successive inserissero nel testo di Giuseppe Flavio il cosiddetto Testimonium Flavianum: una glossa cristiana falsificata, arrangiata peraltro piuttosto goffamente. A questo punto, comunque, converrà qui premettere che oggi non si dubita più della (pura e semplice) storicità di Gesù. Nessuno storico singolo mette in discussione che Gesù sia realmente vissuto. Per la verità, ci si deve confrontare con testimonianze esclusivamente cristiane, in base alle quali ci si deve confrontare in misura elevata con impronte soggettive. Ma che cos’altro ci rimane? Se vogliamo conoscere qualcosa su Gesù, possiamo attenerci unicamente agli scritti del Nuovo Testamento. La lunga marcia verso i Vangeli Ad un primo sguardo, ciò può sembrare persino molto promettente, ma per la ricerca si è rivelato sempre più problematico. Tutti gli scritti del Nuovo Testamento ci sono stati tramandati in lingua greca. Gesù, però, parlava aramaico. Le sue parole tramandate sono dunque tradotte. Non esiste, di conseguenza, una sola parola di Gesù veramente autentica. Per di più, non c’è nessun testo originale, ma solamente copie di copie, i più antichi frammenti delle quali risalgono nel migliore dei casi al II secolo. I testi tramandati presentano innumerevoli varianti testuali, che la critica testuale cerca faticosamente di tenere distinte le une dalle altre. Oltre a ciò, tutti gli scritti neotestamentari (compresi i primi tre Vangeli), sono testimonianze di fede, e non cronache storiche, anche se, leggendo per esempio l’avvolgente prologo introduttivo al vangelo di Luca, si potrebbero ipotizzare cose diverse. Anche i Vangeli servono alla trasmissione della fede e all’indottrinamento dei neo- Gesù di Nazaret: un figlio di Dio demistificato 71 La lunga marcia verso i Vangeli convertiti; spiegano la comunione, cioè il pasto serale cristiano delle origini, trasmettono “conoscenze” precocemente teologiche, e sono scritti da uomini convinti della verità dell’insegnamento di Cristo. Non ci si dovrebbe attendere da essi nessun tipo di obbiettività, mentre si dovrà mettere nel conto una certa quantità di convinzioni maturate in maniera soggettiva. Si aggiunga inoltre che solo in uno stadio successivo si giunse alla fissazione di azioni e parole di Gesù. In precedenza, v’era stata già una tradizione orale protratta per decenni. Lo svolgimento, presentato nei Vangeli, che inizia con la comparsa o con la nascita di Gesù, finendo con la sua crocifissione e la sua risurrezione, induce il lettore a credere soltanto in una progressione di eventi. I Vangeli non sono biografie nel senso moderno, bensì una collezione disordinata, o quantomeno non più coincidente con uno svolgimento: un assemblaggio di singole azioni, discorsi, episodi ed incontri. Prima della redazione scritta, c’era stata soltanto una tradizione orale su Gesù, protrattasi per parecchi decenni. Probabilmente fu solo Marco, in effetti, a creare una narrazione coerente, fondando così il genere letterario dell’evangelium. La tradizione orale era tuttavia composta di narrazioni ancora isolate, e consisteva nel tramandare parole spesso prive di contesto. Si narravano singoli prodigi ed esorcismi, vocazioni di discepoli, avvenimenti della sua passione. Evidentemente, l’evangelista Marco (restiamo su questo nome, benché sia fittizio), o un altro prima di lui, raccolse queste tradizioni, cucendo insieme storie e parole già in circolazione, e dandone una prima sequenza cronologica. Solo l’evangelista crea in questo modo (come ha accertato il teologo C. Ludwig Schmidt) la cornice della storia di Gesù, collegando le singole storie in una sequela progressiva di eventi, cercando di unire le notizie biografiche e di dare una collocazione coerente a racconti e parole. Marco crea dunque il canovaccio spaziale e geografico. Se ci si chiarisce il fatto della tradizione orale, diventa evidente come sia assolutamente incerto in quale occasione Gesù avesse pronunciato quali 72 parole, quando e dove avesse compiuto quale azione, e quale fosse la concatenazione degli avvenimenti. Per questo motivo la ricerca neotestamentaria non prende le mosse da un Vangelo nella sua interezza, ma dai singoli episodi della tradizione. Già nella tradizione orale potrebbe essere incominciata la formazione delle leggende, forse mentre Gesù era ancora in vita. Sicché tradizione orale e scritta procedettero sicuramente in modo parallelo ancora per decenni. In questo periodo, gli accadimenti vennero massicciamente ingranditi. Nelle agiografie del cristianesimo primitivo e del Medioevo, si può bene studiare questo progressivo ingigantirsi nel fantastico; e già nei Vangeli stessi lo si può ravvisare con chiarezza. E dove si dice che Dio stesso interviene negli accadimenti, la fantasia non ha più bisogno di trattenersi: l’incredibile, allora, viene recepito a maggior ragione come espressione del divino. Sono molti i passi in cui la ricerca neotestamentaria ha stabilito che non solo si era reinterpretato ed esagerato, ma che per giunta si erano inventate cose in dimensioni enormi. In tutto il mondo nelle chiese, ogni domenica, si raccontano miracoli che Gesù non fece mai, e si specula su detti mai pronunciati da lui. A teologi e parroci locali questo fatto è sovente chiarissimo, diversamente che a molti membri della comunità. Ciò nondimeno lo fanno, offrendo alla comunità che li ascolta norme di vita che sono state in larga misura distillate da storie inventate. La formazione di leggende intorno a Gesù, quale presunto figlio di Dio, si accrebbe rapidamente fino all’assurdo. In breve tempo furono in circolazione racconti, in cui egli fin da bambino trasforma pietre in pane, oppure plasma con l’argilla dei passeri, che poi rende vivi e saltellanti. A poco a poco, la tendenza divenne eccessiva anche per molti cristiani, nonostante tutta la fiducia nell’attività taumaturgica del loro Maestro. Scrittori pagani del II e III secolo incominciarono a prendersi beffe dei grossolani racconti miracolosi, dei portenti che si andavano diffondendo. La Chiesa nascente si vide perciò costretta a separare la pula dei vangeli fantasiosi dal presunto grano dei vangeli attendibili. Gesù di Nazaret: un figlio di Dio demistificato 73 La teoria delle due fonti Quando Marco, primo evangelista, sottese il canovaccio della storia di Gesù, questo fu in lui un lavoro di costruzione. Solo in parte, Matteo e Luca fecero propria questa costruzione ambientale, trasformandola però anche in molti passaggi. Ciò riguarda persino passi centrali dell’annun cio cristiano, come il cosiddetto Sermone della Montagna in Matteo (5–7) che, nella sua forma odierna, è una creazione dell’evangelista stesso, e che non ebbe mai luogo. Matteo ricompose in una predica una serie di parole gesuane, che probabilmente stavano in tutt’altro contesto, mettendo così in bocca al suo Signore anche una serie di idee e parole sue personali. Marco, Luca, e anche il vangelo di Giovanni, non conoscono il famoso Discorso della montagna. Il Vangelo di Matteo consta, per il 60 percento, di racconti mutuati da Marco. Vedremo ancora chiaramente che, proprio per quest’unica gradazione, le tendenze del patrimonio tramandato sono state già cambiate fortemente; e questo sebbene il vangelo di Marco – come la ricerca neotestamentaria oggi ha stabilito – debba essere stato presente in forma scritta all’evangelista Matteo. Si può solo supporre quanto i cambiamenti debbano essere stati sfrenati, quando la notizia di Gesù veniva propagata solo passando di bocca in bocca. Oltre al vangelo di Marco, davanti a Matteo e Luca c’era palesemente una seconda fonte, oggi perduta, che si può tuttavia ricostruire in qualche misura desumendola dai vangeli di Matteo e Luca. Si tratta della Logienquelle Q – la “logia”, o discorso riportato –, giacché questa fonte conteneva in prevalenza discorsi di Gesù e non presentava, manifestamente, nessuna storia della passione. Inoltre, Matteo e Luca impiegano qualche peculiarità, la cui provenienza è perlopiù oscura, ma che in alcuni casi, sulla base di somiglianze nella scelta delle parole e delle visioni teologiche, è da riconoscere come invenzione degli stessi evangelisti. Nel vangelo di Luca, questo contenuto La lunga marcia verso i Vangeli 74 speciale costituisce quasi il 50 percento, nel vangelo di Matteo circa il 30 percento. Il lettore medio della Bibbia ama vedere il Nuovo Testamento come una unità, ed è incline ad armonizzare quanto vi è descritto. Lo storico, invece, vede in ogni libro del NT una fonte autonoma. Lo studioso s’interessa in particolare per le differenze nell’ambito delle tradizioni. Un testamento nuovo, nel senso vero e proprio del termine, per lui non esiste: c’è soltanto una raccolta di fonti più o meno valide per la storia del cristianesimo primitivo. Di esso possono far parte anche scritti che non ce l’hanno fatta ad essere assunti nel Canone. Il Vangelo di Tommaso, scoperto solo nel 1945, contiene alcune parole autentiche di Gesù, finora sconosciute, ma per la verità anche poco spettacolari. E’ un principio basilare della ricerca storica che fonti più antiche siano, di regola, più affidabili, migliori di fonti più recenti; e che pertanto il vangelo di Marco, rispetto a quelli di Luca e Matteo, e tanto più rispetto al vangelo di Giovanni, debba avere la precedenza. Anche testi posteriori, tuttavia, possono essere interessanti, potendo rendere evidenti almeno certe tendenze nella tradizioni; così, ad esempio, quando la persona di Gesù viene sempre più idealizzata, la sua attività miracolistica, ossia la tendenza taumaturgica, è descritta in maniera sempre più grandiosa. I suoi discepoli assurgono lentamente al rango di santi, quando nascono idee teologiche, che non erano ancora esistite nei testi più antichi, oppure quando vecchie idee si trasformano. Il disinteresse di Paolo Noi ne sapremmo di più sul Gesù vissuto sulla terra, se Paolo non avesse taciuto così ostinatamente sulla sua persona. In realtà, gli scritti più antichi del NT non sono affatto i Vangeli, bensì le Epistole di Paolo; in ogni caso, quelle che la ricerca ha riconosciuto come lettere Gesù di Nazaret: un figlio di Dio demistificato 75 autentiche di Paolo. In queste lettere, tuttavia, si trovano a malapena i fatti riguardanti la vita del Gesù storico. Perché Paolo – così scrive egli stesso – non era per nulla interessato al Cristo “secondo la carne”, ossia al Gesù terreno: a lui stava a cuore unicamente il Signore sublimato. In effetti, Paolo non fu personalmente testimone oculare degli avvenimenti, essendo giunto a Gerusalemme per la prima volta non prima dell’anno 35. E certamente si comprende il malumore dell’autore neotestamentario. Se non si fosse dimostrato tanto disinteressato, Paolo avrebbe certa mente usato i suoi contatti con la comunità primitiva e coi discepoli di Gesù, magari soltanto per avere più notizie riguardanti la vita di Gesù; oppure avrebbe fissato il ricordo di quanto sapeva in una delle sue Lettere. Sicuramente, noi avremmo oggi informazioni maggiori e più attendibili sull’uomo Gesù, sulle sue intenzioni e sui suoi detti. Paolo sarebbe potuto diventare il testimone chiave per il Gesù della storia, dato che pur sempre intercorrono 20–25 anni tra la morte di Gesù e le sue Epistole. Non si sarebbe potuto aspettarsi che le sue lettere avrebbero parlato costantemente del passaggio terreno del suo Signore? Ma no, Paolo tace e, anziché parlare di quella realtà, rimanda alla memoria del Signore ormai sublimato. Bisognerà supporre che la sua immagine del Gesù terreno fosse ancora più sobria e spassionata di quella che ci viene presentata nei Vangeli neotestamentari. Infatti, se si riavvolge all’indietro la linea, dai prodotti evangelici di fervida fantasia cristiana del II e III secolo fino a questi Vangeli ancora più sobri, allora ciò che Paolo avrebbe avuto da dire sul Gesù terreno sarebbe stato molto più povero di gesta portentose e di splendori. Perciò, non è forse soltanto un argomento teologico di Paolo, il fatto di ribadire che gli sta a cuore unicamente il Gesù trasfigurato? Paolo ha fatto dunque di necessità virtù, dal momento che la vita del Gesù storico non era stata poi così degna di essere raccontata? La lunga marcia verso i Vangeli 76 Fonti dubbie su Gesù: i Vangeli Paolo va dunque tolto di mezzo, quando vogliamo apprendere qualcosa di più sul Gesù storico. Come fonti storiche, in buona sostanza, ci restano soltanto i Vangeli, di cui i primi tre (Marco, Matteo e Luca) sono definiti sinottici, giacché formano una certa veduta d’insieme sulla vita di Gesù, differenziandosi dal vangelo di Giovanni. Tra i ricercatori del Nuovo Testamento c’è concordia sul fatto che Marco è il vangelo più antico. Venne composto intorno all’anno 70, quindi circa 40 anni dopo la morte di Gesù. Gli estensori del vangelo di Luca e Matteo ebbero presente ai loro occhi lo scritto di Marco, adoperandolo come fonte, ed inoltre almeno la succitata Logienquelle Q: la fonte dei detti sinottici, anch’essa disponibile in forma scritta, ma che non conteneva alcuna storia della passione. Di regola, la nascita dei vangeli di Luca e Matteo si colloca negli anni Novanta del primo secolo. I Vangeli vennero tramandati sotto forma anonima. I nomi degli evangelisti (Marco, Matteo, Luca e Giovanni) sono leggendari: i testi stessi non presentano, in nessun luogo, un nome dell’autore. Le attribuzioni corrispondenti vennero fatte solo alla fine del II secolo, ottemperando al comprensibile desiderio delle generazioni successive di dare un nome ed una paternità ai testi tramandati sotto forma anonima. La ricerca neotestamentaria è unanime nel ritenere che neanche uno dei vangeli risalga ad un testimonio oculare, o che sia d’un discepolo diretto di Gesù, anzi, che persino tutti avessero presumibilmente origine fuori dalla Palestina. Ciò che si sa riguardo al Gesù storico, si deve pertanto ricostruire faticosamente sulla base di scritti che furono composti tra i 40 e gli 80 anni successivi alla sua morte, e che pertanto, prima di essere messi per iscritto, avevano dietro di sé una lunga tradizione orale. Fonti precedenti, come ad esempio le Epistole autentiche di Paolo, non dicono nulla sul Gesù della storia. I successivi vangeli apocrifi, epistole e storie degli Apostoli, sono completamente intessuti di elementi leggendari e favolosi, praticamente inutilizzabile ai fini d’una Gesù di Nazaret: un figlio di Dio demistificato 77 ricostruzione storica. Fonti non cristiane, d’altronde, non esistono. E’ una miseria fondamentale della teologia il fatto che essa non sia basata su fondamenta sicure, bensì che si richiami (e non possa non richiamarsi) ad una tradizione che è tutt’altro che sicura, tutt’altro che fondata, come sarebbe opportuno. I successivi imponenti castelli dogmatici della Chiesa sono – per la storia della tradizione – costruiti sulla sabbia: una “licenza di costruzione” che non si sarebbe mai dovuta concedere. Una cognizione, questa, che non proviene da studiosi anticlericali o atei. La teologia stessa, più di tutti la ricerca neotestamentaria, lo ha accertato e documentato in molte maniere. Pie frodi perpetrate “per la maggior gloria di Dio” Già in Paolo Al pari di molte altre religioni, anche il cristianesimo si presentò, subito dopo la sua nascita, con la pretesa di essere l’unica vera religione. Il Cristo giovanneo definisce se stesso (per dire il vero in una citazione non storica) addirittura come la verità in persona (Gv 14,6). Tanto più stupefacente è constatare quali mezzi e quali vie furono consentite per propagare questa pretesa di verità. Se si trattava di condurre più gente alla fede in Cristo, era permesso senz’altro mettere in pratica anche frodi devote, vale a dire truffe e menzogne vere e proprie. Già nell’apostolo Paolo il rapporto con la verità è assai problematico per orecchi moderni, quando nell’epistola ai Romani egli scrive: “Ma se la verità di Dio abbondò nella mia menzogna, risplende di più per la sua gloria, perché anch’io sono giudicato ancora come peccatore?” (Rom 3,7) Che importanza può avere (e così si può comprendere Paolo), se si menta oppure si dica la verità, purché alla fine si raggiunga lo scopo dell’esaltazione di Dio? Può dunque la menzogna essere peccato? Per Paolo essa non lo è: non lo è, in ogni caso, quando si tratti di annun- La lunga marcia verso i Vangeli 78 ciare Cristo. Allora, è chiaro, tutti i mezzi sono buoni. L’autorevolissimo predicatore Giovanni Crisostomo, già nel mondo antico celebrato come dottore della Chiesa e dichiarato nemico degli Ebrei, considerato patrono dei predicatori, si schiera addirittura in favore della necessità della menzogna, qualora ne vada della salvezza delle anime. (Sull’intera tematica si veda Karlheinz Deschner, Abermals krähte der Hahn/Il gallo cantò ancora/, ed. it. p. 24). Anche secondo il padre della Chiesa Origene, per lungo tempo prestigioso padre della Chiesa, era lecito applicare frode e menzogna come strumenti per la salvezza. Persino Dio può mentire per amore. E non fu solo nei padri della Chiesa, ma già negli scritti essenziali del cristianesimo, nel Nuovo Testamento, che la verità fu manipolata senza troppi scrupoli. Nomi inventati di autori Così oggi, nella scienza neotestamentaria, si giudica dimostrato il fatto che molti scritti recano un nome d’autore falso, e sono quindi pseudoepigrafici ovvero, per dirla più sciattamente, sono semplicemente falsificati. Così, nel Nuovo Testamento, sono considerate false alcune epistole di Paolo, per esempio la Lettera II ai Tessalonicesi, la lettera agli Efesini e ai Colossesi, nonché le Lettere a Timoteo e a Tito. Tutt’e due le lettere di Pietro, nel NT, sono dei falsi, e non sono di Pietro più di quanto le lettere di Giacomo e di Giovanni siano state scritte realmente dai primi apostoli Giacomo e Giovanni. Nel mondo antico era per molti aspetti consuetudine che gli scrittori facessero circolare i loro scritti sotto falso nome, qualora essi stessi non si ritenessero abbastanza autorevoli. Tale procedimento aveva successo, quando si pensi che, in questo modo, le falsificazioni riuscirono ad entrare persino nel NT. Già nell’antichità si sapeva di tali falsificazioni. Tant’è che gli scritti pseudepigrafici oltrepassano di molte grandezze le dimensioni del NT. Non esistevano quasi personaggi eccellenti dei quali non circolassero scritti falsificati. Di Pie- Gesù di Nazaret: un figlio di Dio demistificato 79 tro, a mo’ d’esempio, esistono un presunto vangelo ed una apocalisse. Di altri si conoscevano ulteriori storie degli apostoli, epistole e altri vangeli. Molti di quegli scritti furono tenuti in alta considerazione dalla patristica dei primi secoli, e solo più tardi furono espunti e cancellati dalla letteratura ecclesiastica. Falsificazioni nei Sinottici Ora, sarebbe assai ingenuo ipotizzare che negli scritti del NT si trovi la verità, oppure che, come la Chiesa ha affermato per lungo tempo, lo Spirito Santo abbia provveduto a che nel Canone neotestamentario sia presente solo pura teoria. Purtroppo, anche negli scritti neotestamentari si trova, spesso all’ordine del giorno, tanta pia frode per la maggiore gloria di Dio (pia fraus ad maiorem Dei gloriam), sebbene non così impudente e sfacciata come negli scritti posteriori. E’ un caso fortuito che noi possiamo studiare, nei vangeli sinottici, come gli evangelisti manipolassero il materiale a loro disposizione. Avessimo un unico vangelo, non potremmo dire granché in proposito. Soprattutto confrontando ciò che Luca e Matteo hanno fatto della presentazione di Marco, per lo storico che indaga (ma anche per i cristiani critici), ne vengono risultati spaventosi. In centinaia di passi, Luca e Matteo hanno migliorato il progetto di Marco non solo linguisticamente, completandolo, spostando e ricomponendo gli elementi, ma guarnendolo altresì di inediti accenti, e fregiandolo di differenti orientamenti teologici. In più, dalla penna degli evangelisti vengono aggiunti senza scrupoli nuovi detti e nuove gesta di Gesù, mentre altri vengono espunti. Quanti mutamenti in un unico livello della tradizione, e per giunta su una presentazione scritta! Lo storico inorridisce nell’immaginare soltanto quale cambiamento deve aver subìto la tradizione di Gesù già nel tramandarsi di bocca in bocca. Variazioni e cambiamenti vennero introdotti con la massima naturalezza. In nessun momento si ha l’impressione che gli evangelisti, La lunga marcia verso i Vangeli 80 nel loro fare e disfare, avessero provato scrupoli di sorta. Rispetto alle fonti, avvedutezza e cautela nel tramandare – virtù basilari d’uno storiografo moderno – si cercano invano nei devoti autori della Chiesa primitiva. Si ha piuttosto l’impressione sconcertante che agli evangelisti stesse a cuore non tanto la precisa documentazione su Gesù, quanto invece l’illustrazione della loro personale teologia, presentata avvalendosi delle parole gesuane. In realtà, non ci si faceva scrupoli di aggiungere inventando, oppure di espungere motti e detti di Gesù, qualora ciò sembrasse opportuno. Timore, o addirittura riverenza per le parole di Gesù, sono ancora oggi, in molti devoti ambienti biblici, un sentimento profondo. Si operavano cancellazioni, si aggiungeva, si correggeva abbellendo o sdrammatizzando, si davano interpretazioni, teologizzando e ricostruendo. Gli evangelisti furono, insomma, più creatori che custodi conservatori, e le loro opere più predicazioni che biografie. Giovanni: un vangelo intero come poesia devota Il vangelo di Giovanni si differenzia nettamente dai tre vangeli più antichi per quanto concerne struttura, linguaggio e contenuti logici. Qui si trovano, oltre ai lunghi discorsi di Gesù, anche molte idee teologiche che divergono dai vangeli sinottici. E qui, per di più, si trovano alcuni dei passi più belli per chi legge la Bibbia (Io sono la via, la verità, la vita (Gv 14,6), Io sono il buon pastore, il buon pastore dà la vita per le sue pecore (Gv 10,11), i quali resero il vangelo giovanneo il più bello non solo per Lutero e Kierkegaard, ma anche per i teologi Rudolf Bultmann e Karl Barth. Eppure i discorsi del vangelo di Giovanni (è questo il giudizio unanime della ricerca neotestamentaria) sono considerati, nella sostanza, libere creazioni del quarto evangelista. Non hanno nulla (o appena qualcosa) a che fare con l’effettivo annuncio di Gesù. Lo si riconosce facilmente dal fatto che discorsi e passaggi di questo vangelo – grandiosi dal punto di vista cristiano – erano semplicemente scono- Gesù di Nazaret: un figlio di Dio demistificato 81 sciuti agli evangelisti precedenti. Se costoro li avessero conosciuti, i tre sinottici li avrebbero presentati, senza accontentarsi del magro e scontroso materiale tramandato e delle invenzioni ancora goffe, se paragonate col vangelo di Giovanni. Una proposizione come Io sono la risurrezione e la vita (Gv 11,25), non sarebbe stata in nessun caso dimenticata né dai suoi discepoli né dai loro successori, e sarebbe stata inclusa senz’altro nei vangeli sinottici. Questo in ogni caso, qualora Gesù l’avesse pronunciata per davvero. Il fatto che una frase siffatta compaia solo nell’anno 100, proprio nel Vangelo di Giovanni, la rivela (e con essa oltre il 95 percento della tradizione di questo evangelista), smascherandola come una tardiva creazione: e quindi, dalla prospettiva di oggi, come un falso vero e proprio. Per Rudolf Bultmann, il massimo studioso neotestamentario del XX secolo, il Vangelo di Giovanni, per quanto egli lo apprezzi personalmente, “non viene affatto in questione” quale fonte dell’annuncio di Gesù. (Rudolf Bultmann, Theologie des Neuen Testaments” p. 418). E la teologa Luise Schottroff prende atto che in esso “quasi nessuna parola è di Gesù.” (cfr. FAZ del 19/9/1971, l’articolo Ist die Mainzer Theologie noch christlich?//La teologia di Magonza è ancora cristiana?//, di Kurt Reumann). Da questo punto di vista, il vangelo di Giovanni è di gran lunga il falso più impudente di tutti gli scritti del Nuovo Testamento. Qui, di fatto, un vangelo intero è apparso in gran parte frutto di libera immaginazione. Eppure anche negli Atti degli Apostoli, i discorsi riferiti da Luca, per esempio quelli di Pietro (ed in ciò sono largamente concordi i ricercatori neotestamentari), sono libere creazioni degli evangelisti. Karlheinz Deschner richiama l’attenzione sul fatto che questi discorsi fittizi costituiscono quasi un terzo degli Atti degli Apostoli, e che del loro autore (Luca, secondo la leggenda) più di un quarto deriva dal testo del NT. (Deschner, op.cit, tr.it. Il gallo cantò ancora, Massari 1998, p. 47) Queste conoscenze, risultati della ricerca neotestamentaria, non impediscono in nessun modo a chiese e parroci di usare disinvolta- Giovanni: un vangelo intero come poesia devota 82 mente per le loro prediche anche il vangelo di Giovanni, dimostrando così, come già i loro antichi predecessori, la presunta verità del Vangelo a forza di citazioni falsificate. Si obbietta, a buon diritto, che non si dovrebbero tenere questi testi antichi sulla corda della moderna coscienza critica. Questi testi – così si sente dire da ogni parte da teologi di tutte le confessioni – mirano soprattutto ad annunciare Cristo, il Signore crocifisso e risorto. Non sono dunque documenti storici, bensì testimonianze di fede. Certo è che le Chiese non hanno parlato in questi termini sempre, ma solo quando anch’esse dovettero ammettere che non si può prendere ogni parola del Signore per oro colato. Sul fatto che si impieghino e utilizzino parole manifestamente false di Gesù come testimonianze di fede, le Chiese stesse potrebbero fare finalmente chiarezza. Increscioso è solo che, con ciò, anche molte parti dei Vangeli siano escluse come fonti in ordine alla questione: chi fu in realtà Gesù, e cosa voleva? Sicché anche per i cristiani rimane assai inquietante il fatto che, nel Nuovo Testamento, si debba fare i conti con scritti che con la verità – a dir poco – non vanno tanto per il sottile, e per i quali è del tutto indifferente se questa o quella parola di Gesù sia davvero autentica, o se sia scaturita solamente dallo stato d’animo soggettivo di un’anima bella. Chi pone la domanda su quali passi neotestamentari – di fronte a tanto disinvolto rapporto con la verità storica – si possa finalmente ancora scommettere, di quali ci si possa fidare, ebbene, costui ha riconosciuto la portata del problema. Giacché anche nei Sinottici si trovano molte parole che Gesù non ha pronunciato, molte azioni che non ha commesso. Per cui ampie parti dei commenti esegetici consistono oggi in questo: la storicità dì una tradizione è da approfondire, da verificare o da respingere? E poiché la scienza storica non è una scienza esatta, siccome i giudizi storici non possono mai essere dimostrati al cento per cento, ma tutt’al più essere attestati quanto basta, ebbene, tra gli esegeti neotestamentari non c’è spesso unanimità riguardo alla storicità d’una Gesù di Nazaret: un figlio di Dio demistificato 83 Ricerche vecchie e nuove sulla “vita di Gesù” tradizione. Concordi si è, tuttavia, nel riconoscere che si ha da lavorare con molto materiale di seconda mano, dovunque i confini si snodino concretamente, anche nel caso singolo. Una fede in larga parte ingenua nelle Scritture, come Lutero e i riformatori difesero in parte (e come oggi soprattutto gruppi evangelici in senso popolare amano rappresentare), non è ammissibile per motivi di onestà intellettuale: tanto quanto un fare ricorso alla tradizione, assecondando la prassi del cattolicesimo. Gli scritti che avrebbero formato in seguito il Nuovo Testamento aumentarono a poco a poco il loro prestigio e la loro diffusione. E quantunque non mancassero, specialmente nel corso del II secolo, parecchi scrittori, anche cristiani, ad esprimere francamente dei dubbi, per esempio sulla serietà del vangelo di Giovanni, non se ne trova più traccia in epoche successive. Scritti ritenuti in passato controversi si andarono trasformando in Scritture Sacre: il Canone neotestamentario fu visto ora, nel suo complesso, esente da errori e ispirato dallo Spirito Santo. E così rimase fino a molto tempo dopo la Riforma protestante. Con l’ascesa dell’Illuminismo e con la nascente passione e comprensione della storia, si cominciò ad occuparsi anche degli scritti neotestamentari, cercando di leggerli non più con animo dogmatico, ma secondo un’ottica storicistica. Nacque allora, in Germania, la ricerca sulla vita di Gesù, la cui storia Albert Schweitzer ha descritto nel suo capolavoro teologico. Ricerche vecchie e nuove sulla “vita di Gesù” Con slancio e ottimismo si affrontò l’impresa di portare alla luce chi questo Gesù fosse stato nella realtà del suo tempo. Si voleva vederlo come fu veramente, liberato dalle pastoie della dogmatica. E il compito sembrò risolvibile. Smantellando strato dopo strato tutto quanto era trasmesso dalla tradizione, si sarebbe dovuto – così si credeva – penetrare fino al nucleo della storia. Il personaggio Gesù sarebbe apparso 84 tale quale era vissuto realmente. E le fonti, ciò era chiaro, non potevano essere che i tre Vangeli sinottici. In essi doveva palesarsi il Gesù storico. Così il futuro medico a Lambarene e teologo Albert Schweitzer, nella sua Geschichte der Leben-Jesu Forschung (1913) //Storia della ricerca sulla vita di Gesù//, descrive i molti tentativi da parte di teologi di impossessarsi del Gesù della storia, dovendo però, alla fine, constatare il fallimento di quei tentativi. Il Gesù storico non si lascia più riportare alla luce, e i tentativi dei teologi non fanno che rispecchiare fin troppo le loro stesse attese. I Vangeli gettano, tutt’al più, una luce assai torbida su quanto, laggiù, accadde veramente 2000 anni or sono. Già i Vangeli sinottici si sono rivelati talmente imbevuti di prove di fede della comunità, che il Gesù reale si faceva ancora intravvedere, nel migliore dei casi, in modo marginale. La consapevolezza storica, assolutamente presente negli storici romani contemporanei, sfugge totalmente agli evangelisti: in questo, anche Luca non fa eccezione. E nessuno in quel tempo poteva pensare ad un’epoca come la nostra, quando si sarebbe stati talmente ossessionati dai fatti. I protocristiani avevano occhi per le proprie comunità, essendo totalmente orientati all’annuncio. E alla finalità dell’annuncio era subordinata la verità storica, come si può ancora dimostrare in centinaia di passi. I Vangeli non erano ancora considerati testi sacri, ragion per cui li si maneggiava e manipolava con una certa disinvoltura. Se la ricerca neotestamentaria, dunque, ha posto nuovamente, negli anni Sessanta del XX secolo, la questione del Gesù storico, lo ha fatto sicuramente anche perché non le restava nessun’altra scelta. In ultima analisi, non esistono altre fonti su Gesù che non siano gli scritti del Nuovo Testamento. E’ necessario azzardare il passo sopra il ponte marcito, sebbene esso traballi a tal punto, nella speranza di potervi fare alcuni passi in avanti, e senza avere la certezza di raggiungere mai l’altra sponda. E sebbene il compito si configuri più difficile di quanto si supponeva inizialmente, anche se la storia della tradizione resterà più variegata, il complesso delle leggende più copioso, Gesù di Nazaret: un figlio di Dio demistificato 85 Origine e discendenza di Gesù e sebbene la visione complessiva della biografia gesuana resti impossibile, tuttavia oggi nessun ricercatore neotestamentario contesta più che, nel groviglio della tradizione, si ravvisino talvolta parole autentiche di Gesù, e che vi si rispecchino accadimenti storici. E anche i risultati negativi contri buiscono in un certo senso alla conoscenza: così quando può essere espunto il deposito della Tradizione che, in modo inequivocabile, non risale al Gesù storico. Sono inoltre nuovi metodi di analisi, una critica testuale più raffinata, la maggior considerazione dei risultati della scuola di storia religiosa e di storia formale, quelli che hanno dato supporto alla rinnovata problematica del Gesù storico. Nei prossimi capitoli, quindi, si dovrà cercare, sulla base dei risultati scientifici della ricerca, di descrivere chi probabilmente sia stato questo Gesù di Nazaret, al quale si richiamano le Chiese, colui che esse annunciano come Signore e figlio di Dio: chi sia stato e non sia stato, ciò che ha creduto e ciò che probabilmente non ha creduto. Va da sé che, nel farlo, non si possa e non si debba avere riguardo per le dogmatiche e i contenuti di fede delle Chiese o di gruppi cristiani. Per la verità si può, per converso, porre a posteriori la domanda: in quale misura la fede delle Chiese e dei gruppi cristiani si possa conciliare con i risultati scientifici e con le fonti. E’ lecito alle Chiese richiamarsi con ragione a Gesù di Nazaret? Le loro dottrine si lasciano mettere davvero in relazione con lui? Che cosa se ne può dire sinceramente, e cosa non se ne può dire onestamente? Origine e discendenza di Gesù Gesù venne al mondo in Galilea, e la sua precisa data di nascita è sconosciuta. Comunemente, si accetta l’anno 4 dell’era precristiana come data più verosimile delle altre; sennonché ciò avviene spesso in conseguenza del tentativo di farlo venire al mondo mentre era ancora in vita il re Erode il Grande, al quale la Bibbia ascrive le uccisioni dei 86 bambini, conosciute come strage degli innocenti. Il nome Gesù deriva da Jeoshua, e significa Geova aiuta. Il nome ricorre sovente nella letteratura coeva. Manifestamente, non si cercò di imporre a Gesù un nome diverso, quantunque il Messia – secondo Isaia 7,14 – si fosse dovuto chiamare propriamente Immanuel. La sua madrelingua era l’aramaico di Galilea, e come luogo di nascita viene accettato Nazaret di Galilea. Questo centro urbano era insigni ficante, nel mondo antico, e non se ne fece menzione né nella letteratura ebrea contemporanea né nell’Antico Testamento, e nemmeno nello storico ebreo Giuseppe Flavio. Il fatto comprova che Gesù nacque effettivamente in quel luogo perché, qualora si fosse inventato il luogo di nascita di Gesù, si sarebbe scelta sicuramente una città d’una certa importanza. L’irrilevanza di Nazaret viene sottolineata ancora in Giovanni (1,46), dove si pone la domanda: “Da Nàzaret può venire qualcosa di buono?” Matteo e Luca, tuttavia, fanno nascere Gesù non a Nazaret, bensì a Betlemme, perché questo centro era considerato come città di Davide, e il Messia, secondo una concezione ebraica largamente diffusa, doveva provenire appunto dalla generazione di Davide. Evidentemente, il fatto che Gesù fosse oriundo da Nazaret non si poteva negare (il che depone pure a favore), e di conseguenza, per ragioni teologiche, i futuri evangelisti ricorreranno allo stratagemma di averlo fatto nascere almeno a Gerusalemme. Di una tale esultanza il vangelo di Marco non sa ancora nulla. In Matteo e Luca, un rispettivo albero genealogico dovrebbe confermare la discendenza davidica di Gesù, sottendendo la linea da Davide fino a Giuseppe, in qualità di padre di Gesù. A questo punto, però, abbiamo un problema. Se si guarda a Gesù in quanto figlio di Giuseppe, riconducendolo all’ascendenza davidica, allora il fatto stride con le leggende sulla natività, secondo cui il padre di Gesù non fu propriamente Giuseppe, bensì lo Spirito Santo. E allora anche le genealogie che risalgono a Davide non hanno più significato. In più, la nascita direttamente dallo Spirito Santo è ovvia- Gesù di Nazaret: un figlio di Dio demistificato 87 mente molto più brillante, più maestosa di una semplice provenienza dalla generazione di Davide. Sul piano storico, la situazione è chiara, giacché la soprannaturale origine di Gesù, con lo Spirito santo come padre, coincide con la visione della successiva comunità credente: una conscia superiorità del Cristo creduto e sublimato. Inferiore e priva di spettacolarità, e pertanto più probabile storicamente, è invece la derivazione dal casato di Davide (cioè senza intervento dello Spirito santo), e con Giuseppe come padre di Gesù. Eppure anche la discendenza di Gesù dalla generazione davidica viene ritenuta inverosimile da molti teologi. Probabile che ci si avvicini massimamente alla verità storica presupponendo che Gesù fosse nato da una famiglia piuttosto insignificante in Galilea, e che solo dopo la sua morte si fosse ipotizzata un’ascendenza davidica e poi, col tempo, addirittura una paternità dello Spirito santo. Per questa via è possibile far derivare le une dalle altre tutte quante le tradizioni. Con questi problemi, del resto, la Chiesa cattolica si salva volentieri con lo stratagemma di dichiarare Maria una donna davidica, facendo risalire proprio a lei gli alberi genealogici. Il fatto che questo contrasti col testo, e che la derivazione d’una genealogia a partire dalla madre sia in contraddizione con il diritto ebraico e le consuetudini ebraiche, non disturba più di tanto la Chiesa cattolica. Quel che conta, per essa, è che tornino i conti fatti dalla dogmatica. Si vedrà ancora che la Chiesa cattolica ha sempre avuto, anche per altri versi, un rapporto piuttosto ambiguo con i risultati storici. E continua ad averli ancora oggi, per quanto riguarda le grandi questioni dottrinali. D’altra parte, le due genealogie in Luca e Matteo non si lasciano porre in sintonia. Esse hanno origine, in maniera palese, da tradizioni differenti. Matteo fa risalire il suo albero genealogico fino all’epoca semi-mitica, su su fino al progenitore Abramo. Luca (il presunto evangelista storico!) traccia la linea, persino completa, fino alle mitiche origini con Adamo. Il numero delle generazioni e dei nomi è diverso. Matteo conta 42 generazioni da Abramo a Gesù, Luca ne Origine e discendenza di Gesù 88 conta 56. Già il padre Giuseppe, quindi il nonno di Gesù, si chiama Giacomo, in Matteo, mentre in Luca il suo nome è Eli. “E da Giuseppe fino a Davide, pur sempre lo spazio d’un millennio, i due alberi genealogici hanno in comune [solo] due nomi!” Deschner, op.cit. p. 38) Anche gli alberi genealogici si spiegano, nel modo migliore, come pure e semplici costruzioni fantastiche. Rispetto ad esse, il Vangelo di Giovanni non è affatto interessato ad una discendenza dalla generazione di Davide giacché, per l’estensore di questo vangelo, Gesù è un Dio già prima della sua nascita, essendo cioè un’entità divina preesistente. A questo punto, una derivazione unica ed esclusiva dal re Davide non farebbe altro che disturbare. Giuseppe, il padre di Gesù, era un artigiano edile (technes), e noi possiamo supporre che anche Gesù avesse appreso e praticato questo mestiere. Gesù aveva almeno quattro fratelli e alcune sorelle, dei quali si fa menzione nei Vangeli (Mc 6,3). Di questi, sembra che fosse lui il più vecchio. Tra i suoi fratelli carnali c’era anche Giacomo che, come altri membri della famiglia, non fece parte dei suoi seguaci fintanto che visse Gesù, ma che in futuro avrebbe giocato un ruolo importante nella comunità primitiva di Gerusalemme. Si ritiene generalmente che Gesù, all’epoca del suo esordio pubblico, avesse circa trent’anni, e fosse quindi un uomo ormai maturo. La sua azione si estende, secondo i sinottici, per non più di un anno; secondo il vangelo di Giovanni, al contrario, il periodo si estese da due a tre anni. Il che si è desunto dalle feste che sono ricordate nel vangelo giovanneo. In Giovanni, Gesù compare cinque volte in occasione di feste svoltesi a Gerusalemme; nei vangeli sinottici, per contro, si racconta di un unico viaggio a Gerusalemme, che si conclude appunto con la sua morte. Ed ecco altre discordanze: nei Vangeli sinottici Gesù opera principalmente in Galilea, recandosi a Gerusalemme solo poco prima della morte, mentre il vangelo di Giovanni ci presenta l’immagine d’un Gesù che agisce soprattutto a Gerusalemme. E’ comprensibile che in Giovanni prevalga apertamente la tendenza a far agire il Gesù di Nazaret: un figlio di Dio demistificato 89 figlio di Dio quanto prima possibile nella capitale spirituale dell’ebraismo, e non nell’insignificante Galilea, che oltretutto non godeva proprio di buona reputazione. Per questo motivo c’è da dare la preferenza alla narrazione dei sinottici, visto che sicuramente, in epoche successive, si sarebbe inventata un’attività sullo sfondo prevalente della Galilea. A causa della diversa disposizione in Giovanni, questi è evidentemente costretto a porre la cosiddetta “purificazione del tempio” subito al debutto dell’attività di Gesù, mentre nei sinottici essa è integrata nell’evento della Passione, collocandosi quindi all’epilogo dell’attività di Gesù. Il vangelo di Giovanni e i sinottici divergono insomma fortemente, in alcuni momenti decisivi, gli uni dagli altri. Ma anche nei sinottici stessi si trovano sicuramente (ove si legga e si paragoni con precisione) ben più di mille contraddizioni, insensatezze e versioni divergenti, prodotte dal sopra descritto fare e disfare arbitrario degli evangelisti. Ciò diventa un problema solo quando si parte dal presupposto che le parole di Gesù si trovino nel Nuovo Testamento scevre da errori ed esenti da contraddizioni. Questa posizione, che si riscontra in gruppi evangelici e nelle Chiese libere in Europa, ma soprattutto negli USA, è una pia stupidaggine, e per di più nata dall’ignoranza, oppure assunta da altri credenti come assestamento dogmatico. Ai fondamentalisti biblici si può senz’altro obiettare che essi non prendono affatto sul serio gli scritti che essi stessi pretendono di esaltare oltremodo: già qualche semplice raffronto di una pericope tratta dai Sinottici mostra le differenze con chiarezza. L’aspetto fisico di Gesù Riguardo alle fattezze di Gesù non sappiamo nulla: nessuna immagine e nessuna descrizione ci è stata tramandata. Alcuni tra i primi padri della Chiesa ci fanno intravedere un Gesù carico di difetti fisici, o anche consciamente brutto. Sembra che Origene, nel III secolo, lo Origine e discendenza di Gesù 90 ritenesse addirittura deforme. Questi passi, però, potrebbero essere intesi in senso puramente dogmatico. V’erano infatti, nei primi secoli, gruppi di diversamente credenti, sostenitori della tesi secondo cui Gesù avrebbe avuto solo un corpo fittizio, negando pertanto la vera natura umana di Gesù. Rimarcando quindi – contro codesti docetisti – determinati difetti somatici, si sottolineava la natura di Gesù in quanto vero uomo. Si constata come i primi uomini di chiesa non indietreggiassero neppure di fronte ad una deformità del loro Signore, pur di motivare la loro dogmatica. In seguito, però, si è raffigurato Gesù come uomo di sembianze particolarmente gradevoli, dal momento che la sua divinità sembrò dover implicare anche questo aspetto. Assecondando appunto, e per sempre, l’immagine manierista di cui c’era bisogno. Alcuni storici ebraici sono dell’opinione che Gesù fosse sposato, sostenendo che questa fosse la normalità per un uomo della sua età. Di ciò, i Vangeli non sanno nulla, o sembrano non avere alcun interesse per la questione. In ogni modo, un argumentum ex silentio (argomento dedotto dal silenzio) si regge sempre su piedi d’argilla. Questa argomentazione, d’altronde, mette il dito su una dolorosa ferita della ricerca sulla vita di Gesù: sul fatto, cioè, che noi non sappiamo proprio nulla circa l’infanzia, la giovinezza e l’incipiente maturità di Gesù. Solo poco tempo prima della sua morte, infatti, Gesù si mostra pubblicamente. Che cosa aveva fatto fino a quel momento, come si era svolto il suo processo di maturazione, quale religiosità e quali modelli aveva avuto? Aveva visto, del mondo, qualcos’altro che non fosse la sua terra natia di Galilea? Quali rapporti ebbe con la sua famiglia, coi suoi fratelli? Quali amici aveva avuto, a quali influenze era esposto, di che genere fu la sua formazione, che cosa aveva imparato? Sapeva leggere e scrivere? Parlava forse, oltre all’aramaico, anche il greco? Tutte queste domande, irrinunciabili per una biografia in senso moderno, per poter tracciare lo sviluppo d’una personalità, non rivestono alcun interesse per i Vangeli. Gesù di Nazaret: un figlio di Dio demistificato 91 Le leggende sulla nascita Marco, l’evangelista più vecchio, incomincia subito con la comparsa in pubblico di Gesù, e sembra non avere interesse per i fatti antecedenti alla sua attività pubblica. O non ne sapeva proprio nulla? Forse che i primi 30 anni della vita di Gesù erano stati privi di eventi spettacolari? Lo si potrà ben supporre, eppure ciò non poteva, a lungo andare, restare sconosciuto. Con i santi, o coi condottieri religiosi, anche la fanciullezza dev’essere stata già ricca di prodigi: è una legge basilare della storia delle religioni, che si può documentare in molti modi. Anche il Messia, pertanto, deve avere avuto un’infanzia fuori dal comune. Ragion per cui, in Matteo e Luca – prima dell’attività vera e propria di Gesù – si trovano le leggende relative alla nascita, di cui Marco non sa ancora nulla. Nella ricerca, queste leggende, per quanto riguarda la vita di Gesù, sono considerate – per dirla alla grossa – del tutto prive di valore, e tuttavia la dicono lunga sulle credenze future della comunità. Sono infatti invenzioni degli evangelisti o dei loro predecessori, essendo scaturite da un interesse meramente teologico. Il censimento della popolazione, o forse il calcolo del fisco, che dovrebbe essere stata l’occasione per il viaggio verso Betlemme, non avvenivano ancora in quel modo. L’evangelista Luca, che viene definito volentieri lo storiografo tra gli evangelisti, (sebbene racconti un unico evento concretamente verificabile, cioè l’esecuzione di Giovanni il Battista), confonde qui alcuni dati di fatto. In effetti, il primo censimento romano ebbe luogo negli anni 6–7 dell’era cristiana, “e non fu esteso a tutta la Palestina, come suppone Luca, ma soltanto a parte della regione di Giudea e Samaria (e Idumea, situata a sud), e nemmeno alla Galilea. Nell’anno 6, Augusto depose il padrone di questo territorio, Archelao, inglobando la zona sotto la diretta amministrazione di Roma. Di qui il censimento. Il signore della Galilea, Erode Antipa, rimase al potere. Colà, quindi, non vi fu nemmeno un preventivo calcolo tributario da parte dei Romani.” (Hans Conzelmann, “Geschichte des Urchristentums”, S. 19). Le leggende sulla nascita 92 Anche l’uccisione dei bambini, più nota come strage degli innocenti, attribuita ad Erode il Grande (da non confondere con Erode Antipa, il sovrano del territorio di Gesù), non ebbe mai luogo. Erode era morto già nell’anno 4 prima di Cristo. E fu senza dubbio un efferato macellaio e un despota. Fece uccidere tre dei suoi figli (ad onor del vero non in giovane età), e su di lui siamo abbastanza bene informati grazie allo storico ebraico Giuseppe Flavio. A quanto pare, lo storiografo Giuseppe ha addirittura un interesse ad elencare tutte le scelleratezze di Erode. Tra le quali non risulta, però, un eccidio di neonati a Betlemme. Anche in altri luoghi non esistono riferimenti coevi che lo confermino. In ogni modo, anche la minaccia rappresentata da un futuro dominatore è un ricorrente luogo comune, tipico in letteratura, tanto da essere spesso ripetuto nelle storie antiche. Ma perché mai la famiglia di Gesù è costretta a recarsi a Betlemme? Matteo costruisce questo racconto per una ragione che, in seguito, dovrà essere sfruttata ancora più volte. Egli desidera rappresentare la realizzazione d’una profezia contenuta nell’Antico Testamento, in questo caso quella di Michea 5,1 E tu, Betlemme di Efrata, così piccola per essere fra i villaggi di Giuda, da te uscirà per me colui che deve essere il dominatore in Israele: le sue origini sono dall’antichità, dai giorni più remoti. (p. 1521, Sacra Bibbia, ed. CEI/ UELCI), Per questo, e solo per questo, viene intessuta la storia della natività. Il futuro re di Israele deve venire alla luce in Betlemme: una provenienza dalla minuscola, insignificante Nazaret, non era sufficiente. Anche qui si constata nuovamente: dove la tradizione non va bene, dove il materiale disponibile non conferma palesemente la visione desiderata, l’evange lista, o uno dei suoi precursori, non si fa scrupoli Gesù di Nazaret: un figlio di Dio demistificato 93 di combinare un’incredibile storia avventurosa di briganti, come quella che qui ci viene presentata con l’ingresso a Betlemme e con la strage dei neonati. E tutto ciò pur di vedere realizzata una profezia riportata nell’Antico Testa mento. Specialmente Matteo ribadisce e “attesta” di continuo diversi passi dell’AT. Dire che questo evangelista non tratti con precisione la verità, sarebbe minimizzare in maniera spudorata. Viste dalla ricerca storico-critica, tutte queste sono falsificazioni belle e buone, e gettano una luce inquietante sulla credibilità di questo evangelista. In quali tradizioni si vorrà ancora avere fiducia, quando in passi come questo si constata con quanta faccia tosta si falsifica e si tramano devoti inganni? Eppure le storie sulla nascita sono ancora relativamente facili da smascherare; e non c’è nessun esegeta o storico affidabile che abbia opinioni diverse in proposito. Ma come si vuole, di fronte a queste non così manifeste narrazioni o azioni di Gesù, indagare ancora sulla loro storicità, quando si vede con quanta leggerezza l’evangelista qui si trastulli con la tradizione, inserendo nel gioco “palle” personali, da far rizzare i capelli, senza perdere il buon umore? Ma qui si torna a pensare con una mentalità troppo moderna, potrebbe obiettare qualcuno. Non si può certo rimproverare agli evange listi di non aver posseduto una consapevolezza storica “moderna”. Naturale che non si possa; tuttavia, con questo esempio, basterà che sia messo in chiaro con quali problemi si ha a che fare quando effettivamente – come tenta di fare la ricerca neotestamentaria – si vuole penetrare all’interno del nucleo storico. Con le storie inventate, gli evangelisti non ebbero problemi di nessun tipo. Agli storici odierni, di conseguenza, non rimane altro che il faticoso cammino della ricostruzione analitica, dell’indagine critica della tradizione e del formalismo storico. Fortunatamente, tuttavia, anche le storie prive di fondamento storico non sono del tutto prive di valore e di senso, agli occhi dello storico. Il quale ottiene pur sempre una visione, un’idea del pensiero, penetrando nella teologia di coloro che compongono e tramandano Le leggende sulla nascita 94 vangeli, riuscendo a riconoscere intenzioni e tendenze da cui trarre illazioni. Trattandosi di leggende sulla natività, questo fatto è evidente. Sulla nascita di Gesù, in prima battuta, non c’erano state palesemente tradizioni di sorta, eppure in breve tempo esse vennero create, muovendo dal comprensibile bisogno di colmare questa lacuna nel senso d’una agiografia. Nel farlo, gli evangelisti si servono volentieri di modelli veterotestamentari; soprattutto per Matteo fu importante fornire la prova che Gesù era il messia profetizzato nei testi antichi. Vi si rispecchia la basilare tendenza ad accrescere lo splendore e la grandiosità della narrazione, di riempire delle lacune, di colorare l’esistente. Ed è possibile che, in quel tempo, certe contraddizioni insite nella narrazione non fossero affatto percepite come tali. Riflettendo sulle intenzioni dell’annunciazione di Marco, si constata che egli, con le leggende della nascita, ha fatto davvero un gran lavoro. Persino chi è lontano dalla Chiesa conosce la storia commovente che ogni anno, soprattutto secondo il vangelo di Luca, racconta dai pulpiti la nascita di Gesù nella stalla e nella mangiatoia (presso Matteo in una casa). I pastori sui prati, o i re magi dall’Oriente, vengono messi in scena ogni anno in migliaia di chiese. Bue e asinello sono manifestamente elementi accessori provenienti dall’AT: “un bue conosce il suo signore” (Isaia 1,3). Anche sul piano emotivo, in effetti, la narrazione natalizia appartiene alle cose più belle che il Cristianesimo possa offrire. Da credenti e non credenti, il Natale viene sentito come la massima festa cristiana (sebbene, quanto al contenuto, il Venerdì santo e la Pasqua dovrebbero valere molto di più); e persino coloro che sono lontani dalle Chiese trovano una volta all’anno, per la messa di mezzanotte, l’occasione di recarsi in chiesa, a cui appartengono ancora, nel migliore dei casi, in quanto membri che pagano la tassa ecclesiastica. I Tedeschi, in particolare, sanno festeggiare questo Natale, a quanto pare, nelle forme più leggiadre. Malvolentieri, a questo proposito, si vorrebbe disturbare, percependo quasi sguardi carichi di disappunto Gesù di Nazaret: un figlio di Dio demistificato 95 Gesù, alunno di Giovanni il Battista? nel dover constatare: tutte quante le scene natalizie sono prive di qualsiasi fondamento storico. Quei racconti così familiari sono un conglomerato composto di errori storici, di sogni, di ideali e di dogmatica. La festa più importante dei cristiani si basa per intero su mere leggende. Qui non sono singoli punti ad essere cambiati o inventati; qui s’intreccia tutta una ghirlanda di leggende storicamente senza valore, eppure di grande continuità tradizionale e di efficacia largamente diffusa, poste in essere da devote fantasie. Rimane ancora da osservare che anche la fuga in Egitto, raccontata da Matteo, non ha più senso, dal momento che non vi fu né una persecu zione né un viaggio a Betlemme. A quanto pare, Matteo narra questa storia al solo scopo di segnalare di nuovo un vaticinio, fornendo una prova di divinazione, questa volta dal profeta Osea 11,1: “Quando Israele era fanciullo, io l’ho amato, e dall’Egitto ho chiamato mio figlio.” Coincidenza e volontà di allinearsi con l’Antico Testamento giungono palesemente al punto tale, che Matteo vede Gesù in rapporto parallelo con Mosè giacché, come in Mosè la nascita suscita l’inquietudine del faraone, in entrambe le circostanze si verificano una strage di bambini e una salvezza miracolosa. Non apprendiamo nulla di storico, eppure otteniamo pur sempre interessanti conoscenze relative alla teologia e al mondo ideale dell’evangelista. Gesù, alunno di Giovanni il Battista? Non soltanto Gesù viene rivalutato biograficamente attraverso leggende natalizie, che nella sostanza risalgono agli evangelisti; anche Giovanni il Battista viene introdotto in guisa leggendaria, in Luca, e la sua nascita circonfusa in maniera estatica da una nebulosa, con l’ausilio di devote narrazioni. La notizia che sia figlio d’un sacerdote, che suo padre Zaccaria svolga il suo servizio nel tempio e sua madre abbia il nome di Elisabetta, è probabilmente una reminiscenza retorica. La storia della sua nascita prodigiosa, però, ha tutte le caratteri- 96 stiche d’una leggenda, con forte ricorso all’Antico Testamento. Al pari di Sara, moglie di Abramo, infatti, Zaccaria e Elisabetta sono ambedue vecchi e senza figli. Elisabetta era considerata sterile (e la sterilità era quasi sempre una macchia delle donne, mai del marito). Mentre Zaccaria svolge il suo servizio nel tempio, gli appare l’arcangelo Gabriele e gli annuncia la prodigiosa gravidanza della sua anziana consorte. Zaccaria non vuole crederci, muovendosi così bravamente nella cornice leggendaria dell’attesa giacché, in questo modo, il miracolo annunciato ne viene ancor più rafforzato. A causa della sua incredulità, tuttavia, Zaccaria viene colpito da mutismo, da cui viene risanato dopo che suo figlio Giovanni viene al mondo. Ora, l’evangelista Luca unisce le due leggende natalizie di Gesù e Giovanni, facendo sì che Maria, la madre di Gesù, alla quale fu pure annunciato in modo prodigioso la nascita d’un figlio, faccia visita ad Elisabetta. E quando esse si incontrano, ecco che il nascituro saltella nel ventre di Elisabetta (l’evangelista lo ricorda due volte), riconoscendo evidentemente il suo signore. Luca riporta poi l’inno di lode di Maria (il celebre Magnificat), come pure l’inno di Zaccaria (il Benedictus): tutto composto in larga misura con elementi scenici mutuati dall’Antico Testamento: belli da leggere, e anche da musicare. Anche qui, in ogni modo, il valore storico è assai vicino allo zero. Per il lettore della Bibbia e per la tradizione ecclesiastica, Giovanni il Battista è il precursore che annuncia il Messia che verrà dopo di lui, più forte di lui, al quale egli non è degno di sciogliere i lacci dei sandali. Questa immagine dei vangeli, però, corrisponde al vero? Nella realtà, Giovanni il Battista si è sentito soltanto un precursore (di Gesù)? Gli storici nutrono legittimi dubbi. Se prima non si sapeva come classificare storicamente Giovanni Battista, oggi tuttavia – dopo i reperti manoscritti di Qumran – si riparte dal principio che egli stesse in rapporto con questo monastero e con la setta degli Esseni. Giovanni battezzava nei pressi del monastero di Qumran, e viene descritto come asceta che religiosamente apprezza il deserto, proprio come si è fatto a Qumran. Ha avuto contatti con gli Esseni? Gesù di Nazaret: un figlio di Dio demistificato 97 Di questo manca la definitiva conferma, eppure molte circostanze parlano in favore di ciò. Accertata è la sua attività predicatoria, e così pure la sua morte violenta, raccontata da Giuseppe Flavio: Erode Antipa, governatore della regione di Gesù, l’avrebbe fatto giustiziare per paura di sommosse politiche. La leggenda di Salomè, come la tramanda Marco 6,17–29, secondo cui la testa di Giovanni deve cadere perché la figlia di Erode, Salomè, la pretende come prezzo per la sua danza, si addice benissimo come libretto d’opera; ma resta comunque un racconto leggendario. Si può qui chiarire, a mo’ di esempio, un ulteriore principio della ricerca storico-critica: quando si è in presenza (come in questo caso) di due tradizioni, la regola è di dare la preferenza alla variante non spettacolare. Facilmente, infatti, si può comprendere come, intorno alla morte d’un personaggio famoso, si formino delle leggende; difficilmente, per contro, sarebbe pensabile che la morte, ove fosse accaduta realmente in modo così immaginario, avrebbe potuto essere raccontata dallo storico Giuseppe Flavio, peraltro così sobrio. Non solo la nascita, insomma, ma pure la morte di Giovanni il Battista abbelliscono i vangeli in forme altrettanto favolose. Se è vero che Giovanni Battista fu giustiziato nel 15° anno di Tiberio (si veda Lc 3,1–20, l’unico passo che unisce il vangelo di Luca con la cronologia assoluta), l’esecuzione del Battista ebbe luogo nell’anno 28 o 29. La sua predicazione è un’arringa giudiziaria. Egli punta sulla fine prossima del mondo e fa appello alla conversione per gli uomini, affinché possano scampare al giudizio incombente, al battesimo del fuoco (il che significa la perdizione degli empi senzadio). A tal fine gli aspiranti alla penitenza vengono da lui battezzati nelle acque del Giordano. Il battesimo di Giovanni è un “sacramento escatologico penitenziale” (Philipp Vielhauer). A differenza delle note abluzioni giudaiche, questo battesimo è un evento unico, e viene eseguito dal battezzatore stesso, non dai battezzandi. Tra i molti che si fecero battezzare da Giovanni nel Giordano, vi fu anche Gesù. Per di più, i tre evangelisti sinottici fanno iniziare Gesù, alunno di Giovanni il Battista? 98 col battesimo la sua attività vera e propria. Secondo la versione più antica, nel vangelo di Marco, è questo lo scopo per cui Gesù si reca dalla Galilea al Giordano. Il battesimo di Gesù per opera di Giovanni è un fatto storico giacché, come vedremo, alla comunità cristiana ne derivarono in seguito delle difficoltà. Della vita di Gesù, antecedente al suo battesimo, non sappiamo nulla, come s’è detto. Nel suo articolo su Giovanni Battista, il teologo Vielhauer ipotizza tuttavia che Gesù avesse seguito Giovanni per un certo tempo. “E’ possibile che per qualche tempo egli fosse stato nella cerchia dei discepoli di Giovanni.” (Philipp Vielhauer, articolo Johannes der Täufer, RGG 3; anche Theißen lo suppone, cfr. Theißen/Merz, Der historische Jesus, S. 194). Una testimonianza diretta a questo proposito non esiste, ma per la verità è sempre balzato allo sguardo il fatto che la predicazione del Battista e la predicazione di Gesù presentino parecchie coincidenze. Da Giovanni, Gesù avrebbe “ricevuto le suggestioni più incisive, riconoscendo nell’opera di lui, come nella sua personale, i segni dell’imminente Regno di Dio […], tanto da definirlo il più grande tra gli uomini […] (Vielhauer, op.cit.). Dell’insegnamento di Gesù, o meglio delle sue concezioni, ci occuperemo diffusamente in seguito. Intanto, si può immaginare che Gesù sia andato, per così dire, a scuola presso Giovanni il Battista? I due perseguono manifestamente lo stesso intento, si sono conosciuti di persona e stimati reciprocamente (quantomeno, l’alta considerazione di Gesù per Giovanni è attestata senza equivoci); Giovanni Battista era il più vecchio, già attivo allorquando Gesù esordì nella sua vita pubblica. Qualora, liberati dal dogmatismo, si intendesse Gesù come uomo comune, questo potrebbe essere un aspetto intelligibile della sua evoluzione biografica. Nessuno, in realtà, esordisce senza certe premesse: persino un Mozart non è pensabile senza esperienze antecedenti. Nulla è più naturale del fatto che si attraversi un’evoluzione, prima di impegnarsi personalmente; ovvio che si debba imparare, prima di creare in prima persona. Sennonché questa ovvietà, ove si guardi a lui quale Gesù di Nazaret: un figlio di Dio demistificato 99 figlio di Dio, attraverso il dogmatismo delle Chiese, a Gesù non può essere naturalmente ascritta. Se Gesù dovesse aver frequentato effettivamente una sorta di noviziato presso Giovanni Battista, o addirittura a Qumran, gli evangelisti sarebbero obbligati a non farne parola. E’ sorprendente il fatto che non solo Gesù, ma anche il Battista ebbe dei discepoli. Ciò sarebbe piuttosto insolito per qualcuno che vede se stesso solo come precursore, e non annette quindi nessun grande significato alla propria persona. Nondimeno, i discepoli di Giovanni sono chiaramente documentati, e hanno venerato manifestamente come messia Giovanni, e non Gesù. “Di costoro [dei discepoli di Giovanni] noi non sappiamo quasi nulla, e tuttavia, da alcuni passi polemici, più di tutto nel Vangelo di Giovanni, possiamo dedurre che essi esistevano. Alcune volte, infatti, Giovanni sottolinea, con toni piuttosto incisivi, che il Battista non era la luce, ma il Messia (Gv 1,8;19). V’erano apertamente persone che lo ritenevano tale.” (Conzelmann, Geschichte des Urchristentums, S. 107). Secondo Rudolf Bultmann, Giovanni non attendeva affatto il Messia, bensì un intervento di Geova, giacché Giovanni predicava che nel deserto non si doveva preparare la via ad un venturo Messia, bensì a Geova stesso.” (Bultmann, Geschichte der synoptischen Tradition, S. 320). E suppone, per di più, che anche al Battista sarebbero state attribuite azioni miracolose, che però furono sottaciute nei Vangeli. Che Giovanni il Battista fosse un precursore di Gesù, una figura comunque subordinata e secondaria rispetto a lui, è una versione cristiana. Dal momento che noi, riguardo all’insegnamento di Giovanni Battista, disponiamo in sostanza soltanto di fonti cristiane, le cose non devono stare soltanto in quel modo. Gesù e il Battista predicarono l’imminente dominazione di Dio, ebbero discepoli, e morirono entrambi di morte violenta. La posizione prevalente di Gesù di Nazaret, rispetto al Battista, è probabilmente un risultato dell’evoluzione storica del mondo ecclesiastico nel corso del primo secolo. Sarebbe più comprensibile se il rapporto maestro-allievo fosse andato in senso contrario a quello rappresentato nel Gesù, alunno di Giovanni il Battista? 100 Nuovo Testamento. Giovanni il Battista “sembra essere stato, per la verità, una figura autonoma, un personaggio assoluto”. (R. Augstein, Jesus Menschensohn//Gesù Figlio dell’uomo, S. 147) Balza all’occhio il fatto che il Battista, in maniera palese, non si subordini mai direttamente a Gesù, e che non lo confermi nemmeno come Messia. Fosse stato così, i Vangeli l’avrebbero sicuramente annunciato. Solo il vangelo di Giovanni introdurrà poi questa prospettiva. In luogo di ciò, i sinottici più antichi recano la domanda di Giovanni dal carcere, che chiede chi sia Gesù. Fino alla sua fine, non si trova una conferma di Gesù da parte del Battista. Per questo motivo, anche lo studioso neotestamentario Gert Theißen dichiara: “Giovanni non fu un testimone di Gesù.” (Theißen/Merz , Der historische Jesus, S. 192). E Gesù stesso, alla domanda del Battista, risponde in maniera stranamente evasiva. E’ difficile che la questione del Battista sia stata inventata in tempi successivi. E se Giovanni si fosse riconosciuto in Gesù, ciò sarebbe sicuramente stato sfruttato a fine propagandistico dai primi cristiani. La rappresentazione di Giovanni Battista, così come ci si presenta nei vangeli, è di conseguenza il risultato d’un processo di metamorfosi. Non solo mediante la leggenda della sua nascita, ma anche tramite la sua opera, la figura di Giovanni Battista viene fagocitata dall’incipiente teologia cristiana. I discepoli di Giovanni compaiono altre volte in forme diverse (Atti 18,24 e 19,1). La setta battesimale gnostica dei Mandei, attiva già intorno all’anno 30, venerava forse Giovanni il Battista (!) in quanto figura di redentore, polemizzando contro Gesù morto “il quale sarebbe stato un profeta di menzogne” (Augstein, op.cit, p. 16, nota 8). I discepoli di Giovanni attendevano probabilmente il ritorno del Battista, allo stesso modo in cui i primi cristiani aspettavano il ritorno di Gesù. La setta dei Mandei sembra avesse raggiunto il suo culmine intorno all’anno 100; nel 200 è ormai palesemente irrilevante, al punto da non essere più menzionata tra le sette eretiche. Eppure esiste ancora oggi nell’Irak meridionale. Quale importanza e quale consapevolezza di sé avesse in realtà il Gesù di Nazaret: un figlio di Dio demistificato 101 Battista, non si potrà forse più acclarare, sulla base delle fonti esistenti. Chiaro è solamente che le origini dei Vangeli sinottici (ad eccezione di Marco) presentano una quantità di materiale leggendario che, o proveniva dalla tradizione, oppure venne appositamente creato dagli evangelisti stessi. Il valore storico è pressoché nullo, la posizione del Battista nella biografia di Gesù è quantomeno ambigua. Ai primi capitoli in Luca e Matteo spetta per le Chiese un’alta valenza dogmatica, che tuttavia, dal punto di vista della ricerca storica, rivela il valore che può avere un assegno a vuoto. Il battesimo di Gesù ad opera di Giovanni Solo pochi dati nei Vangeli sono tanto sicuri e attendibili quanto il battesimo di Gesù per mano di Giovanni il Battista. Ciò nondimeno, il battesimo di Gesù da parte di Giovanni divenne presto un grosso problema. Il battesimo è senza dubbio un atto di peccatori; ma per i cristiani Gesù fu subito considerato come uomo esente da peccato. Proprio sul modello del battesimo di Gesù e delle relative tradizioni, è possibile rappresentare di nuovo assai chiaramente con quanta libertà gli evangelisti abbiano maneggiato gli elementi della tradizione. In principio ci fu (almeno in questo caso) un accadimento storico, cioè il battesimo di Gesù. Nel vangelo più antico (Mc 9,1–11) Gesù (e lui soltanto) vede aprirsi il cielo e lo spirito di Dio scendere su di lui in forma di colomba. Una voce parla (a lui): “Tu sei il figlio mio amato, del quale mi sono compiaciuto.” Il cielo aperto e la voce di Dio vengono qui descritti quasi come una visione di Gesù. Solo lui vide il cielo aprirsi, solo lui udì la voce di Dio. In Marco, il racconto del battesimo richiama così alla memoria le narrazioni vocazionali dei profeti veterotes tamentari. Matteo, assumendo la storia del battesimo come Luca l’ha assunta da Marco, aggiunge ora l’obiezione del battezzatore: “Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te, e tu vieni da me? Al che Gesù Gesù, alunno di Giovanni il Battista? 102 risponde: “Lascia fare per ora, perché conviene che si adempia ogni giustizia.” Solo dopo, Gesù viene battezzato. Questo breve dialogo tra il battezzatore e Gesù è – come dimostrano la scelta dei vocaboli, le statistiche lessicali ed un raffronto delle idee teologiche – un’invenzione di Matteo, che però esprime palesemente un problema che era davvero presente nelle prime comunità cristiane. Gesù era considerato il maggiore: com’è possibile che venga battezzato da quel Giovanni di rango inferiore? Grazie a quel fantasioso piccolo dialogo, questo interrogativo viene sciolto per il bene della comunità. E’ chiaro che per Matteo non rappresenta un problema la necessità di escogitare qui una parola di Gesù. Eppure anche nella parola di Dio Tu sei il mio figlio prediletto, Matteo fa il suo intervento, cambiandolo in Questi è il Figlio mio, l’amato; in lui ho posto il mio compiacimento.” (Mt 3,17). Ora, mediante questo cambiamento, la voce di Dio non parla a Gesù direttamente, ma evidentemente alle persone circostanti. Il racconto non viene più descritto come visione, ma come un proclama. Gesù viene quasi presentato come figlio di Dio. L’evangelista Luca (Lc 3,21–22) mantiene invero l’originaria versione di Marco Tu sei il mio figlio prediletto, e naturalmente non sa neppure nulla del dialogo immaginato da Matteo, ma in compenso ha cancellato del tutto il battezzatore dalla sua storia del battesimo. In lui, difatti, Giovanni Battista non compare nel racconto del battesimo. Si può dunque riconoscere con chiarezza la tendenza a respingere la partecipazione del Battista, mitigando teologicamente, se non l’indecenza, la sconvenienza del battesimo peccaminoso per Gesù. Un passo avanti fa poi il vangelo di Giovanni (Gv 1,29–34). In esso, Gesù si presenta a Giovanni, ma non reca i peccati suoi personali, bensì i peccati del mondo (che peraltro, a ben guardare, dovrebbero essere eliminati solo con la sua morte sulla croce). In Giovanni, il battesimo non viene neanche raccontato, e il battezzante, in questo racconto, ha solo il compito di identificare Gesù come colui che battezza con lo spirito, laddove egli stesso può battezzare solo con l’acqua. Nell’a- Gesù di Nazaret: un figlio di Dio demistificato 103 pocrifo Vangelo dei Nazarei (non assunto nel Nuovo Testamento), Gesù reagisce persino sgarbatamente all’invito di sua madre e dei suoi fratelli di andare a farsi battezzare: “In che cosa ho mai peccato, perché debba andare a farmi battezzare da lui?” Per i primi cristiani, insomma, il battesimo di Gesù fu un fatto sempre più imbarazzante; e ciò viene rispecchiato con maggiore evidenza dalle diverse tradizioni e da diversi filoni di fatti tramandati. “Storicamente, sarà proprio quello che questa tendenza apologetica tenta di negare: Gesù riconobbe il Battista, per un certo periodo, quale maestro superiore, e si fece battezzare da lui per la remissione dei suoi peccati. Ebbe coscienza di sé come uno dei molti che volevano cambiare vita in Israele allo scopo di sfuggire all’imminente giudizio di Dio.” (Theissen/Merz, Der historische Jesus, S. 193) La Chiesa considerò ben presto Gesù come esente da peccato. Sennonché, in modo non equivoco, egli stesso si sentì radicalmente peccatore. La Chiesa si è dunque imposta, facendo prevalere la propria visione dogmatica. Non è l’ultima volta che la verità, o la verosimiglianza della storia, è costretta a piegare la schiena di fronte all’arroganza e ai sogni. Altri esempi seguiranno. Anche nelle storie battesimali si osserva come fosse ancora plasmabile la tradizione. La parole di Gesù non erano ancora considerate sacre, gli evangelisti le impiegavano liberamente, inventandole, ogni qualvolta ciò concordasse e coincidesse con la propria visione teologica; persino la voce di Dio veniva tramutata, senza che questo suscitasse nell’evange lista scrupoli di sorta. La volontà creativa degli evangelisti fu essenzialmente più forte dell’accuratezza nella trattazione del materiale preesistente della tradizione. Insomma, ciò che non conveniva, venne poi aggiustato e opportunamente adattato. Gesù, alunno di Giovanni il Battista? 104 L’errore cardinale di Gesù: il Regno di Dio non arrivò L’annuncio del Regno di Dio fatto da Gesù La ricerca neotestamentaria è concorde nel ritenere che il nucleo principale della predicazione di Gesù consistette nell’annuncio dell’imminente Regno di Dio, come è espresso per esempio in Marco 1,15: “Il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo”. Il concetto del Regno di Dio ricorre abbastanza di frequente sulle labbra di Gesù; lo si trova come sintesi della sua attività in singole “logie”, tanto quanto nei maggiori sermoni e parabole che hanno per argomento appunto l’arrivo del Regno. Per la ricerca, il fatto che il Gesù storico parlasse effettivamente del Regno, risulta, tra l’altro, dal fatto che questo interesse centrale di Gesù ha giocato un ruolo sempre più evanescente per la Chiesa futura. Per le prime comunità cristiane, era Gesù stesso il contenuto dell’annuncio, e il concetto del regno di Dio arretra vistosamente. Già per Paolo, l’idea del Regno di Dio non ha quasi più nessun ruolo, e il vangelo di Giovanni si atteggia in ugual modo. Per di più, la rappresentazione di un regno di Dio, in un ambiente cristiano-pagano, è difficilmente comprensibile. Il concetto presuppone infatti un contesto ebraico, o giudaico-cristiano. Appunto questa scarsa intelligibilità, ed in più l’evidente ritiro dell’applicazione di questa concezione, fanno intendere che qui abbiamo a che fare con una parte della ipsissima vox, ossia della originaria annunciazione di Gesù. Gesù ha annunciato l’avvento imminente del regno di Dio. Ma la Chiesa, con l’andar del tempo, ha finito per annunciare non il Regno, bensì Gesù. Di fronte all’evento della Passione, rispetto ai miracoli e ai precetti etici di Gesù, anche oggi, nell’annuncio delle Chiese, il regno di Dio – come Gesù lo espresse – ha un ruolo soltanto marginale. Ciò dipende anche dal fatto che qui, per le Chiese, si manifesta il problema della vicina attesa. Gesù ha proclamato l’imminente regno Gesù di Nazaret: un figlio di Dio demistificato 105 L’errore cardinale di Gesù: il Regno di Dio non arrivò di Dio. Ed è qui, nel tema centrale del suo annuncio, che egli si sbagliò: il Regno di Dio, di cui ha predicato l’arrivo prossimo e incombente, non giunse mai. Così annuncia Gesù secondo Marco 9,1: “In verità io vi dico: vi sono alcuni, qui presenti, che non morranno prima di aver visto giungere il regno di Dio nella sua potenza”. Egli ha inviato i suoi discepoli ad annunciarlo con queste parole: “Non avrete finito di percorrere, prima che venga il Figlio dell’uomo.” (Mt 10,23). E in Marco 13,30 asserisce con forza: “In verità io vi dico: non passerà questa generazione prima che tutto questo avvenga.” A favore della storicità di queste parole depone il fatto che esse, già con la redazione del vangelo più antico, si erano rivelate quasi una falsificazione, apparendo dunque superate. Difficilmente sarebbero potute essere inventate più tardi; la loro presenza nei vangeli può comprendersi solo se e in quanto possono rivendicare l’autorità di Gesù. Rudolf Bultmann, in modo quasi rappresentativo della ricerca neotestamentaria, sintetizza in questi termini: “Non c’è bisogno di altre parole: nell’attesa dell’imminente fine del mondo, Gesù si è ingannato.” (R. Bultmann, Das Urchristentum, S. 22). Dopo 2000 anni, i cristiani sono sempre in attesa della svolta epocale, che il loro Signore gli annunciò erroneamente come vicinissima. Ed è ben lecito porre alle Chiese la domanda: come mai il Figlio di Dio, proprio quello che esse annunciano, abbia potuto sbagliarsi in questo modo. Nella sua fede nel prossimo Regno di Dio, Gesù si rivela appunto non tanto essere divino, ma molto di più quale figlio del suo tempo. L’idea d’una fine dei tempi sotto la regale dominazione di Geova, era presente nel mondo ebraico, ed era parte del generale patrimonio di fede in molti scritti ebraici riguardanti la svolta dei tempi, ma anche già nel libri di Daniele, che ebbe accesso nel Canone veterotestamentario. La supplica per il Regno di Dio si trova non soltanto nella preghiera ebraica delle 18 benedizioni, ma anche (“Venga il tuo regno”) nella preghiera gesuana del Padrenostro. Oltre a ciò, sappiamo che Gio- 106 vanni il Battista aspettava già una svolta finale dei tempi e la venuta di Dio (non l’arrivo di Gesù!). Forse Gesù ebbe proprio dal battezzatore, suo presunto maestro, i contenuti determinanti del proprio annuncio. Sarebbe quindi da accertare se egli avesse mitigato la rude predicazione del Battista, con tanto di giudizio rabbioso e battesimo del fuoco, accentuando più fortemente la benedizione della futura dominazione di Dio, particolarmente nelle sue parabole. Ma anche il Battista si sbagliò, in maniera palese, con la sua proclamazione della prossima venuta di Dio. Per lui, come per Gesù, la fine del mondo era lì lì per verificarsi. Come Gesù, d’altronde, il Battista venne giustiziato, senza che gli annunci si fossero avverati. E lo storico neotestamentario Theißen pondera attentamente la questione se, proprio per questo, Gesù fosse già tentato di elaborare una prima delusione per l’attesa mancata: “L’attesa del Battista non aveva avuto compimento: il profeta era stato incarcerato e ucciso.” (Theißen/Merz, Der historische Jesus, S. 195) Il ruolo di Gesù nel Regno di Dio Che ruolo aveva previsto per sé Gesù stesso in questo Regno di Dio? Più in generale, ne previde uno per sé? Ciò è stato affermato più tardi dalla Chiesa e dai Vangeli. Nel mondo della ricerca, questo quesito è assai controverso, anche se la maggioranza tende a supporre che Gesù, in questo dramma della fine dei tempi, non attribuisse a se stesso nessuna funzione. In continuità con la funzione del Battista, era persuaso del fatto che il tempo incalzava: egli riteneva immediatamente incombente, e altresì ineluttabile, l’avvento della dominazione divina. Sarebbe arrivata comunque, anche senza la sua predicazione e senza gli avvertimenti relativi: il Regno di Dio, per lui, non si poteva arrestare in alcun modo. Vi sono tuttavia alcuni passi in cui Gesù pone il proprio destino in relazione con l’avvento dell’egemonia divina. Così risponde alla Gesù di Nazaret: un figlio di Dio demistificato 107 domanda del Battista, se sia lui che dovrà venire, in modo invero evasivo: “Andate e riferite a Giovanni ciò che udite e vedete: i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo.” (Mt 11,4–5). La guarigione di infermi e le cure per i poveri, qui ricordati da Gesù, sono per un ascoltatore ebraico premonizioni della dominazione divina. In seguito a ciò, il governo di Dio sarebbe già iniziato e si rivelerebbe tramite le azioni compiute da Gesù. In Matteo si trova la proposizione: “Quando io scaccio i demoni col dito di Dio, allora il regno di Dio è sceso da voi.” (Mt 11,20). I due detti sono considerati autentici nella ricerca, e così Gesù avrebbe non solo parlato d’un futuro regno di Dio, ma ne avrebbe già constatato la venuta. Nella questione d’una partecipazione di Gesù all’irrompere del regno di Dio, è pure palese uno sguardo al titolo Figlio dell’Uomo, che Gesù ha usato sicuramente; incerto è unicamente in quale senso lo usasse. L’idea del Figlio dell’Uomo s’incontra la prima volta nel libro di Daniele e in alcuni scritti apocrifi (Enoch Etiope, libro 4 di Esra). Il Figlio dell’Uomo è in esso una figura della fine dei tempi, alla quale verrà trasferita la dominazione di Dio, dopo che i nemici di Dio, forse attraverso il Figlio dell’uomo, saranno stati annientati. Si allude qui di nuovo a popoli interi (Medi, Babilonesi, Persiani). In questo senso, la tradizione del Figlio dell’Uomo è anch’essa espressione d’un nazionalismo abbagliato in senso religioso, nonché del desiderio di annientare fisicamente altri popoli. Il Figlio dell’Uomo viene presentato talvolta anche come guerriero nella guerra finale dei tempi, in alcuni passi definito anche come figlio di Dio, o identificato col Messia. Sennonché, oltre a questa accezione fortemente religiosa, c’è ancora un uso profano dell’espressione Figlio dell’uomo, nel senso che con essa s’intende semplicemente uomo, oppure un uomo qualunque, in certi momenti forse anche nell’accezione di Io (per tale discussione si veda Theißen/Merz, Der historische Jesus, S. 470–480) Gesù parla sovente del Figlio dell’uomo, e poiché il termine è intelligibile solamente nel contesto giudaico o cristiano-giudaico (ed è L’errore cardinale di Gesù: il Regno di Dio non arrivò 108 quindi antico), e poiché si presenta solo nei Vangeli sinottici, ed in epoche successive non ha avuto più alcuna funzione (infatti Gesù sarà visto non “soltanto” come Figlio dell’uomo, ma ben presto come figlio di Dio), ecco, si può dare per scontato che Gesù avesse usato realmente questa parola, o questo titolo, nonostante vi siano studiosi (Philipp Vielhauer) che ritengono non autentiche tutte le definizioni gesuane di Figlio dell’uomo. Accettandone l’autenticità, colpisce soprattutto il fatto che Gesù non identifichi mai se stesso direttamente col Figlio dell’Uomo, bensì ne parli sempre in terza persona come se si trattasse, per così dire, d’un personaggio diverso. Ciò ha spinto una grande parte dei ricercatori a supporre che Gesù intendesse qui non sé medesimo, bensì un altro, forse a somiglianza di come Giovanni Battista parlava d’una persona che sarebbe venuta. Nei Vangeli s’incontrano parole del Figlio dell’uomo che verrà, del Figlio dell’uomo presente, nonché del Figlio dell’uomo che soffre. Le parole del Figlio dell’uomo sofferente, nelle quali Gesù annuncia il suo soffrire e morire, sono valutate nella ricerca quasi esclusivamente come vaticinia ex eventu, ossia in qualità di “divinazioni”, che furono formulate dalla comunità solo dopo la Passione; a somiglianza dei numeri del lotto, “predetti” solo dopo l’estrazione. Solamente pochi studiosi ritengono autentiche le profezie sulla Passione, e argomentano che Gesù potrebbe aver dato per scontata la propria morte. Se le parole relative al Figlio dell’uomo venturo o presente risalgano comunque a Gesù, è questione complessivamente discussa tra i ricercatori: “Malgrado uno sconfinato lavoro degli studiosi, la scienza non è ancora in grado di distinguere in maniera veramente fondata tra le possibilità delineate.” (Theißen/Merz, op.cit. S. 477). In ogni modo, Theißen ipotizza che Gesù vedesse se stesso come il futuro Figlio dell’Uomo: “Con l’irruzione del dominio divino, egli si aspetta di assumere quel ruolo che attribuiva al Figlio dell’Uomo.” Benché parli di sé in terza persona, Gesù intenderebbe se medesimo. Però anche Theißen osserva: “Allorché annunciò l’inizio coevo del Gesù di Nazaret: un figlio di Dio demistificato 109 regno di Dio, Gesù fece affidamento sulla sua venuta durante l’arco della propria esistenza.” (S. 478) Ciò che per il lettore della Bibbia e per il semplice cristiano sembra essere tanto chiaro, e ciò che anche per la teologia fu chiaro per quasi 1800 anni, cioè che Gesù fosse il Messia e che pertanto avesse reputato se stesso come tale, ebbene, per la ricerca neotestamentaria è diventato un problema. La maggioranza dei ricercatori, oggi, non condividono più l’opinione che Gesù ritenesse di essere lui stesso il Messia, bensì che sarebbe stato riconosciuto come Messia solo dopo la propria morte. Di ulteriori (cosiddetti) titoli messianici di Gesù torneremo a parlare più avanti. Ebbene, se si ritenesse o meno il Messia o altra figura di salvezza escatologica, se volesse con la sua opera promuovere o confermare il Regno di Dio oppure no, a questo punto c’è chiarezza solo su questo: la spina nel cuore del Cristianesimo, lo scandalo perenne, resta il fatto che Gesù si sia univocamente sbagliato nel cuore del suo messaggio. Se, oltre a questo, si fosse sentito davvero come figura intermediaria nell’avvento di questo Regno di Dio, il suo errore sarebbe stato ancora più globale, e la sua predicazione ancora più inconsistente e vana. Fatti penosi: la vana attesa dei primi cristiani “L’annunciatore si è trasformato nell’annunciato”. Questo giudizio del teologo Rudolf Bultmann è una delle citazioni più ricorrenti nel mondo della ricerca teologica nel suo complesso. L’enunciato descrive la differenza fondamentale tra ciò che Gesù volle veramente, e ciò che la Chiesa ha fatto di lui. Per i primi cristiani, l’annunciazione del Regno di Dio non ebbe più, in breve tempo, alcun significato. Per cristiani in uscita dal paganesimo, quel concetto fu in ogni caso difficilmente intelligibile. Ai cristiani nel loro insieme, tuttavia, non interessava più il Regno di Dio, ma unicamente Cristo. Se Gesù aveva creduto L’errore cardinale di Gesù: il Regno di Dio non arrivò 110 ancora in Dio, ecco che i primi cristiani credettero a Gesù; se Gesù aveva annunciato ancora la venuta di Dio, ora i primi cristiani annunciarono il Cristo crocifisso; e se Gesù era ancora in attesa della comparsa di Dio, oramai i primi cristiani attesero la ricomparsa di Gesù. Ma Gesù aveva voluto questo? Volle realmente sapersi venerato, quando a lui stava invece a cuore espressamente la fede in Dio? Non si ribellerebbe contro questa venerazione, se ancora potesse farlo? Non gli sembrerebbe troppo simile ad un’idolatria, inconciliabile col pensiero e la fede di un ebreo devoto, quale egli era? La risposta a queste domande è appropriata, decisiva per pronunciare il verdetto sull’istituzione Chiesa. Sul piano storico, intanto, osserviamo una mutazione intervenuta nell’attesa del vicino ritorno. Mentre Gesù, e già il Battista, hanno atteso inutilmente la venuta e l’intervento di Dio, i primi cristiani attendevano a loro volta il Cristo sublimato e ritornante, il giorno del giudizio e la sentenza finale, la definitiva instaurazione dell’egemonia divina. Di nuovo, però, le attese furono sottoposte ad una prova difficile, e soprattutto lunga. Nel frattempo, è arrivato Godot: quel Cristo che dovrebbe fare ritorno, la cristianità lo attende invano da quasi 2000 anni. Eppure si continua ad assicurare che non dovrebbe durare più a lungo, che basterebbe non perdere la pazienza. Così l’errore di Gesù si prolunga nel tempo, così come l’errore di coloro che credono in lui, mettendo a nudo la speranza cristiana non solo come fattore di logoramento, ma anche come crescente motivo di imbarazzo. La supplica protocristiana maranatha (Vieni, Signor nostro!) esprime questo desiderio del ritorno di Cristo sotto forma di stereotipo convenzionale. Per due volte, nelle sue (autentiche) epistole, Paolo si addentra nel problema del persistente ritardo della parusia, in modo tale che il motivo sembra far parte addirittura del suo repertorio standard. A Tessalonica, si era formulata ed imposta la domanda cruciale: che ne era dei confratelli morti nel frattempo, visto che Gesù non era ancora ritornato? Ragion per cui, nella Prima Gesù di Nazaret: un figlio di Dio demistificato 111 lettera ai Tessalonicesi, la lettera più antica in assoluto del Nuovo Testamento, Paolo scrive: Non vogliamo, fratelli, lasciarvi nell’ignoranza a proposito di quelli che sono morti, perché non siate tristi come gli altri che non hanno speranza. Se infatti crediamo che Gesù è morto e risorto, così anche Dio, per mezzo di Gesù, radunerà con lui coloro che sono morti. Sulla parola del Signore infatti vi diciamo questo: noi, che viviamo e che saremo ancora in vita alla venuta del Signore, non avremo alcuna precedenza su quelli che sono morti. Perché il Signore stesso, a un ordine, alla voce dell’arcangelo e al suono della tromba di Dio, discenderà dal cielo. E prima risorgeranno i morti in Cristo, quindi noi, che viviamo e che saremo ancora in vita, verremo rapiti insieme con loro nelle nubi, per andare incontro al Signore in alto, e così per sempre saremo con il Signore. (I Ts 4,13–17) Il presupposto è inequivocabile: ecco, non tutti moriranno, fintantoché il Signore non faccia ritorno. L’apostolo, e con lui la comunità cristiana, conta ancora saldamente, 20 anni dopo la morte di Gesù, sulla sua ricomparsa, mentre essi sono ancora in vita. E Paolo, per quanto riguarda i suoi avvertimenti, si richiama ad una “parola del Signore”. Ma che parola sarà stata mai? Nei Vangeli, in ogni caso, essa non appare. Ed è inoltre assai improbabile che Gesù, sul cammino verso la croce, abbia mai pensato che, un giorno, non solo risorgerà, salendo al cielo e discendendo da lassù, ma per giunta – quasi prevedendo la domanda dei Tessalonicesi – avrebbe fatto un accenno al proprio ritardo nella parusia, e avendo dovuto assicurare che nessuno avrebbe avuto svantaggi qualora fosse morto prima. A questo punto, è certo molto più verosimile che Paolo, come gli evangelisti posteriori – allo scopo di conferire alla sua parola adeguato risalto –, avesse escogi- L’errore cardinale di Gesù: il Regno di Dio non arrivò 112 tato semplicemente una “parola del Signore”, spacciando la sua personale opinione come parola autentica del Signore. Eh già, sarebbe oltretutto per una buona causa! Solo gli storici tornano a dubitarne, a causa della sbrigliata fantasia dei pochi testimoni di cui dispongono. Anche alcuni anni dopo, nella prima Lettera ai Corinzi, si ritrova la medesima corrente di pensiero: Ecco, io vi annuncio un mistero: noi tutti non moriremo, ma tutti saremo trasformati, in un istante, in un batter d’occhio, al suono dell’ultima tromba. Essa infatti suonerà, e i morti risorgeranno incorruttibili, e noi saremo trasformati. (I Cor 15,51–52) Paolo è di nuovo persuaso che il ritorno di Cristo sia così imminente, che non tutti saranno morti prima. Sorprende tuttavia che qui si parta dal presupposto che la maggioranza delle persone sarà morta (aspettando) fino al ritorno del Signore; mentre nella Lettera ai Tessalonicesi il sopravvivere era considerato ancora come regola. L’attesa dell’imminenza si allenta, la realtà scaccia l’illusione d’un sollecito ritorno di Cristo, senza che questa credenza, è pur vero, venga abbandonata del tutto. Negli scritti posteriori del NT, la prima Lettera di Pietro (che però non è di Pietro) annuncia: “La fine di tutte le cose è vicina. Siate dunque moderati e sobri, per dedicarvi alla preghiera.” (1 Pt 4,7). E la Prima lettera di Giovanni esprime altrettanto erroneamente: “Figlioli, è giunta l’ultima ora […]” (I Gv 2,18). La lettera di Giacomo ammonisce: “Siate dunque costanti, fratelli, fino alla venuta del Signore […] Ecco, il giudice è alla porte.” (Giac 5,7+9). Sennonché la Prima lettera di Clemente, che non fu più accolta nel Nuovo Testamento, riporta già le lagnanze di coloro che si sono stancati di aspettare: “Queste cose le abbiamo udite già ai tempi dei nostri padri, ed ecco, intanto noi siamo invecchiati, e nessuna di quelle cose si è verificata.” (I Clem 23,3) Gesù di Nazaret: un figlio di Dio demistificato 113 Fino a buona parte del II secolo si credette ancora fermamente, in maniera testarda e ingenua, nel ritorno imminente di Cristo. E, naturalmente, si cercò nella Bibbia una spiegazione per il ritardo della parusia. Più precisamente: per la mancanza della parusia. E la si trovò, per esempio, nel Salmo 90,4: “Mille anni, ai tuoi occhi, sono come il giorno di ieri che è passato […]”, che la Seconda lettera di Pietro accoglie, aggiungendovi caparbiamente: “Il Signore non ritarda nel compiere la sua promessa, anche se alcuni parlano di lentezza […] (2 Pt 3.9). Pretesti analoghi si possono udire ancora oggi in ambienti devoti e bigotti. Tutto sembra ammesso e più accettabile, piuttosto che dover riconoscere semplicemente un errore. In realtà, non sono mancati altri tentativi di reinterpretazione ad opera di antichi teologi chiesastici. Così, nel IV secolo, alcuni affermarono che non si dovesse affatto aspettare la venuta del Signore: “Possa tutto ciò non accadere ai nostri giorni! Perché terribile è spaventoso è il ritorno del Signore! (cfr. Deschner, op.cit.//tr.it. Il gallo cantò ancora, p. 27). Altri Padri della Chiesa hanno represso nei loro scritti i passi recanti l’evidente attesa del ritorno imminente (ad esempio la citazione gesuana “In verità vi dico: non giungerete alla fine delle città d’Israele, che il Figlio dell’uomo sarà tornato” (Mt 10.23), citandoli solo in parte, oppure falsificandoli. Deschner, nel suo libro appena citato, ne produce valide documentazioni. Nel cristianesimo delle origini era forse ancora presente la rappresentazione d’un regno terreno di Gesù, proprio come l’ebraismo ebbe l’immagine di un regno di Dio che, per così dire, si cala dal cielo sulla terra. Però gli Ebrei avevano allocato il regno di Dio non nel cielo bensì, in quanto nuova creazione di rapporti con Dio, quaggiù sulla terra. Questa rappresentazione fu poi sempre più abbandonata dai cristiani, oppure sostituita con un Regno che ha la sua sede in cielo, per vivere il quale era necessaria la morte personale. Al posto del regno di Dio subentrò il Regno dei cieli: una reinterpretazione gravida di conseguenze, rispetto a quanto Gesù aveva un tempo annunciato e creduto. L’errore cardinale di Gesù: il Regno di Dio non arrivò 114 In più, fu intrapresa un’altra rilettura carica di conseguenze, che qui sarà descritta con una seconda citazione ben nota, espressa questa volta dal teologo Alfred Loisy: “Gesù ha annunciato il regno di Dio, ma è venuta la Chiesa.” In misura crescente, la Chiesa venne messa in relazione con il Regno di Dio, senza identificarla completamente con lui. L’attesa imminente venne, per cosi dire, trasformata in istituzione. Deschner scrive in proposito: “Soltanto con questa metamorfosi, mediante la sostituzione dell’idea del Regno di Dio con il concetto di Chiesa, e col crescente sacramentalismo, il Cristianesimo fu salvato e la Chiesa fu consolidata; cioè, mediante un’opera di falsificazione, che rimane tale anche se spesso venne perpetrata in ottima fede, concludendosi poi in maniera del tutto congrua.” (Deschner, op.cit., p. 27) Gesù non voleva missioni nel mondo La più grande assurdità dell’antisemitismo cristiano, di cui torneremo a parlare più avanti, è che Gesù stesso fosse non solo ebreo (e tale fosse per nascita), bensì che lo fosse con piena convinzione. E che tale volesse rimanere. Ebbe una madre ebrea, visse da ebreo, e da ebreo morì. Anche i suoi discepoli furono tutti quanti ebrei. Solo i cristiani ne fecero, per così dire, il primo cristiano, trasformandolo nel fondatore presunto d’una religione che egli, qualora l’avesse conosciuta, avrebbe sicuramente respinto di tutto cuore. Ma un morto, si sa, non è più in grado di difendersi. I giorni della comunità primitiva, a Gerusalemme, erano contati. Dopo la guerra giudaica, essa scomparve nel territorio della Giordania orientale, e il cristianesimo giudaico in Palestina sprofondò sempre di più nell’irrilevanza. In compenso, il cristianesimo pagano, svincolatosi dalla legge, acquistò uno slancio impressionante, causato soprattutto dall’attivismo di Paolo, e determinato, a più lunga distanza, dalle lettere che di lui si conservarono. A questo punto, Gesù di Nazaret: un figlio di Dio demistificato 115 Gesù non voleva missioni nel mondo la predicazione evangelica si rivolse anche ai non ebrei; e non ebrei furono quelli che lo spinsero avanti e, mediante la loro missione, ne fecero progressivamente una religione mondiale. La legittimazione ideologica per la missione tra i pagani venne fornita, a partire dal II secolo, da un detto di Gesù, ossia dal cosiddetto comando battesimale, impartito alla fine del vangelo di Matteo. Il Cristo risorto annuncia ai suoi discepoli: “A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato.” (Mt 28,18–20). Anche coloro che sono lontani dalle Chiese conosceranno questo “comando”, qualora abbiano partecipato una volta ad un battesimo cristiano, dove si ama impiegarlo. Ai cristiani occidentali, perlopiù, non appare nemmeno evidente il fatto che, con queste parole, si formalizzi la pretesa cristiana all’egemonia sul mondo. Per cui queste parole di Matteo costituiscono uno dei passi di più vasta portata, essendo tra i più negativi di tutto il Nuovo Testamento. In effetti, questo “comandamento” è stato applicato non solo nell’atto di battezzare (in modo relativamente innocente) neonati e bambini, ma è stato per di più padrino battesimale in ogni battaglia contro gli “infedeli”, nei riti battesimali coatti, eseguiti nel nome della fede cristiana, nella repressione e nell’annientamento collettivo di culture e religioni forestiere, nelle guerre e nei saccheggi di paesi lontani, svolti sempre sotto il segno della Croce. Ciò che per il marxismo ortodosso è stata l’ideologia della rivoluzione mondiale, fu allora per i cristiani l’ideologia della missione mondiale, che quasi sempre andò di pari passo con l’egemonia e la repressione. Ed è ben lecito aggiungere: i cristiani non solo ci arrivarono molto tempo prima, ma riscossero altresì maggiori successi di quanti ebbe il “bolscevismo”, da cui d’altronde le Chiese misero in guardia sempre più insistentemente, senza riconoscere mai l’analogia della propria ideologia con quella del loro concorrente profano. E i cristiani ebbero – con le parole di Matteo – gli argomenti 116 ritenuti migliori, giacché si presumeva che un Dio in persona avesse emesso la parola d’ordine, e non un angelo: tanto più nessun Engels e nessun Marx poteva arrivare alle caviglie di un Dio [gioco di parole tra Engel=angelo, e il nome proprio di Engels, NdT]. L’imposizione coatta del battesimo è una di quelle parole “eterne” della Bibbia, che più avanti ritroveremo accanto ad altre non meno fatali. Il più potente ammortizzatore contro questa forma di imperialismo cristiano proviene ancora una volta dalla ricerca neotestamentaria, che ha dimostrato la citazione di Gesù – nel cui nome tanto dolore e tanto sangue si sono riversati sul mondo – come invenzione dell’evangelista Matteo. A prescindere dal fatto che i racconti dell’evangelista riguardo al Risorto sono considerati nella ricerca tutti quanti leggende inventate di sana pianta, cui non spetta alcun appoggio nel mondo reale (anche di questo verremo a trattare in dettaglio), la terminologia tipica dell’evangelista Marco si lascia certificare per mezzo dell’analisi linguistica e della statistica verbale. Invenzioni del medesimo evangelista si manifestano ogni qualvolta, in un detto di Gesù, si concentrano la sua tipica terminologia e le proprie immagini teologiche. In questo procedimento, ad onor del vero, non esiste una certezza assoluta, come non esiste del resto in nessun momento della ricerca scientifica. In ogni modo, un ulteriore segnale della redazione più tarda del comando missionario è insito nella locuzione: “in nome del Padre, del Figlio e dello Spirito santo”. Si tratta qui d’una formula triadica, non ancora in uso presso i primi cristiani. In realtà, soprattutto dalle Epistole di Paolo sappiamo che, nell’epoca protocristiana, si battezzava unicamente nel solo nome di Cristo (Gal 3,27) oppure nel nome di Gesù (I Cor 1,13); Apg 8,16; 19,5; si veda in proposito Gerd Lüdemann, Jesus nach 2000 Jahren, S. 325). La formula triplice, presentata qui da Matteo, è da collocare storicamente dopo, e rispecchia probabilmente l’uso di questa formula nella comunità di Matteo, come più in generale racconti e parole dei Vangeli riflettono sovente situazioni comunitarie e problematiche di gruppo. Con la leggenda Gesù di Nazaret: un figlio di Dio demistificato 117 del comando missionario, si doveva dimostrare alla comunità la sua prassi battesimale in quanto rito fondato da Gesù stesso. Eppure lo stesso Gesù non ha mai battezzato (diversamente dal suo presunto maestro Giovanni), e nemmeno ha esortato i suoi discepoli a farlo. Anche questo fatto è giudizio pressoché unanime della ricerca. E nemmeno ha mai parlato apertamente dello Spirito Santo (i cosiddetti passi del Paracleto, nel vangelo di Giovanni, sono considerati non storici). Gesù non conobbe alcuna Trinità; tanto meno ne conobbe una che comprendesse sé medesimo quale seconda persona trinitaria. La formazione della dottrina trinitaria rappresenta mera lirica religiosa, creata poeticamente da fantasia speculativa, tanto quanto da una supposta necessità teologica. Anche di ciò tratteremo più avanti. La rappresentazione che Gesù ebbe di Dio fu, per contro, semplice e chiara, essendo (e lo è ancora oggi) l’immagine di ogni ebreo devoto che, al fianco di Dio, non conosce nessuno spazio per qualsivoglia vicario o luogotenente, per quanto trinitario possa essere. In più, Matteo ha un’ulteriore intenzione nel classificare il mandato di operare missioni. In questo modo, il discepolo corregge il discorso di Gesù circa l’invio di evangelizzatori. Infatti, quando il Maestro invia i suoi discepoli, ingiunge a loro in maniera pressante: “Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani; rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d’Israele. Strada facendo, predicate, dicendo che il Regno dei cieli è vicino.” (Mt 10, 5b–7) Ancor più chiaramente Gesù si esprime nel dialogo con una donna non ebrea, che lo supplica di guarire sua figlia: “Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d’Israele.” (Mt 15,24). Ecco un’esternazione ragguardevole: per quanto riguarda i “pagani”, Gesù si dichiara non competente. Il suo messaggio è indirizzato solo agli Ebrei, e questo è ciò che egli inculca con insistenza nei suoi discepoli. Queste esternazioni contrastano vistosamente con il comando della missione, ma anche con la pratica dell’evangelizzazione presso i pagani, come quella svolta dalla comunità cristiana di Matteo. Nel primissimo cristianesimo, per la verità, non vi fu nessuna missione Gesù non voleva missioni nel mondo 118 tra i pagani. La comunità più antica si attenne palesemente ancora all’istruzione di Gesù, di non andare tra i pagani. Solo gli ellenizzanti, raggruppati intorno a Stefano (cfr. Atti 6–8), riuscirono ad imporre questa linea: la missione doveva puntare anche sui non ebrei. Paolo divenne in quel momento il grande protagonista dei pagani convertiti o da convertire al cristianesimo. I primi cristiani, dunque, si distanziarono rapidamente dal particolarismo del loro Signore: con conseguenze di enorme portata. In effetti, capovolgendo le istruzioni di Gesù, fu possibile che il Cristianesimo si diffondesse e diventasse una grandezza nella storia del mondo. Ove ci si fosse attenuti alle direttive di Gesù, il movimento cristiano non si sarebbe spinto di certo al di là della condizione tipica d’una setta giudaica. Alle Chiese cristiane non sarà mai detto con sufficiente chiarezza: il Gesù reale non ebbe palesemente alcun interesse, durante tutta la sua vita, per i seguaci di altre religioni. Egli vide se stesso solo come inviato in mezzo agli Ebrei. Sono loro quelli che Gesù vuole raggiungere, a loro egli manda i suoi discepoli, affidandogli il compito di non entrare nelle regioni dei miscredenti, tra cui sono annoverati già i Samaritani. Gesù difese un particolarismo giudaico, laddove i cristiani ne hanno fatto un universalismo cristiano, falsificando anche qui l’insegnamento di Gesù, tramutandolo anzi nel suo contrario. Che Gesù fosse ebreo, nient’altro che ebreo, si manifesta inoltre nel Padre nostro, la preghiera centrale della cristianità, che viene recitata fino ad oggi in ogni liturgia. Si voglia rileggere qui il celebre testo ancora una volta con precisione: Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra. Dacci oggi il nostro pane quotidiano, e rimetti a noi i nostri debiti Gesù di Nazaret: un figlio di Dio demistificato 119 come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori, e non abbandonarci alla tentazione, ma liberaci dal male. (Mt 6,9–13) In questa preghiera non si trova un solo pensiero specificatamente cristiano. Gesù non è qui presente nella sua persona; al centro dell’orazione c’è Dio, e la supplica per la venuta del Regno (non l’arrivo o il ritorno di una qualche figura messianica). Dio è il Signore illimitato del cielo e della terra, oltre o accanto al quale non ci può essere nessun altro. Nemmeno Gesù si arroga una posizione siffatta, come testimonia la supplica E rimetti a noi i nostri debiti; con essa, infatti, Gesù si colloca nella fila degli oranti, ammettendo indirettamente di essere lui stesso onerato di colpe; in nessun modo, dunque, l’uomo senza peccato, immune da colpe, come la Chiesa l’avrebbe poi dogmatizzato. Nel Padrenostro, Dio viene sollecitato a liberare gli uomini dal male: di una redenzione per opera di Gesù, al contrario, non si fa parola. E anche la formula conclusiva Perché tuo è il Regno rimarca di nuovo la sovranità di Dio, accanto alla quale non c’è posto per una seconda persona. E’ degno di nota che la Chiesa cristiana faccia qui uso, dopo quasi 2000 anni, di una preghiera che nemmeno in timidi accenni menziona i contenuti centrali della dogmatica cristiana, quali ad esempio tutta quanta la soteriologia (l’opera salvifica di Dio attraverso Gesù Cristo): una preghiera in cui non è presente in alcun modo il pensiero trinitario (come abbiamo visto ancora nel comando battesimale), una preghiera in cui, insomma, manca qualunque cenno a Gesù come mediatore di salvezza. Di lui non si fa alcuna menzione. Al posto di ciò, è determinante un’immagine di Dio chiaramente giudaica. La preghiera del padrenostro è una preghiera ebraica in tutto e per tutto; in essa non v’è parola che un ebreo ortodosso non possa pronunciare di tutto cuore, senza riserve. Grottesca e paradossale realtà della storia, questa: che ne potesse scaturire un antisemitismo cristiano, sebbene il presunto Gesù non voleva missioni nel mondo 120 fondatore della religione fosse lui stesso ebreo. E che i cristiani recitino ogni domenica una preghiera che conferma, per di più con grande efficacia, questa circostanza. Proprio per questo fatto, proprio perché il Padrenostro non contiene pensieri specificamente cristiani, si può dare per scontato che esso risalga nella sostanza al Gesù storico, giacché in epoca successiva non sarebbe stato escogitato in questi termini. Ed è considerevole il fatto che fosse stato tramandato in questa forma. Questa circostanza si spiega forse nel modo migliore, supponendo che Gesù avesse impresso questa preghiera nella mente dei suoi discepoli, che fosse conosciuta tra i gruppi comunitari, e che l’evangelista non avesse osato ometterla. In Matteo, per la verità, essa è inserita in un contesto che non lascia dubbi sul fatto che Gesù sia integrato nell’evento della salvezza. E così la vivono anche i credenti, che probabilmente non notano nemmeno le parti mancanti del puzzle dogmatico; oppure lo integrano attingendo da altri testi: per esempio, dalla professione di fede espressa nel Credo. E così, in ultima analisi, una persona ebrea si trasforma in un Dio cristiano. Gesù taumaturgo ed esorcista Secondo un detto alquanto trito, il miracolo è il figlio prediletto della fede. Ancora oggi, grande parte del fascino esercitato da Gesù emana dai suoi miracoli. Eppure lui, nell’ambiente da cui scaturì il Nuovo Testamento, non fu certo l’unico ad operare miracoli. Per Giuliano l’Apostata, imperatore romano e avversario dei cristiani (ma non solo per lui), Gesù era stato “soltanto uno dei soliti taumaturghi e fondatori di religione che, di tanto in tanto, spuntavano con una certa regolarità” (citato in Deschner, Das Christentum im Urteil seiner Gegner// Il cristianesimo nel giudizio dei suoi avversari, I, S. 46). E, fino ai giorni nostri, non sono mai mancati taumaturghi, o persone che tali si ritengono. Gesù di Nazaret: un figlio di Dio demistificato 121 Gesù taumaturgo ed esorcista Il solo fatto di operare prodigi, quindi, era ben lungi dall’attestare, nel mondo antico, qualità di carattere divino. Anche da falsi messia e da sedicenti profeti ci si aspettava dei miracoli (Mc 13,22). E anche da parte di Pietro e Paolo, la Bibbia riferisce certi miracoli; e nei più tardi Atti degli Apostoli apocrifi, i miracoli degli apostoli vengono ingranditi in una dimensione fantastica. Il mondo antico brulicava di personaggi ai quali si attribuivano poteri straordinari, e pullulava di culti che si vantavano di avere, o di poter istituire, qualche connessione col divino. La superstizione religiosa, nonché uno straripante esoterismo, prosperava già nell’antichità in forme variopinte e penetranti. E persino all’interno dell’Ebraismo, comparativamente scontroso e sobrio, nonché nell’ambiente giudaico intorno a Gesù, si conoscevano parecchi carismatici del prodigioso. Così, nel primo secolo precristiano, il rabbino Honi si fece conoscere, tra l’altro, come “sciamano delle piogge”, per cui viene ricordato in termini positivi addirittura da Giuseppe Flavio. Contemporaneo di Gesù fu (ed operò pure prodigi) Hanina ben Dosa, che al pari di Gesù visse in Galilea. Di costui si racconta che scacciasse i demoni e che fosse immune dai morsi dei serpenti. Pare inoltre che avesse procurato due guarigioni a distanza, mediante le sole preghiere. In linea di massima, Hanina ebbe molte somiglianze con Gesù. “Al pari di Gesù, egli visse in uno stato di nullatenenza, scelto da lui medesimo […], e fu indifferente per tutto quanto riguardasse la ritualità. I contemporanei e la tradizione mettono Hanina, come Honi e anche Gesù, in relazione col profeta Elia.” (Theissen/Merz, Der historische Jesus, S. 278; cfr. anche S. 458). Questi rabbini taumaturgici venivano talvolta definiti, nella tradizione, come figli di Dio: Hanina ben Dosa viene interpellato con l’appellativo di “figlio mio”, al pari di Gesù nel suo battesimo, raccontato da Marco. In qualità di mago della pioggia operò altresì il nipote di Honi, Hannan Ha-Nehba. Tutti e due si rivolgono a Dio anche con l’appellativo di Abba, ovvero come “caro padre”, come fece pure Gesù. Di Hanina ben Dosa, a somiglianza di Gesù, c’è in più notizia d’una portentosa moltiplicazione di pani. 122 Nell’ambiente ellenistico del Nuovo Testamento era noto, e largamente diffuso, il tipo del Theios Aner, dell’uomo divinamente dotato, in grado di operare prodigi e guarigioni. Il modello più noto è Apollonio di Tiana, un filosofo ambulante neopitagorico, che morì verso la fine del primo secolo a. C., e la cui biografia fu scritta da Filostrato. Di Apollonio si tramanda, tra l’altro, il risveglio d’una ragazza defunta, che era morta il giorno delle sue nozze. E qui si impongono paralleli con il risveglio della figlia di una vedova (Lc 7,11–17). Anche Apollonio nacque in maniera portentosa, cacciò demoni al pari di Gesù, e apparve dopo la sua morte ai suoi discepoli. Altrettanto furono venerati come esseri soprannaturali Empedocle, Pitagora ed altri scienziati illustri. Molti ricercatori ci vedono, se non dirette dipendenze letterarie dei miracoli neotestamentari dai loro modelli pagani, quantomeno il comune attingimento da concezioni circolanti nelle credenze popolari. Anche da numerosi santuari di divinità pagane si ha notizia di moltissime guarigioni miracolose; così dai templi dedicati alle divinità Asclepio, Serapide e Iside. Nella città di Epidauro si è rinvenuta una grande varietà di tavole di ringraziamento, offerte da persone guarite, che ringraziano Asclepio per la guarigione. “Asclepio ha aiutato” … tanto che ci si sente echeggiare nella memoria quel “Maria ha aiutato” ricor rente negli ex voto delle cristiane cappelle mariane. In tutti i tempi gli uomini si sono aspettati aiuti dai loro dèi e figure di culto, essendo in più saldamente convinti di averne beneficiato. Anche questi sono begli esempi della forza dell’autosuggestione e del bisogno mentale degli uomini: quelli di interpretare il mondo secondo le proprie convenienze. Nelle sue Antiquitates, Giuseppe Flavio racconta dettagliatamente di un esorcismo fatto da un certo Eleazar, di cui fu testimonio oculare non solo lui stesso, ma anche l’imperatore Vespasiano. Al cospetto dell’impe ra tore, Eleazar aveva guarito un grande numero di soldati che erano invasati da spiriti maligni. I demoni venivano estratti dai nasi degli impossessati, e dovevano giurare di non rientrare mai più Gesù di Nazaret: un figlio di Dio demistificato 123 nel corpo delle persone invasate. Abbiamo qui un prodigio che è testimoniato assai meglio di tutti i miracoli del Nuovo Testamento: lo storico stesso ne è testimonio oculare, e fa i nomi di numerosi garanti, tra i quali lo stesso imperatore. Con ciò sono esauditi alcuni criteri che depongono a favore della storicità di questo evento. Eppure, nonostante questa buona testimonianza, si potrebbe perciò guardare a codesti esorcismi come ad accadimenti storici? Sicuramente nessuno storico lo farebbe. Ciò nondimeno, molti studiosi neotestamentari credono di poterlo fare, almeno con alcuni miracoli di Gesù, che sono testimoniati molto peggio di quelli narrati da Giuseppe Flavio. Se non lo furono fin dall’inizio, i miracoli diventarono presto, e poi durevolmente, prova tangibile della divinità di Gesù. In questa maniera essi vennero sfruttati il più possibile, venendo utilizzati per l’evangelizzazione e per l’ammaestramento religioso. Quando si estinse la cultura antica, e andò quindi perduta la cognizione sulla relativa quotidianità dell’attività dei taumaturghi, allora le tramandate storie dei miracoli di Gesù dovettero brillare in maniera tanto più abbagliante. I suoi miracoli, ormai, erano lì a confermare sempre di più la sua divina missione, più di tutte le altre gesta e più di tutti i suoi detti. Per la teologia moderna, ciò nonostante, i miracoli di Gesù divennero un problema. Quanto più progrediva la spiegazione razionale e causale del mondo, tanto più essi dovettero apparire spettacolari e problematici al tempo stesso. E ciò vale specialmente per quanto riguarda gli esorcismi. Tanto classici quanto superati sono, in questo contesto, i tentativi di teologi di voler spiegare razionalmente i miracoli di Gesù, come hanno fatto ad esempio C.F. Bardt (morto il 1792), oppure H.E.G. Paulus (morto il 1851); si confronti l’articolo Wunder//Miracoli// nella TRE (Theologische RealEnzyklopädie) di Bernd Kollmann. Il camminare sulle acque, per esempio, si spiegherebbe col fatto che nel lago di Genezareth galleggiavano tronchi di legno, sui quali Gesù avrebbe camminato. E col miracolo della moltiplicazione dei pani, le cinquemila persone si saziarono tutte perché ciascuno Gesù taumaturgo ed esorcista 124 dei presenti tirò fuori le proprie provviste, condividendole con gli altri. Naturalmente, queste spiegazioni non tengono conto dell’intenzione vera e propria delle storie, però rivelano il vero problema: che in età moderna, cioè, quei miracoli, che per l’uomo medioevale non rappresentavano un problema, non possono essere più creduti con altrettanto candore. Per David Friedrich Strauß (morto il 1874) i miracoli sono dei miti, ovvero narrazioni attribuite a Gesù. Un messia, infatti, non poteva non aver compiuto anche dei miracoli, per cui una serie di prodigi veterotestamentari furono trasferiti, e concentrati, sulla figura di Gesù. Con ciò Strauß contestò radicalmente la storicità dei miracoli di Gesù. Per questa sua posizione, lo storico fu fortemente osteggiato; ma la sua convinzione si è affermata tuttavia in forma moderata. I due studiosi neotestamentari Rudolf Bultmann e Martin Dibelius, nelle loro fondamentali opere storico-formali, fecero derivare i miracoli dall’ambiente culturale ellenistico. Fu dall’ellenismo, infatti, che intere storie miracolistiche vennero trasferite su Gesù. Nella prospettiva storica, esse sono insignificanti. Nei racconti miracolosi, Dibelius ha visto prevalentemente novelle, scaturite da una profana esaltazione narrativa. E’ fin troppo comprensibile che Gesù, quale messia annunciato, dovesse attirare su di sé una marea di prodigi. E’ questa, per così dire, una legge naturale e costante dell’agiografia, che può essere riscontrata in moltissime leggende di santi. Nei Vangeli sinottici si può ancora verificare come l’attività miracolistica di Gesù andasse vieppiù ingigantendo. Così, dalla guarigione dell’indemoniato, in Marco 1,20, in Matteo 8,28–34, si passa alla guarigione di due indemoniati. Dove Marco racconta che Gesù ha guarito molti (Mc 3,10), Matteo parla invece del fatto che ha guarito tutti (Mt 4,24). L’avere sfamato cinquemila (persone) mediante la moltiplicazione dei pani è narrata da Marco 6, 30–44, ma due capitoli dopo segue il racconto della seconda moltiplicazione del cibo per quattromila (persone). I due racconti sono così somiglianti, che la ricerca storica sulla tradi- Gesù di Nazaret: un figlio di Dio demistificato 125 zione muove dal presupposto che, in origine, fosse in circolazione una sola storia, per quanto in due varianti. Forse Marco non se ne accorse, oppure volle narrare consciamente due storie. Oltre alle varianti, tra i miracoli si trovano anche veri doppioni, quali ad esempio la guarigione del cieco in Matteo 9,27–31, che viene raccontata pure da Matteo 20,29–34. In più, è palese che alcune parole di Gesù furono riplasmate, nel corso del tempo, in miracoli. Sicché si constata che il prodigio della pesca miracolosa di Pietro, in Luca 5,1–10, è stato riciclato dall’elaborazione del verso 10b: Allora Gesù disse a Simone: Non aver paura! D’ora in poi tu sarai pescatore di uomini. Nella prospettiva storica della tradizione, d’altronde, non fa meraviglia che diversi miracoli elaborati nell’ambiente di Gesù fossero poi trasferiti sulla sua figura: così, ad esempio, lo strano ritrovamento della moneta nella bocca del pesce (Mt 17,24– 27) nonché il miracolo del vino alle nozze di Cana, in cui Gesù trasformò acqua in vino. Il modello originale di questo è un antico miracolo del vino di Dioniso, trasferito ora su Gesù. Del miracolo del vino a Cana racconta solo il tardo vangelo di Giovanni, mentre i vangeli sinottici non lo conoscono. Il risveglio dei morti, in Luca 7,11–17, ha il suo originale veterotestamentario in un risveglio dalla morte praticato dal profeta Elia (I Re 17,17–24). Alcuni miracoli spettacolari, secondo la quasi unanime opinione della ricerca, hanno una valenza postpasquale, e sono quindi invenzioni o allocazioni più tarde. Tra queste si contano il placarsi della tempesta (Mc 4,35–41), o Gesù che cammina sulle acque di Genezaret (Mc 6,45–52). Tuttavia, prendendo pure in considerazione il costante incremento dell’attività miracolistica di Gesù, la formazione di varianti e duplicati, o anche il multiforme slittamento di motivi circolanti nell’ambiente di Gesù, prevale nella ricerca una vasta unanimità sul fatto che, già nelle più antiche storie della tradizione, Gesù viene descritto come tauma turgo ed esorcista. Gli esorcismi, in particolare, “stanno al centro del suo operare miracoli”, come afferma Bernd Kollmann Gesù taumaturgo ed esorcista 126 nell’enciclopedia TRE sopra citata. Sono questi esorcismi che, naturalmente, procurano ai teologi moderni difficoltà particolarmente gravi. Già nel mondo antico, d’altronde, l’opera esorcistica di Gesù venne progressivamente sottaciuta, dal momento che anche là andava rivelando, probabilmente, tracce di scarsa serietà. Tant’è vero che il Vangelo di Giovanni rinunzia completamente agli esorcismi. Dalla prospettiva della modernità, si rispecchia negli esorcismi, in particolar modo, una visione del mondo arcaica e, anche nel senso negativo del termine, antiquata e anacronistica. Eppure, anche malati “normali” erano considerati sovente persone possedute da spiriti maligni. L’uomo antico poteva spiegarsi il comportamento di malati psichici o di epilettici soltanto in questo modo: che ne fossero responsabili certe presenze demoniache. Certo è che, ricorrendo all’intervento di diavoli e spiriti malvagi, semplicemente, il mondo si comprendeva meglio. Dietro i demoni, però, gli Ebrei vedevano all’opera il diavolo in persona. L’attività di Gesù come esorcista venne riconosciuta anche dai suoi avversari come dato di fatto (Mc 3,22), ed è evidente che Gesù percepì se stesso soprattutto come esorcista. Per lui, espellere i demoni e guarire gli infermi erano segni dell’imminente regime di Dio. E’ possibile che, in quest’opera, Gesù avesse mietuto successi di vario genere, sebbene non manchino informazioni che questo, in certi casi, non accadeva. Tra i suoi “pazienti”, non possiamo non immaginarci malati in prevalenza mentali. Nel frattempo, grazie alla medicina e alla psichiatria moderne, le linee ausiliarie d’una possessione demoniaca sono diventate senz’altro obsolete; nondimeno Gesù ha condiviso – in quanto figlio del suo tempo – questa visione del mondo arcaicamente mitologica, condivisa nel suo milieu sociale, in sintonia col cristianesimo delle origini, anzi col Cristianesimo in generale, perdurante fino all’età moderna. Nel mondo cattolico, ancora ai nostri giorni, si fanno esorcismi; e a Roma esiste, a tale scopo, addirittura un apposito istituto di formazione. Se non fosse talmente grottesco, si potrebbe quasi felici- Gesù di Nazaret: un figlio di Dio demistificato 127 tarsi con la Chiesa cattolica del fatto che, non essendosi conformata per niente al suo Signore in molte cose, lo ha seguito almeno nelle sue gesta irrazionali. Sono possibili i miracoli? Come dovremmo giudicare oggi i miracoli di Gesù? Dovremmo forse accettare che egli avesse compiuto realmente dei miracoli? La ricerca storica può, in molti casi, dimostrare la dipendenza di narrazioni miracolose dall’ambiente di Gesù, può mostrare come l’elemento prodigioso fosse inventato in alcuni momenti, come in altri passi fosse ingigantito, come fosse moltiplicato dagli evangelisti e reso fruibile per la rispettiva teologia del narratore. In questo modo, si può smantellare tutto, strato su strato, fino ad eliminare del tutto molti miracoli. Ne avanzerà tuttavia un nucleo essenziale di guarigioni ed esorcismi che, con i mezzi della ricerca storica, non possono essere ulteriormente ridotti o spiegati. Ebbene, sarebbe allora dato un motivo, diciamo quasi sicuro, una sorta di prova che Gesù ha fatto realmente dei miracoli? Certi studi di teologi neotestamentari sembrano suggerirlo, anche se l’ipotesi non viene mai pronunciata così esplicitamente. Si ha tuttavia l’impressione che essi vogliano almeno richiamare discretamente l’attenzione del credente irritato verso questa via di scampo. Di fronte a questo, è necessario dichiararlo senza ambiguità: non esistono ponti che conducano all’irrazionalità. Dal punto di vista d’una coscienza critica, determinati miracoli, che si suppongono operati da qualcuno in qualche parte – sia nell’antichità sia ai nostri giorni –, non sono mai prova per un avvenimento che faccia saltare in maniera mirabolante le leggi naturali e l’ambito conoscitivo di causa ed effetto, e che possano installare un secondo mondo, un mondo fittizio, al di là di quello reale e sperimentabile. Non esistono miracoli: essi sono il giocattolo immaginario d’una coscienza allo stadio infan- Gesù taumaturgo ed esorcista 128 tile; la credenza in essi è espressione d’una fuga dalla realtà che stordisce se medesima: un silente, esaltante inebriamento nella dimensione mitica. L’occulto anelito verso un’isola di significati immersa in un mare di fenomeni effettivi. Siamo forse troppo radicali? Troppo innamorati della scienza? Nell’evitare le ideologie, siamo noi stessi irretiti ed illusi dentro un’ideologia di fede razionale? Quasi quasi, pare di riudire addirittura le obiezioni che si muovono allo scenario congiunto di religione e di esoterismo. Che ne è dell’assenza di pregiudizi e dell’apertura ai risultati, così spesso vantate della scienza? Persone che, per la loro immagine del mondo, sono quanto mai lontane da una razionale osservazione del mondo, si sentono improvvisamente costrette ad appellarsi alla ragione. In ogni modo, anche esponenti d’una posizione che si comprende scevra da pregiudizi, potrebbero avanzare delle obiezioni a questo proposito. Ecco perché la prospettiva critica dev’essere ulteriormente chiarita. Il rifiuto dei miracoli e della fede nel miracolo, nonché dell’irrazionalismo che vi sta dietro, è di carattere soprattutto metodico. In realtà, qui non si tratta affatto di miracoli qualsiasi, di cui si narra nella Bibbia e per la cui autenticità s’impegnano strenuamente le Chiese. Fosse soltanto questo! Si tratta piuttosto del guazzabuglio posto in essere da una millenaria credenza miracolistica presente in tutte quante le religioni, ovviamente in tutte le epoche; si tratta della pluralità di presunti miracoli nella fede del popolo, della fede in quanto tale e della cosiddetta superstizione. Non è solo nella Bibbia, in effetti, che si parla di miracoli; le fede nei miracoli è una fantasia ricorrente in tutte le religioni, nelle religioni considerate superiori, né più né meno che nei culti arcaico-primitivi. Ciò si riscontra nell’irriflessa credenza ingenua dei popoli, come pure nelle scuole teologiche e religiose in tutto il mondo. In più, quella fede affiora anche in scritti non religiosi, come ad esempio nel testo sopra citato di Giuseppe Flavio, che riferisce di un’espulsione demoniaca di cui era stato testimone: una storia, come Gesù di Nazaret: un figlio di Dio demistificato 129 si è detto, bene documentata. Ammettere che i miracoli del Nuovo Testamento siano veri, significa però dover riconoscere quei miracoli, e per giunta i miracoli dell’Islamismo, del Buddismo e di qualsiasi altra religione. E non vi possono essere, per una determinata religione, condizioni speciali del pensiero, nessuno spazio più lontano dalla ragione, nessun rifugiarsi del credere, anche se (o proprio perché) ogni religione rivendica per sé diritti esclusivi. E i confini non abbracciano la ristretta cerchia delle religioni cosiddette superiori; la fede nei miracoli è, in ultima analisi, il figlio saccente della Grande Madre, ovvero dell’Irrazionalismo. Gli incensatori di codesta Madre si trovavano rappresentati – nelle forme più variegate ed integrali – non solo negli antichi culti misterici dell’antichità, nella gnosi e nel vetusto occultismo, ma altresì nell’esoterismo dell’èra moderna. Ora, sia che in quel mondo si prenda contatto con angeli o con defunti (e qui sono popolari Goethe, Budda e lo stesso Gesù!), sia che nell’ebbrezza mistica, immersa nella nebbia dei candelotti per suffumigi, si manifesti l’esistenza precedente d’una signora Mustermann [cognome fittizio e immaginario, usato in Germania, per designare un qualsiasi cittadino medio, NdT] quale principessa indiana, sia che con l’aiuto d’una verga divinatoria (e un po’ di contanti) si misuri l’abitazione a misura di irradiazioni terrestri, sia che fare sesso tantrico nel fine settimana non sia soltanto bello, ma si riveli una via per l’unione con l’energia cosmica, sia che l’urina del Dalai Lama sia un mezzo efficace contro le cimici, e sia che l’imposizione delle mani Reiki trasmetta non solo l’energia curativa di Budda e di Gesù, ma anche – mano sul cofano! – faccia ripartire un’auto recalcitrante … ebbene, anche questi esempi, certamente non inventati, rientrano nell’universo dell’Irrazionale, dell’indimostrata rottura delle leggi naturali, ritrovandosi in definitiva nel mondo dei miracoli. Insomma, che l’Irrazionalismo abbia da esibire una bimillenaria teologia, o che rappresenti soltanto l’odierno ruttino d’un individuo che si è autoproclamato guru, in fondo non fa differenza. I due provengono dal medesimo villag- Gesù taumaturgo ed esorcista 130 gio. Se aprite la porta ad un compare, poi non potrete più impedire l’accesso all’altro. E ciò che sta davanti alla vostra porta, si chiama legione. Una schiera infinita … fate entrare una volta gli spiriti, e non ve ne libererete mai più. Questo è il senso, quando si dice che, in tema di miracoli, non si tratta solamente d’un problema di comprensione di testi neotestamentari. E’ in gioco tutta una rappresentazione del mondo. E quando è stato detto trattarsi d’una questione di metodo, ciò vuol dire in concreto: se si vuole avvicinarsi un po’ alla realtà, si deve rinunziare all’accettazione di princìpi irrazionali, cercando di spiegare il mondo muovendo da presupposti interiori. Dove un problema non può essere risolto, perché ad esempio il nostro potere conoscitivo è limitato, non è lecito accettare spiegazioni che muovano da premesse irrazionali. Piuttosto, si dovrebbe rinunciare a rispondere al quesito. Il rifiuto dei miracoli (e dell’irrazionalismo che li sottende) ha pertanto una funzione purificatrice, catartica. Non ogni spiegazione ha lo stesso valore posizionale, non ogni assurdità merita la definizione di ipotesi. Si applica qui un principio della metodica scientifica, conosciuto come rasoio di Ockham. Esso prende il nome dal filosofo inglese Guglielmo di Occam (1285–1347) ma, rispetto al contenuto, si fa risalire ad Aristotele. Il rasoio di Occam significa l’applicazione d’un principio di economicità nell’interpretazione del mondo. In linea di principio, sono da preferire quelle spiegazioni che chiariscono le relazioni col minor numero possibile di ipotesi. Ecco un esempio: voi siete svegli, di notte, e udite sopra di voi, nell’impalcatura del tetto, un rumore sospetto, come uno scricchiolio. Supponete magari che questo sia dovuto a qualche tensione del materiale nella costruzione del tetto, oppure che uno scoiattolo dall’albero vicino abbia trovato accesso al vostro tetto. Sarebbero spiegazioni generalmente accettabili, con poche eccezioni, sufficienti: misurate e parsimoniose. Non fosse che, giacendo sul vostro letto, potreste pure immaginare che degli extraterrestri stiano fluttuando sulla vostra casa dentro una silenziosa astronave e, con una ignota tecnica sma- Gesù di Nazaret: un figlio di Dio demistificato 131 terializzante, coprono lentamente il vostro tetto, per poi rapirvi e trasportarvi sulla stella Alpha Centauri. Questa interpretazione ha bisogno di molte implicazioni: non è né semplice né economica. Bisognerebbe infatti presupporre che esseri extraterrestri esistano, che dispongano di navicelle spaziali, che con esse possano raggiungere la Terra, che possono librarsi silenziosi, eccetera eccetera. Al mondo reale voi sareste costretti ad aggiungere una serie di ipotesi (ed entità), affinché la vostra costruzione esplicativa possa reggere. Secondo il rasoio di Occam, pertanto, questa spiegazione è la peggiore. Il principio metodico di Occam elimina avvisaglie esplicative fantasiose ed ipotesi malamente verificabili, simili a fastidiosi peli di barba sporgenti. E questo principio basilare si è dimostrato straordinariamente fecondo per la conoscenza e la descrizione del mondo. Il principio di economia, applicato alla problematica dei miracoli, vorrebbe dire che occorre dare la preferenza a quelle spiegazioni che reggono e convincono senza bisogno di ipotesi incomprensibili. Molto più semplici, più che ipotizzare una violazione delle leggi naturali, sarebbero intime interpretazioni psichiche: ad esempio, che le storie di miracoli sono tutte quante leggendarie, che esse furono assimilate dal coevo mondo circostante, che i suoi seguaci, o anche Gesù stesso, si sbagliarono oppure si illusero, che illusione o autosuggestione vi ebbero un certo ruolo. Queste spiegazioni sono in tutti i casi metodologicamente più valide che la postulazione d’un mondo parallelo, con l’esistenza reale di figure mitologiche. Alle persone religiose, tuttavia, tale procedimento riesce assai difficile. Perlopiù, i cristiani comprendono l’argomento meglio, quando a questo proposito si parte non dai miracoli di Gesù, ma dai prodigi d’un qualunque taumaturgo antico, o anche contemporaneo. Oppure, per esempio, dall’asserto di ambienti esoterici di possedere la capacità di stabilire contatti coi defunti. Qui sarebbe necessario accettare anche un mondo parallelo completo, ammettendo la combinazione d’una infinità di presupposti, ciascuno dei quali sarebbe da solo più che discutibile. Nel senso del rasoio di Occam, sarebbe Gesù taumaturgo ed esorcista 132 allora preferibile un’interpretazione che riconduca tutto l’abracadabra magico ad una fantasia eccessiva, alla tendenza diffusissima tra gli umani all’auto-suggestione, o soltanto ad interessi finanziari. Ogni cristiano intuirebbe subito l’assurdità di sedute spiritiche, ciascuno respingerebbe bruscamente l’oroscopo del destino letto dagli astri: vedrebbe come superstizione non solo i miracoli di altre religioni ma, alla stessa stregua, quelle religioni stesse. E naturalmente elogerebbe l’acume e la forza corrosiva del rasoio di Occam, raccomandandolo ad altri. Solo tenendo lo sguardo fisso alla sua propria fede, costui continua ad andare in giro con la barba lunga. Il principio di economicità è un metodo, nient’altro che un metodo. Non vi si propagano contenuti determinati; non cade alcuna decisione su ciò che è o non è. Di per sé, il metodo non intende fissare che una determinata direzione esoterica è (univocamente!) errata. Eppure essa, sul variopinto mercato delle affermazioni, mette a confronto accuratamente i prezzi, riconoscendo che diverse merci sono decisamente di scarsa qualità, essendo a troppo buon mercato. Perciò cadono nel vuoto quelle accuse per cui la scienza stessa rappresenterebbe soltanto una posizione precisa, essendo essa stessa una forma di ideologia. Questa stupidaggine si deve purtroppo leggerla senza tregua; ed è la prova che, in ultima analisi, il problema non è stato compreso. E si vuole pretendere, per contro, una visione del mondo che dovrebbe tanto – per piacere! – avere riguardo per posizioni “emotive”, oppure “a misura di fede”. Fedeli religiosi ed esoterici considerano tutto ciò un’integrazione necessaria per un’idea del mondo “decapitata”, oltre che “unilateralmente meccanicistica”. Sennonché, quello che in tal senso si presenta tanto moderno, è una storia vecchia, davvero antiquata. Modi di pensare religiosi e irrazionali hanno indubbiamente improntato i 6000 anni trascorsi, anche molto più indietro nella preistoria. Ciò che oggi si dovrebbe smerciare come fittizia soluzione, è in fondo il problema stesso. Proprio perché il pensiero è stato compresso per millenni, irretito da dogmatiche e vincolato da rappresentazioni religiose, che non era Gesù di Nazaret: un figlio di Dio demistificato 133 lecito né indagare né mettere in discussione, non vi sono stati progressi di alcun tipo per così lungo tempo. Proprio perché per tanto tempo si è creduto alle assurdità di presunte autorità; non vi sono stati sviluppi nuovi, per esempio nella medicina, nell’astronomia, nelle scienze della natura. Solo quando si cominciò ad esaminare il mondo con occhi empirici e sgombri da pregiudizi, solo quando si cercò di osservare la natura senza metafisica, guardando il mondo senza sovrastrutture, solo quando ci si affidò più alla ragione che alla fede, solo allora si sono ottenuti i grandi successi: quelli che in duecento anni hanno cambiato il mondo più che nei 6000 anni di storia. Quegli spiriti, che da una sorta di neo-irrazionalismo vengono evocati da ambienti religiosi ed esoterici, non sono che i fantasmi esorcizzati di un’epoca trascorsa, i dittatori disarcionati da una coscienza tenuta sotto tutela. Abbastanza a lungo costoro hanno deciso le sorti del mondo, non producendo altro che stasi, inerzia e dogmatismo. Essi hanno avuto la loro opportunità. E’ stato piuttosto difficile toglierseli di dosso, e non si dovrebbe permettergli di rientrare. E non si dovrebbe lasciarsi rifilare come progresso la ricaduta nel Medioevo. Due cose però, dopo le argomentazioni fatte, sono assolutamente da tener presenti. Primo, che con le teorie insensate non si condannino anche le persone che le esternarono. Proprio perché l’esperienza insegna che la personalità di ogni individuo è una struttura complicata e sottile, formandosi e trasformandosi per una molteplicità di motivi, di esperienze ed incontri, ed inoltre perché la persona rappresenta sempre qualcosa di più della propria visione del mondo, ebbene, si dovrebbe avere riguardo per questi due aspetti: liberare l’uomo dalle sue irrazionalità e, al tempo stesso, apprezzarlo e rispettarlo in quanto persona. Mentre la prima cosa ci sarebbe raccomandata come compito, la seconda ci è proposta come dovere. E si ricordi pure che in tutte le religioni, tra gli esponenti di tutte le tendenze politiche e tra i discepoli di tutti i presunti “salvatori”, ci sono sempre uomini che cercano di condurre un’esistenza responsabile e umanitaria, e magari ci riescono. La conoscenza autentica Gesù taumaturgo ed esorcista 134 è forse questione del futuro; condurre una vita responsabile è piuttosto questione di carattere. E’ una circostanza fortunata che le due cose vadano insieme. La seconda cosa, che dev’essere ancora rilevata, qualcuno potrebbe averla già sulla punta della lingua. Come la mettiamo con cose che fin qui non possono essere dimostrate, ma che forse sono tuttavia vere? Il metodo sopra descritto non è una strategia di immunizzazione, non ostacola forse (con tutta la buona volontà) nuove conoscenze? Non è insomma esso pure un po’ ideologico? Non potrebbero esservi cose, che pure esistono, che tuttavia vengono qui liquidate avventatamente con un rimando alla magia? In linea di principio, la critica ideologica non può mai essere sbagliata, e naturalmente è consigliabile anche di fronte a quelle persone che si sentono libere da ideologie. Naturalmente, la scienza deve sempre contare su nuove conoscenze; esse sono addirittura il suo lavoro quotidiano. Fa dunque sempre parte di ciò una certa sincerità, anche di fronte a teorie che appaiano discutibili. Ma dovrebbe essere una franchezza critica. E l’onere della prova ce l’ha colui che afferma qualcosa, che vale come non generalmente accettata nel senso di “opinio communis”. Chi ritiene davvero possibili demoni o miracoli, ha per l’appunto anche il dovere della prova. Semplici testi, solo tradizioni, per quanto possano trarre origine da scritti sacri, non possono mai attestare una rottura delle leggi naturali. Sono qui d’aiuto, oltre alla critica storica, i princìpi fondamentali di analogia e di correlazione (Ernst Troeltsch), che, per dirla alla buona, accettano come accaduto un evento storico soltanto quando sia in sé plausibile e intelligibile, e quando coincida col nostro bagaglio di esperienza. Per dirla tutta schietta: dato che oggi non ci sono più miracoli, si può dare per scontato che così fosse anche in epoche passate. L’ostacolo del dovere della prova non può essere risparmiato a chi afferma l’esistenza di cose che si pongono oltre l’orizzonte sperimentale. E questi non possono respingere la domanda delle prove come Gesù di Nazaret: un figlio di Dio demistificato 135 sconveniente o non adeguata al problema, come amano fare i circoli esoterici e religiosi, dove la richiesta di prove documentali viene giudicata quasi come un’offerta immorale. Non è lecito farsi ingannare da siffatte smancerie: nel grande traffico, sull’autostrada delle visioni del mondo, circolano semplicemente troppi viaggiatori visionari. Anche teologi progressisti amano flirtare con l’impossibilità di emettere decisioni sicure al cento per cento, nel campo della storia. Per la verità, quasi tutti sottolineano che non si dovrebbe dipendere dai miracoli; al contrario, che la fede dovrebbe poggiare invece sull’annuncio, sulla fede della Chiesa, su Cristo stesso, o su una scelta esistenziale. Ciò nondimeno, col piede essi tengono aperta una porta secondaria, una via di scampo metafisica a favore della fede nei miracoli. Ed in effetti, oggi come in passato, questa fede gioca sempre un ruolo importante per i credenti. Teologi e parroci che affermano l’inesistenza dei miracoli, ammettendo implicitamente che neanche Gesù ne fece, si scavano la propria fossa professionale. Per questo motivo si sta molto attenti alle circostanze effettive, alle situazioni reali dei credenti e delle rispettive Chiese. Nei commenti esegetici, e soprattutto nei libri di teologia sistematica, quando si tratta il tema dei miracoli, si configura spesso una vera e propria danza sulle uova, che ad un livello di astrazione più alto, o presunto tale, non fa che simulare un certo significato degli enunciati. In nessun altro spazio, in campo teologico, vengono lanciati tanti candelotti nebbiogeni come quando si parla di miracoli e di resurrezione. Persino gli studiosi neotestamentari, piuttosto sobri e spassionati, lavorando con metodi storici ormai riconosciuti, si lasciano andare qui, di tanto in tanto, ad un religioso lirismo, somigliante a quello che si conosce d’altronde nei loro colleghi dediti alla dogmatica. Ci siamo un po’ allontanati, intanto, dalle nostre riflessioni sulla vita di Gesù. Ma è proprio trattandosi di miracoli, tuttavia, che ciò era assolutamente opportuno. Ulteriori considerazioni teoretiche seguiranno in altre occasioni. Gesù taumaturgo ed esorcista 136 L’insegnamento di Gesù era davvero nuovo? Nella coscienza dei credenti, Gesù ha dato prova del suo essere figlio di Dio non solo mediante molteplici miracoli, con la forza del suo annuncio, ma creando altresì qualcosa di completamente nuovo, non solo nei confronti con l’ebraismo. Egli predicò con autorevolezza (non come solevano fare gli Scribi), in maniera tale che il popolo ascoltava attonito i suoi discorsi. Si vedeva lo spirito di Dio operante in lui. La sua pretesa divina si sarebbe manifestata anche in un’etica nuova. Una concezione legalistica, solidificatasi nel giudaismo, egli l’avrebbe rimpiazzata a vantaggio degli uomini con l’assicurazione dell’universale amore di Dio. Con la forza della sua autorità, prendendo le distanze dal Giudaismo, avrebbe annunciato l’amore del prossimo, anzi addirittura l’amore per i nemici, creando così qualcosa di inedito. Questa tradizionale visione dei credenti trova il suo sostegno nelle dottrine della Chiesa, e si riscontra nella sintonia con le professioni di fede. Contro questa rappresentazione, tuttavia, la ricerca neotestamentaria ha sollevato gravi obiezioni. Gesù, oggi, viene visto molto più nettamente dentro i parametri dell’Ebraismo e della teologia ebraica, e molto meno quale annunciatore di un’etica nuova. Ciò che oggi, nella coscienza dei credenti, è sentito ancora come rivoluzionario nella sua predicazione, era predeterminato per molti versi nell’Ebraismo o nel mondo culturale ellenistico. Più di tutto, è nella letteratura rabbinica che si riscontrano molti paralleli coi contenuti centrali del suo annuncio; e se, in passato, Gesù era ancora il possente araldo d’una dottrina del tutto inedita, oggi lo si vede come una voce nel coro d’una vivente discussione tra rabbini. Hermann Samuel Reimarus, il professore del ginnasio di Amburgo, i cui “Frammenti d’uno sconosciuto” furono pubblicati da Lessing negli anni 1774–78, fu il primo a sostenere l’opinione (non si fidava ancora di esternarla ai suoi contemporanei) che Gesù col suo annuncio era rimasto interamente dentro i confini dell’Ebraismo. Sebbene molte tesi di Reimarus siano oggi considerate superate, tuttavia, coi Gesù di Nazaret: un figlio di Dio demistificato 137 L’insegnamento di Gesù era davvero nuovo? suoi scritti, egli diede un impulso decisivo alle indagini sulla vita di Gesù. Il giudizio di Reimarus, secondo cui Gesù rappresentò un’etica giudaica, trova ampio consenso, in forma modificata, anche ai nostri giorni. Con ciò progredisce pure una revisione dell’immagine dell’Ebraismo, quale ci si presenta negli scritti neotestamentari. Il Nuovo Testamento, in realtà, trasmette un’immagine distorta, pressoché caricaturale. Ai cristiani della prima generazione, infatti, premeva per diversi aspetti di differenziarsi rispetto agli Ebrei, i quali non erano disposti ad accettare come Messia il figlio di artigiani proveniente da Nazareth. Gli Ebrei diventarono dunque l’avversario, per cui, nella letteratura cristiana, anche Gesù fu trasformato già in un nemico degli ebrei. Deformazioni, caricature o svalutazioni, caratterizzano l’immagine degli Ebrei già nei Vangeli e nella letteratura epistolare. Il legalismo giudaico non deve assolutamente essere visto in maniera così negativa, come accade nei Vangeli. Per un ebreo devoto, la Legge non era un peso, bensì un dono di Dio. Il pensiero cristiano, secondo cui gli Ebrei dovevano essere liberati dal peso della Legge, non colpisce affatto nel segno, e manca totalmente il bersaglio. Anche l’opinione per cui la devozione ebraica sarebbe stata pietrificata in un esasperato legalismo casistico, oggi non si sostiene ormai più. Si è dimostrato invece che, nell’adempiere la legge giudaica, non si trattava affatto di singole disposizioni, ma che, per gli ebrei devoti, era costitutivo l’insieme della legge e la sua personale acquisizione esistenziale. La religiosità ebraica era più intima, più personale e, rispetto al prossimo, più responsabile di quanto sia stato ammesso da una retrospettiva cristiana. Anche i Farisei, che nei vangeli sono rappresentati nettamente come gli avversari di Gesù, vi figurano sotto forma di caricatura. Non devono essere intesi quali rappresentanti d’una religione legalistica, credula ed esangue nei folianti giudaici, insensibile verso lo spirito della Thora. In loro, si dovranno vedere piuttosto degli ebrei seriamente impegnati nel condurre un’esistenza che piacesse a Dio, 138 senza quelle insinuazioni cristianeggianti che hanno avvelenato durevolmente il rapporto tra queste due religioni, con l’unilaterale sofferenza degli Ebrei. Si deve in gran parte ai moderni teologi ebrei, come David Flusser, di aver ristabilito un correttivo a codesta deformazione bimillenaria. Gesù ha dunque creato una nuova etica? Ha annunciato sostanzialmente qualcosa di nuovo? Questa domanda, oggi, trova in generale una risposta negativa. Nell’annuncio di Gesù, nella migliore delle ipotesi, vengono evidenziate tendenze, che tuttavia devono essere intese come posizioni giudaiche interne, e che quindi non rappresentano alcuna opposizione all’ebraismo. Secondo Theißen, l’etica di Gesù è pura etica giudaica. Egli non avrebbe fatto, delle violazioni della Thora, leggi generalmente valide. “G. Kittel dimostra che, per tutte le singole istanze espresse nel Discorso della montagna, esistevano analogie nella letteratura dei rabbini. Tutto ciò che Gesù ha detto, è pensabile in linea di principio anche nell’ebraismo.” (Theissen/Merz, Der historische Jesus, S.315). Helmut Thielicke sottolinea che Gesù non avrebbe pronunciato “una sola parola che non si fosse potuta leggere prima di lui, almeno in forme somiglianti, nella letteratura rabbinica.” (H. Thielicke, Und wenn Gott wäre. Reden über Gott, S. 32). Anche Bultmann, nel suo libro su Gesù, non lo vede come portatore di un’etica nuova. Questo aspetto risulta evidente nella cosiddetta duplice offerta dell’amore, un topos etico palesemente centrale nell’annuncio di Gesù (Mc 12,28–34). Qui Gesù viene interpellato da uno scriba su quale sia il primo e supremo comandamento. Ed egli risponde proprio come ci si aspetta da un devoto ebreo: Il primo è: Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l’unico Signore, amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore e con tutta la tua anima, con tutta la mente e con tutta la tua forza. Il secondo è questo: Amerai il tuo prossimo come te stesso. Non c’è altro comandamento più grande di questo. Gesù di Nazaret: un figlio di Dio demistificato 139 Nella prima parte si distingue specialmente nel monoteismo, come esso appare nella preghiera ebraica certamente più celebre (accanto al padrenostro!), lo Sche’ma Israel, che gli ebrei devoti recitano anche oggi (Deuter 6,4). Il comandamento dell’amore per il prossimo (ama il tuo prossimo come te stesso), si trova nel Levitico 19,18. Nella sua risposta a Gesù, lo scriba lo ripete ancora una volta esplicitamente. Col nome di prossimo non ci si deve immaginare una persona qualunque (altrimenti lo si esprimerebbe diversamente) bensì, in sintonia con le concezioni ebraiche, persone appartenenti al proprio popolo. Nel Sermone della montagna, in Matteo, si trovano proposizioni che sottolineano ulteriormente questo fatto, che ai cristiani creano problemi ancora oggi. “Non crediate che io sia venuto per abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare compimento. In verità io vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà un solo iota o un solo trattino della Legge, senza che tutto sia avvenuto.” (Mt 5,17–18) Gesù rimarca la validità della Legge. Sennonché la Chiesa ha voluto interpretare Gesù proprio come abrogatore della Legge. E si procede con maggior vigore: “Chi dunque trasgredirà uno solo di questi minimi precetti e insegnerà agli altri a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel Regno dei cieli.” (Mt 5,19) In questo punto, le parole stesse (si presume) di Gesù testimoniano contro questo topos della teologia cristiana. Il presunto superatore della Legge insiste gagliardamente sulla rigida osservanza della Legge ebraica. Ad onor del vero, si deve ammettere che nella ricerca la storicità di questo passo è controversa, giacché la si può intendere quale apologia della prima comunità giudaico-cristiana che voleva attestare, con la libera creazione di questa storia, di non volersi porre al di fuori dell’Ebraismo. I cristiani che si considerano particolarmente devoti (cattolici o protestanti compresi nel ventaglio evangelico), si trovano dunque di fronte al problema: o Gesù ha detto effettivamente queste cose, e allora i cristiani sarebbero convinti colpevoli di violazione della Legge, avendo soppresso non solo una delle leggi minori, ma la Legge nel suo L’insegnamento di Gesù era davvero nuovo? 140 insieme (secondo il detto di Gesù non avrebbero più speranze per un posto privilegiato nel Regno dei cieli); oppure Gesù non le ha dette. In tal caso, essi dovrebbero ammettere la possibilità d’una parola di Gesù non autentica anche per altri passaggi della Bibbia. Non c’è da stupirsi del fatto che i devoti – pur divisi tra cattolici e protestanti –, valendosi di “interpretazioni” più o meno abili, finiscano per convergere, malgrado tutto, sulla curvatura dettata dalla dogmatica. Su questo, comunque, ritorneremo più avanti. Non è solo il comandamento dell’amore quello che si riscontra nell’ambiente di Gesù. Neanche l’amore per i nemici è un pensiero che Gesù abbia pensato per primo, nonostante che molti cristiani continuino a crederlo ancora. Già nell’Antico Testamento si trova la disposizione di restituire al proprio nemico il bue o l’asino smarriti (Es 23.4). Nel Libro delle Lamentazioni si trovano questi versi: “Porga a chi lo percuote la sua guancia, si sazi di umiliazioni” (Lam 3,30). Nei Proverbi di Salomone si legge: “Se il tuo nemico ha fame, dagli pane da mangiare,/ se ha sete, dagli acqua da bere/ perché così ammasserai carboni ardenti sul suo capo/ e il Signore ti ricompenserà.” (Prov 25,21–22). Dove, con la parola nemico, non è designato il nemico del popolo, contro cui Israele, in quanto popolo, conduce la guerra. Per nemico s’intende soltanto il cittadino appartenente al proprio popolo: l’israelita, il giudeo. Altrettanto vale per il comandamento Non uccidere, che è riferito unicamente a membri del proprio popolo. Nemici del popolo, per esempio soldati stranieri, potevano senz’altro essere uccisi, il che era anzi imposto in varie maniere. Ciò nondimeno, i cristiani interpretano l’amore per i nemici in senso universale, e credono di potersi così richiamare a Gesù. Gesù, però, pensava davvero in dimensioni tanto universali? Il dilemma, in realtà, non è così chiaro. Se Gesù si è sentito ebreo tra gli ebrei, quando manda i suoi discepoli dandogli esplicitamente il compito di non entrare nei territori pagani, quando si vede espressamente inviato tra le pecorelle smarrite della famiglia di Israele, se vi sono passi che gli fanno ribadire l’assoluta validità della Legge ebraica, quando il suo Gesù di Nazaret: un figlio di Dio demistificato 141 annuncio resta nell’ambito della cultura ebraica, se insomma egli si manifesta come particolarista giudaico, allora sarebbe assai strano se, con l’amore per i nemici, dovesse d’un tratto assumere una visione universalistica. E’ molto più verosimile pensare che, anche qui, egli rimanga nei confini della propria religione, e che per nemico s’intenda soltanto il connazionale di sentimenti avversi. Del resto, Marco non dice nulla su quanto riguarda l’amore per i nemici, e sembra che nemmeno lo conosca. Che Matteo ne rechi una visione universalistica, è questione quantomeno aperta. In senso univocamente universalistico sembra pensare solamente Luca, il quale scrive per i pagani convertiti. E questo non avviene per caso, considerato che, per la missione tra i pagani, un Gesù che pensasse in maniera particolaristica era semplicemente inservibile. Se voleva diffondersi davvero, il Cristianesimo doveva necessariamente spezzare le anguste catene dell’Ebraismo. E se i pagani dovevano essere convertiti al cristianesimo, allora non gli si poteva proporre solo l’usanza stomachevole della circoncisione ed una generica legge ritualistica; era necessario offrirgli, in più, un Gesù che rivolgesse il suo annuncio a tutti gli uomini: un amico di tutti i popoli, non solo un amico del popolo ebraico. Il fatto che, nella prima e seconda generazione dopo la morte di Gesù, si sviluppassero tendenze cristiano-giudaiche e cristiano-pagane ancora parallele (prima che le tendenze pagano-cristiane ne uscissero vincitrici) ha condotto a questo: che nei Vangeli si trovano anche parole di Gesù che sembrano confermare sia l’una sia l’altra visione delle cose. Il Gesù dei Vangeli appare insomma, in ugual misura, sia un universalista sia un particolarista ebraico. Se i Vangeli fossero stati scritti anche solo cinquant’anni più tardi, ogni accento particolaristico sarebbe stato probabilmente eliminato dalle loro pagine. Ma la linea di tendenza è inconfondibile: Gesù fu svuotato sempre più del suo radicamento giudaico, e fu reso utilizzabile alla funzione d’un universalismo cristiano. Anche le antitesi del Sermone della montagna vengono spesso interpretate come attestazione del nuovo, che sarebbe arrivato con Gesù. L’insegnamento di Gesù era davvero nuovo? 142 Nella ricerca, però, non tutte le antitesi vengono considerate gesuane; almeno le antitesi riguardanti l’uccidere, il commettere adulterio e il giurare, vengono perlopiù attribuite a Gesù. Esse sono formulate in una contrapposizione netta e chiara d’acchito: “Avete udito che ai vecchi fu detto […] Ma io vi dico […]”. Sennonché la formula Ma io vi dico viene usata anche per la discussione rabbinica nell’interpretazione della Legge. Con questo enunciato viene espressa un’interpretazione nel senso di: “Avete udito, che un tempo [sul Sinai] ai progenitori di Dio fu detto: Non uccidere […] Ma io vi dico [andando oltre, ma non in antitesi a ciò]: la Thora non viene interpretata, non criticata, non eliminata, essa viene trascesa.” (secondo Theissen/Merz, Der historische Jesus, S. 325) Nel suo libro su Gesù, Rudolf Bultmann ha così giudicato: “Gesù non ha contrastato la Legge, ma l’ha spiegata, dato che l’autorità della Legge era per lui ovvia e indiscutibile.”, Jesus, S. 46). Dalla presunta contrapposizione si giunge così ad una interpretazione, in questo caso ad un rafforzamento di quanto detto, ad un inasprimento della Legge. Anche le antitesi sono patrimonio intellettuale dell’Ebraismo; anche con esse Gesù si muove all’interno della propria religione. La cosiddetta regola aurea è un altro punto dell’etica di Gesù. Matteo la esprime così: “Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge e i Profeti.” (Mt 7,12) Anche per questo passo esiste una lunga serie di paralleli ebraici; e ve ne sono, per giunta, molti altri ricorrenti nel panorama della letteratura mondiale. In questa regola d’oro si può riconoscere addirittura una norma etica universale, che si ritrova in Confucio, nel Buddismo, nell’Induismo e nello Zoroastrismo. Tale pensiero affiora anche nella filosofia, in Platone e in Epitteto; in altra forma, anche in Kant. Questa regola, inoltre, è insita nel patri- Gesù di Nazaret: un figlio di Dio demistificato 143 monio essenziale di ciò che si trasmette pedagogicamente in rime per bambini, essendo radicata nella coscienza più comune. Gesù si sarebbe dunque riferito principalmente alla più generale consapevolezza, o avrebbe pensato ad equivalenti proposizioni giudaiche. E potrebbe non aver avuto neanche un lontano presagio delle molteplici reminiscenze filosofiche o di altre suggestioni religiose. Questa massima, in tutti i casi, non è espressione di un’etica specificatamente gesuana. L’atteggiamento di Gesù nei confronti della legge giudaica è stranamente ambivalente. Perché, se da un lato troviamo un’acutizzazione legalistica e un’assoluta insistenza nell’osservanza di essa, dall’altro lato ci imbattiamo anche in racconti che esprimono una posizione piuttosto liberale rispetto alla Legge. Ciò dipende, come già accennato sopra, dal convivere di comunità pagano-cristiane e giudaico-cristiane, nonché dal fatto che le comunità cristiane annacquarono i loro problemi, tematizzati nei racconti gesuani, diluendo il reale insegnamento di Gesù sicuramente in molti passi, o stravolgendoli addirittura nel loro contrario. La storia della tradizione può contribuire ulteriormente a chiarire il fenomeno. Nel più antico vangelo di Marco, infatti, l’annuncio di Gesù resta ancora singolarmente privo di profilo. Il Discorso della montagna Marco non può conoscerlo, dato che fu composto solo per mano di Matteo. Il duplice comandamento dell’amore Marco lo conosce, è vero; tuttavia l’amore per i nemici, assai stranamente, non è presente in lui. Neanche la “regola d’oro” viene riportata da Marco; e persino il Padrenostro manca nel suo racconto. Siccome Marco si mostrò qui improduttivo, Luca e Matteo attinsero gran parte del materiale etico dalla famosa fonte Q dei logia gesuani. L’origine e la composizione di questa fonte, però, anzi la sua esatta dimensione, non ci è nota. Se si suppone di sapere molto dell’annuncio di Gesù, allora, ad un esame più ravvicinato, parecchie cose diventano non credibili; e diverse ardite costruzioni di teologi sistematici, ma anche di scritturisti neotestamentari, appaiono insostenibili, fondate e con- L’insegnamento di Gesù era davvero nuovo? 144 fermate in misura insufficiente. Sono fondamenti problematici, questi, sui quali una religione universale ha edificato cattedrali e palazzi. La Chiesa cattolica potrebbe cavarsela ancora nel modo migliore, adottando un atteggiamento ambivalente di Gesù nei confronti della Legge giudaica. Siccome essa, rispetto al protestantesimo, ha una dottrina della giustificazione meno accentuata, sarebbe per essa più accettabile un Gesù che accentui maggiormente le leggi, e quindi le opere. Per i protestanti, è senz’altro più difficile. Il protestantesimo trova maggiori difficoltà già con alcuni passaggi nelle Lettere non paoline (per esempio con la Lettera di Giacomo), che suggeriscono una redenzione, o almeno una cooperazione, nel riscatto del peccatore, ottenibile attraverso opere di carità. Di più ancora con un Gesù, per il quale valesse soltanto la fede. In maniera particolarmente positiva sono perciò giudicati quei passi in cui Gesù mette apparentemente fuori gioco, o almeno la riduce nei suoi limiti, la Legge giudaica. Una posizione più libera Gesù sembra assumerla quando si occupa del sabato; e ciò si riconosce nella storia dei discepoli che strappano le spighe nel giorno del sabato, e in alcune guarigioni operate nel sabato, quali vengono raccontate già in Marco. Tutti gli evangelisti informano sulle trasgressioni di Gesù e dei suoi discepoli ai comandamenti del Sabato. Per questo motivo si possono prendere le mosse da un reale appiglio nella vita di Gesù. E magari si trova qui una ragione per cui, alla fine, si decise di uccidere Gesù. In ogni caso, non si può dire che Gesù avesse rifiutato il sabato in linea di principio. Al contrario, i suoi discepoli e lui stesso lo hanno apertamente rispettato, manifestando tuttavia una comprensione più liberale, più filantropica. Gesù contravviene al comandamento del sabato ogni qualvolta sembra esservi un’esigenza di umanità. Così, per esempio, nella guarigione della mano paralizzata nel giorno del sabato (Mc 3,1–6). Il narratore fa che la guarigione avvenga in una sinagoga. Per gli ebrei, essa diventa l’occasione di attentare alla vita di Gesù. “E i Farisei uscirono subito con gli erodiani e tennero consiglio contro di lui per farlo morire.” Anche per gli ebrei Gesù di Nazaret: un figlio di Dio demistificato 145 devoti, tuttavia, era assolutamente conforme alle regole del Sabato di aiutare, per esempio, animali caduti in pericolo. Anche l’autodifesa era consentita nel sabato, fino all’uccisione del nemico. Ma la guarigione dell’uomo dalla mano paralizzata non era una guarigione per pericolo di vita; ci sarebbe stato il tempo per aspettare la fine del sabato. Gesù ne era ben conscio, agendo in modo provocatorio. Così avvenne pure con la guarigione d’una donna inferma e che camminava tutta curva, in Lc 13,10–17. Anche qui la guarigione si svolge in forma dimostrativa, di sabato, nella sinagoga. Nella casa di un fariseo, infine, egli guarisce un uomo che soffre di idropisia (Lc 14,1–6). E motiva il gesto con le parole: “Chi di voi, se un figlio o un bue gli cade nel pozzo, non lo tirerà fuori subito nel giorno di sabato? E non potevano rispondere nulla a queste parole.” Non potevano, non foss’altro perché il salvataggio d’un animale caduto nel pozzo era in realtà ammesso anche di sabato, in ogni caso per un fariseo “normale” (per gli Esseni, che osservavano rigorosissime regole sabatiche, era tuttavia vietato ogni aiuto per salvare un animale di sabato). Anche qui si può chiedere: la guarigione non poteva aspettare ancora un giorno? Sennonché Gesù punta anche qui sulla provocazione. Vero è che non si pronuncia mai direttamente contro il Sabato, ma il suo comportamento sfiora pericolosamente i margini del possibile. Per molti, questa tolle ranza dev’essere stata già eccessiva. Nel raccogliere le spighe di sabato (Mc 2,23–38) non era in gioco nessuna guarigione. I Farisei accusano i discepoli di Gesù di avere strappato le spighe e di averle mangiate. Qui s’intende forse Gesù? Lui, comunque, si giustifica con la ben nota massima: “Il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato.” Anche con questa massima Gesù non dice nulla di nuovo, essendovi in proposito una serie di paralleli rabbinici. Ma forse, con tali azioni, egli ha messo a troppo dura prova la pazienza dei suoi avversari. In tutti i casi, con la sua liberale interpretazione, egli si è mosso sfidando rischiosamente il comandamento del sabato. L’insegnamento di Gesù era davvero nuovo? 146 Indubbiamente, Gesù provocò allora i contemporanei col suo compor tamento. Nell’intento di aiutare la gente, egli mitiga comandamenti rituali, peraltro senza abolirli nel loro complesso; in maniera autoritaria, è capace di non tener conto del sabato, senza polemizzare contro la consuetudine in quanto tale. Nonostante una più conscia e più libera interpretazione della Legge in situazioni concrete, per lui era fuori discussione che, in linea di principio, la Legge dovesse essere osservata. Gesù non era un rivoluzionario, né in senso politico né in quello cultuale. Il Sabato era sacro anche per lui. E sacro fu ancora per i primi cristiani in Palestina. Anch’essi restarono fedeli al culto nel tempio, ottemperando al sabato e alla Legge giudaica. Giacomo, fratello carnale di Gesù e per alcuni anni guida della prima comunità a Gerusalemme, viene perciò definito “il Giusto” persino da Giuseppe. Egli e i primi ebrei cristiani poterono richiamarsi a Gesù, per ciò che riguarda la sua fedeltà alla Legge. Nondimeno, con l’influsso sempre crescente dei pagani cristiani, e con la progressiva scomparsa del cristianesimo ebraico, la Legge e il Sabato ebbero un ruolo sempre più esiguo. Tale processo avanzò al punto che, al posto del sabato ebraico, subentrò la domenica cristiana. E anche qui si dovrà di nuovo tenere per fermo: ciò non avvenne in sintonia con la volontà di Gesù. Il Gesù storico fu un ebreo tra gli ebrei, e giammai avrebbe dato il suo consenso ad una tale svalutazione del sabato. Il fatto che egli dovesse pagare con la propria vita, che la sua vita dovesse essere usata per scardinare la sua propria religione ebraica, ebbene, a questo non si sarebbe certamente mai rassegnato. La promozione di Gesù da ebreo devoto a primo cristiano fu niente di meno che uno stupro: una violenza operata nella storia spirituale. E fu un bene che Gesù non dovesse più vivere siffatta esperienza. Gesù di Nazaret: un figlio di Dio demistificato 147 Positività nell’insegnamento di Gesù Quasi quasi ci si sente costretti a prestare aiuto, a schierarsi in favore di quest’uomo, al quale la sua Chiesa giocò un tiro così brutto. Essa tradì le sue più intime professioni e convinzioni di fede, stravolgendo la sua religione e facendo, di un pio adoratore di Geova, un essere oggetto di adorazione; e questo già subito, dopo la sua morte, e fino alla nostra epoca. In modo tale che in lui ci sono parecchie cose che ci appaiono simpatiche. Tra queste, il comandamento dell’amore sta naturalmente al primo posto. Esso viene visto volentieri come la quintessenza di ciò che Gesù ha insegnato, sebbene questo consistesse piuttosto nell’imminente governo di Dio. E anche se il comandamento dell’amore era già impresso nell’Ebraismo, e sebbene si trovi in altri testi religiosi e filosofici, si fa sempre una bella figura ad accentuarne il valore. E’ un linguaggio che ogni essere umano comprende ed accoglie volentieri. I testi che trattano dell’amore fanno sicuramente parte di quanto è più degno di conservazione tra gli scritti della Bibbia, per altri versi tanto sopravvalutati. Ed in ciò non fa differenza il fatto che il pensiero dell’amore venga talvolta propagato da personaggi altamente discutibili, da opportunisti, profittatori e da adulatori spirituali, del tipo di Bhagwan Osho e di altri capi settari. Resta, in ogni caso, che Gesù ha interiorizzato e divulgato questo ideale dell’amore. Due limitazioni, peraltro, si devono pur fare. Abbiamo già visto come sia incerto se Gesù abbia inteso realmente l’idea dell’amore, se abbia pensato così universalmente l’amore per i nemici, nel modo che oggi noi gli accreditiamo. La concezione dell’amore per il nemico, infatti, è tanto più seducente quanto più la si concepisce priva di destinatari esclusivi. Pertanto, concretamente: Gesù di fronte ai Romani, che occupavano la sua terra e che col loro culto dell’imperatore rappresentavano per di più un costante pericolo religioso, pensava per davvero, esortando ad amare i nemici, anche a loro? Sono dubbi legittimi ed appropriati. L’insegnamento di Gesù era davvero nuovo? 148 In secondo luogo: l’amore così propagandato non vale globalmente, per il prossimo indifferenziato. Questo amore è sempre connesso col comandamento dell’amore di Dio. Si deve amare Dio ed insieme il prossimo. E spesso l’amore per gli uomini viene desunto e suggerito dalla fede in Dio, in maniera tale che può amare gli uomini soltanto colui che ama anche Dio. Gli esponenti della Chiesa rimarcano questo aspetto, oggi, con aria sempre di sufficienza, dai pulpiti e nei talk-shows. Chi vive senza riferimenti a Dio, si limita a condurre un’esistenza solo deficitaria ed egocentrica. Come se, nella storia, non si potessero trovare abbastanza prove e conferme del fatto che la religiosità non protegge affatto dalla crudeltà. E come se, per converso, non vi fossero molte persone che vivono in maniera eticamente responsabile, anche senza riferimenti religiosi. In Germania, per fare un esempio, le persone non religiose rappresentano già quasi una maggioranza nella popolazione: nella Germania orientale, ormai da lungo tempo. Domina forse, per questo, il caos, o una sorta di anarchia etica? Torneremo più avanti su questo tema; per ora basti accertare quanto segue: Gesù ha collegato l’etica con la fede in Dio. Un’etica futura, se e in quanto debba essere trasmessa per vie interculturali, deve necessariamente rinunciare ad una religiosa regressione dell’etica. Suscita inoltre simpatia, in Gesù, il suo scarso interesse per il rito, o meglio la sua consapevolezza, ove la situazione lo esiga, di accantonare questioni ritualistiche, come abbiamo visto nel suo modo di trattare il problema del sabato. Gesù non era un bigotto ipocrita, e nemmeno un feticista della liturgia. Quando la situazione lo impone, persino il sabato viene declassato a favore delle persone. C’è in lui un impulso umanitario, una noncuranza per l’esteriorità, associata spesso ad un alito di anarchia. Riguardo al “precetto cattolico” di non mangiare carne il venerdì, egli ne avrebbe probabilmente riso; e la letteratura che riempie intere biblioteche, riguardo al contenuto e al significato simbolico della comunione, gli sarebbe sembrata quantomeno sospetta. Gesù di Nazaret: un figlio di Dio demistificato 149 Oggi avrebbero pure qualcosa di simpatico i casi in cui Gesù (ciò che allora era inteso naturalmente come riprovevole) veniva descritto come “mangione e beone”. Per noi, gli asceti sono sospetti. Gesù non fu un asceta, e sapeva provare piacere anche per le cose profane della vita. In ciò si differenzia amabilmente da Giovanni il Battista, quel ringhioso profeta della fine del mondo che, venendo dal deserto, si nutre solo di cavallette e miele selvatico, annunciando il giudizio finale col cilicio. E che per di più digiunava, e i cui discepoli pure digiunavano. Gesù non ha digiunato, e neppure ha incitato i suoi discepoli a farlo. Per questo motivo egli viene attaccato senz’altro dai Farisei che digiunano (e rispettivamente i suoi discepoli per lui). Nel III e IV secolo, molti anni dopo la morte di Gesù, si formò in Egitto e in Siria il primo mona chesimo, che nel corso dei secoli avrebbe assunto grande importanza. E’ questa una delle molte curiosità del Cristianesimo: nacque infatti un movimento straordinariamente influente, che elevò l’ascesi a principio universale, richiamandosi presuntivamente ad un Signore che, personalmente, era poco incline ad aspirazioni ascetiche; Gesù, per la verità, non avrebbe saputo che farsene delle molteplici macerazioni del corpo e dello spirito, di quelle mortificazioni spirituali e corporali che i monaci, spinti da una (spesso patologica) fantasia cristiana, andarono immaginandosi nel corso dei primi secoli “per la maggior gloria di Dio”. Quanta fatica sprecata! Quante pene d’amor perdute! E’ come se molte orchestre si fossero radunate per intonare un possente oratorio; non fosse che il Signore preferisce invece divertirsi, andando magari al cinema. In tutto ciò, già la prima generazione dopo Gesù si mostrò più rigorosa del suo Signore. Intorno all’anno 100, digiunare fu già un’usanza consolidata. E la Didaché (o Dottrina dei Dodici apostoli) decretava: “Il vostro digiuno non dovrà aver luogo in contemporanea con quello degli ipocriti; costoro infatti digiunano il lunedì e il giovedì; voi invece digiunerete il mercoledì e il venerdì.” (Did 8,1; cfr. Conzelmann, Geschichte des Urchristentums, S.101). A prescindere che L’insegnamento di Gesù era davvero nuovo? 150 qui, con l’epiteto di ipocriti, s’intendono gli ebrei … ad una siffatta presunzione religiosa Gesù non si sarebbe mai spinto. Sennonché le cose erano in movimento, si aveva palesemente la sensazione che il digiunare fosse consono alla fede (o addirittura una necessità) e, da ultimo, in sintonia con la volontà di Gesù. Le Chiese, in particolare quella cattolica, con codeste pratiche, hanno sovente riversato il proprio sentire contingente, legato alle contingenze dell’epoca, in una dogmatica vincolante per tutti, lasciandosi spesso impressionare poco o punto dai dati di fatto. E naturalmente si trovavano – nell’Antico e nel Nuovo Testamento – molti passi che giustificavano anche l’ascetismo e molte altre cose ancora, nonostante che, trattandosi di ascesi e dell’ostilità al corpo da cui traevano origine, ci si orientasse spesso più verso il neoplatonismo, verso le correnti gnostiche e diversamente dualistiche, più che sulle stesse fonti bibliche. Anche sul problema del puro e dell’impuro, centrale per un ebreo, Gesù si mostra sorprendentemente moderno. Interpellato dai Farisei sulla questione, e sul fatto che i suoi discepoli mangiano con mani impure, cioè non lavate, quindi senza attenersi alle leggi giudaiche sulla purezza, così spiega: “Non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro. Ma sono le cose che escono dall’uomo a renderlo impuro.” (Mc 7,15). Questa proposizione, che a noi appare oggi tanto ovvia e che rivela un Gesù quasi illuminista, sarebbe stata per l’Ebraismo (lasciandola stare così, in questa assolutezza) quasi un principio esplosivo. Per alcuni studiosi (per esempio Käsemann) questo sarebbe un motivo per disconoscerla a Gesù, considerandola piuttosto una creazione più tarda della comunità. In essa, si esprimerebbe il contrasto della comunità cristiana con l’ebraismo. Altri ricercatori, che non contestano la frase di Gesù (per es. Theißen), la interpretano come espressione dell’ordine superiore della purezza etica rispetto alla purezza cultuale. Il che potrebbe adattarsi tanto al libero rapporto che Gesù ebbe nelle questioni del culto quanto alla sua etica orientata sulla persona. Gesù di Nazaret: un figlio di Dio demistificato 151 Oggi, sulla questione puro e impuro, noi, e anche le Chiese, non abbiamo più difficoltà. Il problema è considerato risolto, i precetti di purezza liquidati e superati. Gesù l’ha detto lui stesso, e così sta scritto nella Bibbia. Anche qui, tuttavia, è lecito dubitare che Gesù difendesse davvero una posizione così radicale, quale quella che qui gli si addossa. L’avesse fatto, la cosa si rispecchierebbe di certo più chiaramente nei Vangeli. Il completo distacco dalla giudaica antinomia tra Puro e Impuro, tra Sacro e Profano, Gesù non l’ha sicuramente compiuto; le posizioni delle Chiese a questo riguardo egli non le avrebbe difese. Dal suo coraggioso e flessibile rapporto con la Legge, con le categorie del Puro e Impuro, le Chiese avrebbero elaborato in avvenire una loro legge, del tutto inedita. Su questo tema, in un certo senso, Gesù aveva teso soltanto il mignolo; ma le Chiese si presero tutta la mano. Simpatico ci appare oggi, per giunta, il suo stare insieme con gruppi marginali della società del suo tempo: con gabellieri, pubblicani e peccatori. Qui gioca sempre un po’ di romanticismo sociale, giacché qualcuno che oggi abbia a che fare con gruppuscoli emarginati della società, con prostitute, vagabondi o bancari, urterebbe in un rifiuto non minore a quello di Gesù in quel tempo. A questo punto si ama collegare un’immagine di Gesù che vuole vederlo come un rivoluzionario sociale, quasi un combattente per la causa di diseredati e reietti. Sotto questo aspetto, è soprattutto Luca quello che sottolinea un Gesù “in cattiva compagnia” (Adolf Holl); gli altri evangelisti, evidentemente, non lo videro sotto questa luce. Solo in Luca si trova, accanto alle beatitudini, quel semplice “Beati sono i poveri” (un detto divenuto probabilmente storico), da cui Matteo, con diversa valutazione teologica, trasse un “Beati i poveri di spirito”, falsandone così il senso. La predicazione di Gesù era rivolta soprattutto ai poveri e alla gente semplice ed umile, come quella che egli incontrava in Galilea. A costoro egli promette e dedica l’egemonia divina, rivalutandoli così nei confronti delle istituzioni religiose ed economiche della società. E’ propriamente questo carattere sociale ciò che ha contribu- L’insegnamento di Gesù era davvero nuovo? 152 ito al successo del movimento gesuano: l’essersi rivolto alla grande massa popolare. Naturalmente, anche la ricusazione della ricchezza conquista il consenso dei poveri. Non v’è dubbio che il cristianesimo fu, nei suoi primordi, un movimento dal basso, supportato in gran parte da gente povera, ghettizzata ed emarginata, e da donne. Certo, una religione aristocratica non avrebbe mai potuto diventare una religione mondiale. Addirittura moderno si considera appunto il rapporto di Gesù con le donne. Nella patriarcale società ebraica, egli intrattenne con le donne un rapporto evidentemente molto più libero di quanto si sarebbe potuto aspettare. Nell’ambiente giudaico di Gesù, infatti, la donna non contava molto. Essa era una creatura di seconda classe, una persona nata di seconda mano, creata dal maschio e fatta per lui, priva di diritti. Nella liturgia dell’ebraica preghiera mattutina si recitava: “Sii lodato, Eterno, nostro Dio, re del mondo, per non avermi creato femmina.” Le donne erano considerate incorreggibili; in giudizio, la loro testimonianza non aveva alcun valore, e i rabbini ne stavano alla larga. Nella tradizione gesuana, tuttavia, le donne compaiono spesso, almeno marginalmente. Esse non mancano tra gli ascoltatori delle prediche di Gesù; le loro vite ricorrono nelle sue parabole, e sembrano avere sostenuto materialmente Gesù in varie circostanze. Probabilmente, lo seguirono addirittura in certi momenti, come ipotizzano per esempio Theißen e (ovviamente) l’odierna teologia femministica. Al cospetto degli scribi, Matteo fa dire a Gesù: “In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio.”(Mt 21,31) In Luca, egli si lascia non solo toccare, ma anche baciare da una ben nota peccatrice (Lc 7,36–50, sebbene l’episodio sembri costruito). Per opera di Gesù, vengono tramandate molte guarigioni di donne. Nella misura in cui questi passi, o queste tendenze, sono autentici (salta all’occhio che il vangelo più antico non ne parli, e che al contrario sia Luca a mettere in luce le figure femminili), Gesù avrebbe mostrato un atteggiamento assai spregiudicato verso le donne, ciò Gesù di Nazaret: un figlio di Dio demistificato 153 che nel suo ambiente aveva sicuramente suscitato malumori e critiche. Evidentemente, anche nelle prime comunità cristiane, le donne avevano un ruolo forte, in ogni caso una funzione molto più rilevante che in epoche successive. Tendenze ad una più spiccata accettazione sociale e religiosa, come quelle presenti e riconducibili a Gesù, furono poi presto ritrattate dalla Chiesa. La gerarchia ecclesiastica, nella forma che ne seguì, fu fin dall’inizio maschile ed esclusivamente maschilista. Per quanto riguarda la sessualità di Gesù, nei vangeli non ve n’è traccia. Questo aspetto, che per le biografie moderne assume una rilevanza spesso grande (fin troppo), non ha palesemente alcun ruolo per gli autori dei Vangeli. Eppoi, per la Chiesa che si sarebbe formata nel prosieguo, la sessualità era un problema addirittura disdicevole o inappropriato, dato che il Dio ambulante sulla terra doveva essere naturalmente esente da desideri, impulsi o affetti di qualunque genere (anche in questo riguardo, tuttavia, il vecchio vangelo di Marco rappresenta un Gesù più umano). Guardando però Gesù come persona, sarà almeno lecito porre la questione del suo orientamento sessuale. Un uomo nel fiore degli anni, che però non era sposato, che vaga per la regione con un manipolo di uomini, e col quale, al momento dell’arresto, si intravvede un ragazzo fuggire nudo … sono forse accenni ad una omosessualità di Gesù? E d’altro canto: un uomo, che ha evidentemente un buon rapporto con le donne, anzi ha contatto persino con prostitute … si dovrebbe insinuare che i suoi contatti con prostitute fossero soltanto di natura pastorale, e che solo in seguito fossero stati, per così dire, spiritualizzati attraverso la comunità? Certo, si vorrebbe saperne di più, ma tutto resta sul piano della speculazione: le fonti, su questo punto, non offrono alcuna informazione attendibile. E che si aprano fonti inedite, che per esempio dalle sabbie dell’Egitto venga alla luce un antico papiro, è quantomeno assai improbabile. Si può presumere che questo problema, così importante per le biografie moderne, non si lascerà risolvere nemmeno in futuro. Per le Chiese, potrebbe essere certamente una benedizione. L’insegnamento di Gesù era davvero nuovo? 154 Eppure sarebbe stato un grande bene, per la storia del cristianesimo, se Gesù fosse stato sposato e avesse avuto figli. O se, quantomeno, avesse vissuto nel rapporto con una donna. Sarebbe stato, con ciò, parecchio più umano, e non sarebbe stato altrettanto idoneo ad una sacralizzazione. Di lui, non si sarebbe potuto fare così facilmente un Gesù asessuale e asettico (Augstein). E’ da presumere, inoltre, che anche la posizione della donna nel mondo cristiano si sarebbe sviluppata in forme più gentili. Molti passaggi misogini dei Padri della Chiesa, nettamente spregiatori della donna, non sarebbero stati scritti con tanta leggerezza, qualora il Maestro stesso fosse stato coniugato. D’altro canto: guardando al discepolo Pietro, è certo che fosse sposato, e che portasse addirittura con sé sua moglie nei suoi viaggi missionari. Osservando poi quanto poco riguardo i suoi presunti successori avrebbero avuto per questa circostanza, constatando come ogni femminilità e sessualità sarebbe stata poi rapidamente demonizzata, si dovrà pure ammettere che anche l’esempio di Gesù avrebbe cambiato poco o punto a questo riguardo. Anche per questo aspetto, la Chiesa avrebbe sicuramente riaggiustato l’immagine di Gesù, conformandola alla proprie esigenze. Una posizione assai peculiare occupa nei vangeli Maria Maddalena. Non soltanto essa viene chiamata per nome tra le donne che seguivano Gesù, descritta come guarita da lui, ma anche iniziata da Gesù nell’insegnamento. Maddalena affiora in diverse fonti tradizionali; durante la crocifissione, essa sta a guardare da lontano. E’ lei la prima testimone della risurrezione, comunque nel vangelo di Marco (mentre Paolo nomina Pietro quale primo testimone). Sulla figura di Maria Maddalena, già nel mondo antico, si è sbrigliata la fantasia: nella letteratura e nelle arti, essa venne trasfigurata presto nella compagna di Gesù. Un motivo che fino ai nostri giorni continua ad essere modulato allegramente e, sul piano economico, con lo straordinario successo toccato ai romanzi dell’autore di bestseller Dan Brown (“Sacrilegio”). Sennonché, ciò che è permesso al letterato, cioè di prendere spunto da una tradizione reale, per poi dipanare il filo narrativo nel regno Gesù di Nazaret: un figlio di Dio demistificato 155 della fantasia poetica, allo storico è rigorosamente vietato. Sono infatti interdette speculazioni che non siano orientate su fonti troppo lontane dagli accadimenti. In ultima analisi, non è possibile dire perché Maria Maddalena sia ricordata tanto spesso nei Vangeli, e nemmeno che tipo di rapporto avesse avuto con Gesù. Se fosse meretrice, amante, o soltanto discepola: anche questo, probabilmente, non si potrà acclarare mai più. Ambiguità nell’annuncio gesuano Per quanto positivo possano sembrare, anche per i non cristiani, l’annuncio dell’amore del prossimo, il rapporto spregiudicato di Gesù con la legge, la sua inclinazione per i poveri e i diseredati, le sue relazioni così moderne con le donne, … – alla fine, là dove un uomo vive ed opera, non potrà non essere riguardato sempre anche con i suoi limiti e nei suoi aspetti negativi. Vero è che i dogmatici si danno un gran da fare, da duemila anni, per proporci un’immagine di Gesù senza macchia. Nell’agnello di Dio essi non trovano ombra di difetti. Ed è sotto questa luce che i cristiani leggono in tutto il mondo la Bibbia, ed è così che Cristo viene annunciato dai pulpiti. Ciò nondimeno, già il cristiano un po’ critico, leggendo i vangeli, nelle parole e nelle rappresentazioni di Gesù, s’imbatte in diversi momenti che appaiono dubbi e problematici. Per di più, la ricerca neotestamentaria ha messo a nudo i limiti, talvolta angusti, di questo Gesù di Nazaret, rendendolo visibile e rappresentandolo appunto come figlio del suo tempo. Gesù fu particolarista, e non intese proclamare un’etica per il mondo. La sua predicazione non era indirizzata a persone al di fuori del mondo ideale ed esistenziale dell’Ebraismo. E deve essere compreso solo muovendo dal suo personale orizzonte immaginativo. Il suo annuncio non era destinato a noi. Vedeva se stesso unicamente inviato alle pecore smarrite della casa d’Israele. Le sue prediche, il L’insegnamento di Gesù era davvero nuovo? 156 suo messaggio, il suo insegnamento – ivi compreso il comandamento dell’amore –, devono essere visti nella luce di questi confini ben circoscritti. Solo i primi pagani cristiani, solo Paolo e la Chiesa primitiva, fecero saltare questa cornice angusta, aprendo quasi i portoni della sinagoga alla vista del mondo. Nelle intenzioni di Gesù, però, tutto ciò non c’era ancora. Quale figlio del suo tempo, Gesù condivise anche una credenza nell’inferno unita al suo mitico dualismo. Egli intimorisce e minaccia di frequente con l’inferno, evocando spesso quel pianto e stridore di denti che vi regna. (Mt 24,50–51, Lc 10,12–15, Mt 10,15;23,33). In contiguità di contenuti implicanti la fede nell’inferno, si trova in Gesù anche la fede nel diavolo. Anche questa fede Gesù la trovò bell’e pronta nell’ambiente che lo circondava. Nell’antica Israele, tuttavia, essa non esisteva ancora. Per i primi Israeliti sarebbe stato impensabile che, accanto al Dio onnipotente, subentrasse una seconda persona, addirittura un antagonista. Si credeva che anche il male, pure esistente al mondo, fosse in qualche modo operato, o almeno controllato da Dio. Nell’Antico Testamento, pertanto, il diavolo praticamente non c’è. Dove, negli scritti più tardi, affiora la parola Satana, per esempio in Giobbe, non s’intende un essere assoluto, indipendente, bensì un Dio, un accusatore (Satan significa infatti accusatore) subordinato a Dio, incaricato di accusare gli uomini, davanti a Dio, in un immaginario tribunale. Così, nel Libro di Giobbe, si trova il racconto di Satana, letterariamente interessante, ma eticamente assai problematico; Satana riceve il potere di tormentare l’irreprensibile Giobbe con supplizi e rovesci di fortuna, per metterlo alla prova, per vedere se rimane imperterrito, ligio o no alla propria fede. Un gioco barbarico, certamente; ma Satana, qui, non è ancora un principio maligno (I Cronache 21,1 e Zaccaria 3,1). Anche il serpente in paradiso non è mai inteso, nell’interpretazione giudaica, come simbolo del Diavolo, o come uno dei suoi aiutanti, nemmeno quando la fede nel demonio, in epoche successive, sarebbe stata generalmente accettata. Gesù di Nazaret: un figlio di Dio demistificato 157 Ma poi, in che modo entrò generalmente nell’ambiente del Nuovo Testamento la fede nel Diavolo? L’immagine del mondo mitico-dualistica ebbe il suo principale punto di partenza nelle antiche religioni della Persia, che conoscevano una brusca distinzione tra un principio buono e uno malvagio, entrambi in lotta perenne, dato che il mondo si divideva, per così dire, in una sfera buona ed una cattiva. E fu appunto a partire dall’esilio babilonese che gli Israeliti vennero in contatto più stretto con la concezione manichea del mondo persiano. Accanto al principio buono si collocò un principio del male, al fianco di Dio comparve il Diavolo. Ma ciò avvenne solo col tempo: l’idea del diavolo, in Palestina, fu una comparsa tardiva, essendo il diavolo un prodotto religioso d’importazione. Nei vangeli, Gesù non tematizza la persona del Diavolo in maniera esplicita; implicitamente, però, la rappresentazione di un diavolo affiora sempre, senza interruzione, in sentenze singole e nelle parabole. Dopo il suo battesimo, Gesù viene tentato nel deserto dal Diavolo, raccontato in una storia fortemente intrisa di scene mitologiche. L’eroe aggredito dalla tentazione è un motivo ben conosciuto nella storia delle religioni. Il Diavolo gli mostra “tutti i regni del mondo”, e tenta di indurlo a rendergli omaggio. Nella parabola della zizzania in mezzo al frumento è il Diavolo quello che semina le erbacce, che dovranno essere bruciate. Nella parabola del giudizio universale Gesù dice: “Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno preparato per il diavolo e per i suoi angeli […] E se ne andranno: questi al supplizio eterno, i giusti invece alla vita eterna.” (Mt 25, 41+46) Gesù condivise le idee coeve sul Diavolo. Fosse nato un paio di secoli prima, sicuramente non l’avrebbe fatto. Certo è che, muovendo dalle ancora poche esternazioni nel Nuovo Testamento, la concezione cristiana del Diavolo si diffuse sempre più impetuosamente, guadagnando grande spazio ed influenza all’interno del messaggio cristiano. Già nei Padri della Chiesa questo motivo venne fortemente sviluppato e arricchito in senso negativo; il Diavolo venne stilizzato L’insegnamento di Gesù era davvero nuovo? 158 nel ruolo di antagonista di Dio, anche se alla fine (naturalmente) il principio buono avrà la meglio. La fede nel Diavolo è un esempio, vivo e triste insieme, di come idee religiose legate ai tempi (e naturalmente tutte le idee religiose sono in qualche modo influenzate dall’epoca rispettiva) possano guadagnare durevolezza per mezzo d’una fissazione nella scrittura. Non un eventuale contenuto è caratteristico di esse, bensì la casualità d’una situazione determinata, di un’epoca precisa, di un luogo definito. Una singola frase, forse buttata giù senza sovrappensiero in una epistola o in un vangelo, può produrre, in determinate circostanze, non solo intere biblioteche di letteratura interpretativa, ma provocare anche la formazione di partiti, di scissioni, portando ad ostracismi reciproci, o addirittura a guerre di religione. Non è lo Spirito santo, come affermano i cristiani, a rivelare e a garantire la verità religiosa, quanto piuttosto il risultato della cieca e casuale interazione di condizionamenti che poi, travestiti da verità, s’insinuano nel ballo in maschera della storia. Le ripercussioni storiche della follia religiosa che partorì un Inferno ed un Diavolo furono fatali. Quantunque il Cristianesimo non avesse inventato la fede nell’inferno e nel diavolo, certamente la rafforzò e la promosse col massimo zelo. La fede nell’Inferno si rivelò il mezzo più forte di disciplina, di ubbidienza e di repressione che le Chiese avessero mai avuto in pugno. Per quasi due millenni la Chiesa cristiana ha attizzato il fuoco infernale, ravvivandone senza tregua le fiamme, giacché, quanto più si dipingevano cupamente i terrori infernali, tanto più l’uomo, nella disperazione, si sentiva vincolato all’istituzione che faceva credere di poterlo preservare dalla perdizione. Che la Chiesa, con la propagazione della credenza nell’Inferno, indebolendo in definitiva anche il proprio messaggio di redenzione, fu un rischio che essa dovette pure correre. E si deve pure, con Gesù, porre la domanda su come egli stesso mettesse la sua fede nell’Inferno in armonia con le sue dichiarate tendenze all’umanizzazione. Oppure, con una domanda più diretta: che Gesù di Nazaret: un figlio di Dio demistificato 159 cosa vale ancora il pensiero di un Dio amorevole, se alla fin fine ci stanno un morire tra i supplizi e un’infinita sofferenza per la maggioranza degli uomini? Non è questa una contraddizione? E Gesù se ne accorse mai? In ogni caso, le Chiese (diversamente che in molti altri punti) possono a buon diritto richiamarsi al fatto che la loro fede nei diavoli e nell’Inferno fu condivisa già con Gesù. Mentre il cattolicesimo lo rimarca ancora oggi volentieri, negli illuminati ambienti protestanti domina in proposito un increscioso riserbo. Coi concetti di Inferno e Diavolo è strettamente intrecciata anche l’idea del Giudizio universale. Questa corrente di pensiero genera qualcosa di simile ad una Trinità negativa. Si tratta del giudizio di Dio. Il giudizio divino significa una resa dei conti alla fine dei tempi, in cui ciascun individuo – nonché popoli interi – dovranno comparire davanti al tribunale di Dio, per essere condannati o assolti. La teologia parla in proposito di duplice esito della storia dell’umanità. Salvezza o dannazione, Inferno o Paradiso, spumante o acqua comune: come nell’idea dualistica del mondo, anche qui non c’è differenziazione, nessuna graduazione. Il pensiero del giudizio finale è determinato da un implacabile concepire in bianco e nero, nonché da estreme minacce di punizione. E’ evidente che Gesù ha condiviso altresì l’idea del Giudizio. La quale prosperava non solo nel suo ambiente: anche il suo presunto maestro Giovanni Battista aveva in programma, come punto focale del suo annuncio, l’incombente tribunale della collera di Dio. In questo riguardo, Gesù lo seguì appieno. E così si finge spesso di non vedere come – sullo sfondo della sua “lieta novella” – incomba la predicazione del Giudizio. La cosa si fa molto chiara nel discorso sul giudizio finale, che si trova in Matteo. “Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria. Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli. Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore L’insegnamento di Gesù era davvero nuovo? 160 dalle capre. E porrà le pecore alla sua destra e le capre alla sinistra. Allora il re dirà a coloro che saranno alla sua destra: Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi.” Allora i giusti gli risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?”. E il re risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto ad uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me.” (Mt 25,31–45) Questo passo trova molteplici applicazioni nelle chiese, più di tutto a causa dell’ultima frase “Tutto quello che avete fatto ad uno solo, l’avete fatto a me”. Il cristiano amore per il prossimo trova qui un’importante motivazione biblica, ed in più si pronuncia qui la speciale vicinanza di Gesù ai poveri e derelitti, agli infermi, agli offesi. Nessuna meraviglia, quindi, sul fatto che su questo passo della Bibbia si seguiti a predicare senza sosta, e che esso sia sentito da molti cristiani ricolmo di consolazioni. Eppure si sorvola facilmente sul fatto che qui si tratta d’una situazione giudiziaria, in cui è in gioco niente meno che la vita o la morte dell’imputato, tanto che Gesù continua: “Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli, perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, ero straniero e non mi avete Gesù di Nazaret: un figlio di Dio demistificato 161 accolto, nudo e non mi avete vestito, ero malato e in carcere e non mi avete visitato.” Anch’essi allora risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato o assetato o straniero o nudo o malato o in carcere, e non ti abbiamo servito?”. Allora egli risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi piccoli, non l’avete fatto a me”. E se ne andranno: questi al supplizio eterno, i giusti invece alla vita eterna”. (Mt 25,41–46) Fede nel Diavolo, rappresentazione dell’Inferno e verdetto finale sono qui congiunti in maniera tipica, e vengono unitamente propagati da Gesù. Che questa parabola del Giudizio finale venga ciò nonostante sentita dai credenti in modo positivo, dipende semplicemente da questo: essi stessi si associano inconsciamente alle pecore salvate, provando quindi poca compassione per quelli che non sono salvati. Tanto più che il destino di costoro viene qui rappresentato ancora come una punizione giusta. Il Vangelo, nei modi annunciati da Gesù, non è dunque – di per sé – una lieta novella. Per grande parte dell’umanità (Perché molti sono chiamati, ma pochi gli eletti, Mt 22,14), esso comporta nient’altro che condanna, dal momento che implica sempiterni supplizi infernali. Si può solo condividere lo stupore di Franz Buggle quando ci si rende conto “che il medesimo Gesù, a causa della difettosa misericordia in questo mondo, minaccia tormenti eterni nell’aldilà: una crudeltà che supera infinitamente la stigmatizzata spietatezza terrena.” (Buggle, op.cit., S. 24). A guardar bene, è piuttosto un messaggio di angosce quello che Gesù annuncia qui. Oppure, come Michael Schmidt-Salomon formula drasticamente: “Alla parte grandemente preponderante dell’umanità egli prospettò […] una specie di Auschwitz ultraterreno, un inferno dell’altro mondo, con tanto di angeli in veste di selezionatori disseminati sulla rampa celeste.” (Manifest des humanitären Humanis mus, S. 51) L’insegnamento di Gesù era davvero nuovo? 162 Nel pensiero di Gesù, dunque, la triade diavolo-inferno-giudizio ebbe un ruolo cruciale, in una dimensione molto più forte e incisiva di quanto sia presente nella coscienza dei cristiani. Questo modo di pensare negativo è consolidato ulteriormente dal rigorismo etico che Gesù sembra voler difendere di quando in quando. E allora si pone tosto la domanda: chi mai potrebbe essere ancora salvato? Tant’è vero che, nel Discorso della Montagna, si trovano le note minacce di punizioni: Avete inteso che fu detto agli antichi: Non ucciderai; chi avrà ucciso dovrà essere sottoposto al giudizio. Ma io vi dico: chiunque si adira col proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio. Chi poi dice al fratello: “Stupido”, dovrà essere sottoposto al sinedrio; e chi gli dice “pazzo senzadio”, sarà destinato al fuoco della Geènna.” (Mt 5,21–22) Rudolf Augstein vede in queste frasi una “pura stupidaggine, semplicemente crudele” (Augstein, op.cit. S. 154). Ma Gesù lo pensa seriamente? Una trasgressione proporzionalmente esigua dovrebbe essere sufficiente per essere esposto al giudizio? Ma dove rimane, allora, il concetto della proporzionalità? La pena non starebbe dunque più in un ragionevole rapporto con il delitto? E Gesù non sarebbe colpito lui stesso dalla sua parola, apostrofando gli scribi come una covata di vipere, come sono spesso definiti? L’adulterio è inasprito da Gesù al punto tale da considerare adulterio già il solo fatto di guardare una donna con desiderio. Le città di Corazin e di Betsaida sono minacciate esplicita mente di annientamento, per il solo fatto di non aver accolto i suoi discepoli inviati laggiù. Questo Gesù è ancora in grado di discernere, o è ormai fuori di testa? Ricorre in lui già la sindrome del fanatismo? Con frasi di questo genere, sembra essere lontano mille miglia da una giurisdizione umanitaria, come la conosciamo noi. Quanto poco queste frasi tra- Gesù di Nazaret: un figlio di Dio demistificato 163 discono una sana intuizione della natura umana, e quanto parla qui invece l’utopista fanatico! Eppure il pensiero di eterni castighi infernali sta sulla medesima lunghezza d’onda. Per dirla astrattamente: l’uomo è un essere finito. Siccome può peccare, allora può peccare soltanto finitamente; non dovrebbe essere immaginabile nessuna violazione, nessun delitto tanto grande a cui fosse adeguata una punizione infinita, tale da non avere mai fine. La pena di morte inflitta una trasgressione lieve, per un parcheggio sbagliato, sarebbe certo una grottesca insensatezza. Eppure Gesù, in alcuni passaggi, sembra parlare a favore d’un tale rigorismo etico, senza curarsi del fatto che in altri momenti, soprattutto riferendosi ai comandamenti del culto, si fa vedere assai accondiscendente. E’ un dilemma etico, dal momento che le due tendenze sono entrambe attestate nella tradizione, e si fanno ricondurre senz’altro al Gesù della storia. Naturalmente, si è cercato di spiegare gli eccessi con una opaca storia della tradizione, con una spoliazione situazionale di singoli detti di Gesù, oppure col fatto che Gesù, avendo il Regno di Dio davanti agli occhi, avrebbe annunciato un’etica provvisoria, ossia ad interim. che doveva valere solo per breve tempo, fino all’irrompere del Regno, e che quindi non avesse affatto l’intenzione di impartire istruzioni etiche durevoli. Tutte le spiegazioni, tuttavia, non riescono a convincere più di tanto. Forse egli si espresse semplicemente solo in maniera contraddittoria, senza acquistarne consapevolezza; o forse gli faceva difetto, pur con tanta autorità in pubblico, l’acutezza del pensiero. Oppure aveva assorbito dal mondo circostante concezioni che egli, nelle sue deduzioni mentali, non elaborò completamente, o non riuscì a sondare e a penetrare a fondo. Non sarebbe stato il primo. In ogni modo, cercando in questi passi di prendere sul serio Gesù, si va scolorando in ugual misura – come già nella sua fede nell’inferno e nel giudizio – la sua “lieta novella”, ovvero il cuore del suo messaggio. Se, per piccole infrazioni etiche, si perviene già al giudizio e alla condanna infernale, egli avrebbe potuto risparmiarsi tranquillamente il discorso riguardante un padre amorevole. Si può essere L’insegnamento di Gesù era davvero nuovo? 164 lieti del fatto che la giustizia terrena, o almeno la giurisdizione, non si fondi di fatto su ragionamenti talmente disumani e astrusi, come quelli che Gesù ci presenta qui, almeno in alcuni momenti. Analizzando altri notissimi detti di Gesù in ordine alla loro plausibilità, alle loro premesse e conseguenze inespresse, si devono porre necessariamente altri interrogativi. Gesù era incline ad esagerazioni, disposto ad un certo romanticismo religioso. Non altrimenti si dovrebbe comprendere il passo seguente: In verità io vi dico: se uno dicesse a questo monte: “Lévati e géttati nel mare”, senza dubitare in cuor suo, ma credendo che quanto dice avviene, ciò gli avverrà. Per questo vi dico: tutto quello che chiederete nella preghiera, abbiate fede di averlo ottenuto e vi accadrà. Quando vi mettete a pregare, se avete qualcosa contro qualcuno, perdonate, perché anche il Padre vostro che è nei cieli perdoni a voi le vostre colpe. (Mc 11,23–24) Tutto questo suona assai devoto e sorretto da saldo convincimento. Ma è poi anche rispondente al vero? Che la fede possa avere una forza che trasforma, resti pure un principio indiscusso, ma non c’è qui, d’altra parte, una buona dose di candida ingenuità, non è una gagliarda sparata di romanticismo religioso, se non di kitsch dello stesso stampo? Molte generazioni di monaci – per fare un esempio – vissero in profonda disperazione a causa di queste parole, dovendo constatare che le loro preghiere non venivano esaudite, non avendo ottenuto ciò per cui avevano tanto pregato. E, naturalmente, la causa di tanta frustrazione veniva ricercata nell’inadeguatezza della propria fede e non, possiamo ben dire, nell’insensatezza della parola gesuana. E poi sempre, con immutato compiacimento, si cita nelle chiese anche questo passo: Gesù di Nazaret: un figlio di Dio demistificato 165 Perciò io vi dico: non preoccupatevi per la vostra vita, di quello che mangerete o berrete, né per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita non vale forse più del cibo e il corpo più del vestito? Guardate gli uccelli del cielo; non seminano e non mietono, né raccolgono nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non valete forse più di loro? […] Non preoccupatevi dunque dicendo: “Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo?”. Di tutte queste cose vanno in cerca i pagani. Il Padre vostro celeste, infatti, sa che ne avete bisogno. Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. (Mt 6.25–26;31–33) Anche qui, ancora una volta, parole che suonano bene; si ha la sensazione di essere in un centro specializzato per il lancio del messaggio gesuano. E tuttavia: quale cecità di fronte alla realtà si manifesta qui, di quale insensatezza si ritengono capaci le persone, quale svenevole rimbambimento religioso trova qui espressione? Si reca davvero aiuto, con questo kitsch religioso, ai genitori nel Terzo mondo, che ai loro bimbi vorrebbero assicurare la pura sopravvivenza? E il “Padre celeste” sa davvero di che cosa c’è bisogno? “Guardate i bambini affamati nel Terzo Mondo: non seminano, non mietono, e il Padre celeste non li nutre.” Questa parola centra la situazione molto meglio dei sogni propagati da Gesù in questi termini: “Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché chiunque chiede riceve, e chi cerca trova, e a chi bussa sarà aperto.” (Mt 6,25–26;32– 33) Fosse la vita così semplice! Ognuno lo sa bene: la realtà ha tutt’altre sembianze. Si obbietterà che non è lecito sottoporre le parole di Gesù alla tortura della logica, dato che a lui stava a cuore più l’accoglimento d’un pensiero diverso e di una mentalità nuova. L’obiezione può essere giustissima. Sennonché proprio tali esternazioni metaforiche di Gesù L’insegnamento di Gesù era davvero nuovo? 166 sollecitano i cristiani ad indagare ancora più a fondo le parole della Bibbia, analizzando le parole del loro Signore nella loro sostanza contenutistica. Questa sostanza del contenuto viene naturalmente sempre data per scontata dai credenti, ma presupposta appunto in maniera acritica. Anche ad un credente converrebbe rendersi conto che la sua Bibbia non si muove su un livello spirituale unitario, che vi sono dislivelli enormi di qualità: per esempio, tra l’inno all’amore (in I Cor 13) e certi riti di purificazione, simili a quelli descritti in dettaglio nel Libro dei Numeri. Il credente stesso compie inconsciamente una differenziazione, quando legge alcuni libri della Bibbia, che gli sembrano più importanti ed edificanti, con maggiore frequenza di altri. Per di più, ogni biografo sa bene che anche la persona più ingegnosa non può essere tale in tutte le sue esternazioni; persino di un Goethe sono tramandate alcune cose mediocri. Ed anche di Gesù, naturalmente, c’è da aspettarsi qualcosa di questo genere, in ogni caso quando lo si osserva in maniera non deduttiva, con gli occhiali fumosi della dogmatica, bensì cercando di estrarre il contenuto delle sue esternazioni dalle esternazioni stesse. E dove si riconoscono banalità, o cose dubbie e problematiche, ciò può essere definito pure come tale. Ma ciò che è ovvio per persone normali, diventa poi un problema per persone dogmatiche, ove si tratti del presunto garante della dogmatica. A questo punto, non può essere ciò che non è lecito che sia. La religione mostra qui la sua onnipresente struttura basilare, di cui torneremo a parlare in seguito. La radicalità, con cui Gesù fa appello ai “successori”, suscita per esempio una sensazione sconcertante. “Se uno viene a me, e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo.” (Lc 14,26) Dunque, una successione sarebbe possibile solo se si odiano i propri consanguinei? Questo non può certo essere inteso alla lettera. Se così fosse, sarebbe necessario respingere tutto ciò, presi da indignazione. Qui, con l’intenzione di sottolineare la suc- Gesù di Nazaret: un figlio di Dio demistificato 167 cessione, Gesù spara troppo oltre il bersaglio. E una condotta siffatta, come potrebbe conciliarsi con l’annunciato amore del prossimo? In un altro momento, Gesù risponde ad un uomo che vuole seguirlo, ma vorrebbe prima seppellire suo padre: “Seguimi, e lascia che i morti seppelliscano i loro morti” (Mt 8,22). Ecco qui un detto radicale a cui non si può disconoscere una certa insensibilità, anzi una vera crudeltà. Se un discepolo si comportasse così, urterebbe per di più contro il comandamento di onorare i genitori, che è pur sempre un comando del Decalogo. Invece di protestare contro queste tracce di inumanità e di fanatismo nei discorsi di Gesù, i cristiani sono propensi a farsi “aggiustare” in qualche maniera le parole gesuane. Ma certo, il Maestro non può avere detto qualcosa di così brutto; e se pure l’avesse detto, ha sicuramente inteso qualcos’altro. Dove, per dirla figuratamente, sarebbe necessario picchiare i pugni sul tavolo e sbottare in un altolà, così non va!, i cristiani tendono – a priori, per così dire – ad un consenso in cerca di comprensione. E quanto più sono devoti, tanto più sono propensi a concedere un nullaosta acritico. La problematicità d’un tale atteggiamento si rende evidente anche ai cristiani, qualora si tratti non delle parole di Gesù, ma invece, per esempio, delle parole di Bhagwan Osho, o d’un altro autoproclamatosi capo religioso. Allora il messaggio di odiare la famiglia viene subito riconosciuto nella sua pericolosità. E i genitori, i cui figli si sono aggregati in tal modo ad un guru religioso, sanno bene quali dolori ne nascano. E’ il problema che si pone con tutti i capi religiosi (anche politici), nominati o autonominatisi: da Gesù a Maometto, dal Dalai Lama al Papa. Là dove sarebbe particolarmente necessaria una distanza critica – cioè coi seguaci di carismatici capi religiosi – questa critica è per sua natura sviluppata al minimo. Joachim Kahl ammonisce: “I maestri di salvezza, che di se stessi affermano Io sono la via, la verità e la vita, hanno ceduto al rischio dell’autoassoluzione. Essi giudicano in modo sbagliato la molteplicità delle vie, la pienezza degli aspetti di verità, la diversità delle scelte di vita. Il loro proclama, rivolto alla L’insegnamento di Gesù era davvero nuovo? 168 successione e ai discepoli, è un adescamento a seguire una strada senza uscita.” (J. Kahl, Weltlicher Humanismus, S. 77). Il monito di Kahl è sempre valido, anche se Gesù non ha mai detto la frase, assai citata nelle chiese, che asserisce di essere lui stesso “la via, la verità e la vita”. Una frase, cioè, inventata liberamente dal quarto evangelista. Ridda di contraddizioni – Conclusioni sull’etica di Gesù Per concludere, come si dovrebbe giudicare l’insegnamento di Gesù, come valutare la sua etica? Al cristiano credente, egli appare non solo come portatore di salvezza, ma anche come araldo di un’etica nuova. Da gran tempo, tuttavia, si è acclarato come la dottrina di Gesù non sia poi tanto unitaria. Visto nella prospettiva della storia della tradizione, colpisce il fatto che Paolo – in quanto testimone più antico – non comunica quasi nulla che riguardi l’insegnamento di Gesù. Ciò che Gesù aveva detto durante la sua vita, fu per Paolo manifestamente non meritevole di essere riferito: il Cristo alla maniera umana (ovvero secondo la carne) – ecco ciò che lui vuole imprimere negli animi – non ci deve interessare per niente. (II Cor 5,16). Anche nel vangelo più antico, quello di Marco, l’etica di Gesù resta sensibilmente sbiadita. Se avessimo soltanto Paolo e Marco, la ricerca storica su Gesù sarebbe costretta a brancolare nel buio ancora più di quanto non faccia lo stesso. Solo Matteo e Luca forniscono un contributo mediante un patrimonio di tradizioni che rende possibile un migliore inquadramento della dottrina gesuana. Ciò che ne risulta, tuttavia, non è in alcun modo convincente ed unitario. Se in Matteo (11,30) Gesù dice che il suo giogo è dolce e leggero, poco prima, in Matteo 10,34, proclama che “non è venuto a portar pace sulla terra”; egli è venuto a portare “non la pace, ma la spada.” Una volta sottolinea la duratura validità della Legge, in altra occasione sembra metterla fuori gioco. Se apertamente rifiuta l’ascesi in principio (per se stesso), altrove invia i suoi discepoli a pre- Gesù di Nazaret: un figlio di Dio demistificato 169 dicare nei villaggi vicini, con tanto di esortazioni ascetiche. Da un lato si mostra come umanizzatore d’una legalità descritta come inumana, dall’altro si presenta come rigorista etico. Ora annuncia l’approssimarsi dell’egemonia divina come “vangelo”, ora condivide col suo milieu sociale l’idea truculenta del Giudizio, tornando ad affievolire il proprio insegnamento. L’annunciato amore del Padre celeste viene ostacolato, quasi contraddetto, dalla sua funzione di Giudice che verrà alla fine dei tempi. Gesù sembra non accorgersi che, con gli uomini gettati nell’eterno fuoco infernale, anche il suo messaggio d’amore viene dato alle fiamme. Che valore hanno mai il comandamento dell’amore e l’amore stesso per i nemici, di fronte all’idea del Giudizio universale? La forza e l’interiore sicurezza di sé, necessarie per riscattarsi dalla fede nel diavolo e nell’inferno, Gesù non le ha avute. E ciò vale ancor di più per la fede nella Giustizia, che nel mondo ebraico di Gesù era quasi una grandezza costitutiva. Non gli si può per questo muovere un rimprovero, essendo egli appunto un figlio del suo tempo: i suoi modelli di pensiero, senz’altro inumani, mitologici e arcaici, visti dalla prospettiva odierna, gli appartengono in tutto e per tutto. Ma è deplorevole, tuttavia, che codesti modelli concettuali, sul cammino della tradizione e della prassi scritturale, abbiano trovato la via per giungere fino al nostro tempo. Ma che dire delle evidenti contraddizioni, delle fratture nell’insegnamento di Gesù che i vangeli ci offrono? Sono vizi dovuti alla storia della Tradizione, la quale ci propone un Gesù non congruente con se stesso? Gli errori sono in lui, oppure nelle cose tramandate su di lui? Il suo insegnamento non fu, nella realtà, talmente confuso e contradditto rio? Potrebbe essere così, se non fosse che, in domande siffatte, si configura il problema fondamentale: ossia che, in ultima istanza, sulla base della fonti disponibili, noi non possiamo più sapere ciò che Gesù ha voluto veramente. Siccome noi perlopiù non sappiamo, in quali situazioni e in quale contesto siano state pronunciate determinate parole (ammesso che siano mai state dette), l’interpre- L’insegnamento di Gesù era davvero nuovo? 170 tazione di molti passi ha bisogno di supposizioni. Ciò comporta che talvolta, in un solo passo, viene fissata una determinata posizione di Gesù su una determinata questione, anzi, che da codesto passo vengano dischiuse addirittura posizioni diverse. Non c’è chiodo, però, che possa reggere tanto peso. Interpretazioni forzate devono essere una conseguenza logica, anche se questa non la si può sempre documentare nel caso singolo. E’ come il tentativo di mettere insieme un grande quadro con poche tessere d’un puzzle, quando in gioco restano ancora dei pezzetti che col quadro non hanno nulla a che vedere. Una volta riconosciuta questa difficoltà di fondo, c’è da stupirsi di quante cose i teologi fanno sfoggio di sapere su Gesù. E di più ci si stupisce di come, dalle poche tessere disponibili, da singole discutibili frasi (slegate per giunta dal loro originario contesto), alla fine ne esca addirittura un quadro d’insieme che, all’osservatore, trasmette un’impressione di unità. Che teologi e dogmatici sistematici si sforzino di comporre un’immagine unitaria di Gesù, si può finanche comprendere; ma che anche studiosi neotestamentari, quindi storici nel senso vero e proprio, forniscano un quadro quasi armonioso di Gesù (così ad es. il buon lavoro di Theißen/Merz, Der historische Jesus, più volte citato), non può non rendere diffidenti. Per una biografia in ogni caso, ma già per una sommaria rappresentazione dell’etica e della dottrina di Gesù, ciò che ci è tramandato nei Vangeli è semplicemente troppo scarso. Non sarebbe accettabile neanche se, conclusivamente, si riuscisse a separare con chiarezza il patrimonio riconducibile al Gesù storico dalle aggiunte apportate dalla comunità. Questa conoscenza degli ultimi duecento anni della ricerca sul Gesù storico (cioè a dire che noi in definitiva non ne possiamo sapere di più), deve costituire lo sfondo ammonitore anche per una ricerca scientifica futura, e tuttavia necessaria, su questo tema. Agli studiosi sistematici e neotestamentari dovrebbe essere interdetto di colmare lacune di conoscenza con le proprie congetture e coi propri sogni (da cui metteva in guardia già Albert Schweitzer). Altrettanto sarebbe da respingere la soluzione cattolica, cioè di colle- Gesù di Nazaret: un figlio di Dio demistificato 171 gare le insicure isolette delle nostre effettive conoscenze con ampollosi ponti dogmatici. La prima cosa sarebbe uno sconfinamento, la seconda sarebbe ridicola, oltre che ai confini con l’impostura. Alla confusione contribuisce inoltre il fatto evidente che Gesù stesso non si attenne alle proprie disposizioni etiche. Il che si manifesta, per esempio, nei suoi scontri con i quasi proverbiali Scribi e Farisei. Pur con tutte le interpolazioni postpasquali della prima comunità cristiana, si deve tuttavia partire dal presupposto che il suo brusco attacco alle autorità didattiche giudaiche è storico nella sostanza. Stando ad esso, Gesù avrebbe definito i suoi avversari come pazzi, ciechi, ipocriti, addirittura come “covo di vipere”. Un uso siffatto del linguaggio, ove questi passi non fossero tutti inventati, sarebbe comunque espressione di fanatismo e di grave eccitazione religiosa. Tuttavia, anche rispetto all’esortazione di Gesù, è strano che chi va in collera col proprio fratello debba sottoporsi al giudizio finale. Se egli ha difeso effettivamente questo inasprimento della legge, allora ha dato un cattivo esempio. Collera sacra? Per i cristiani, in ogni caso, passi siffatti non sono un problema. Ma provate ad immaginarvi cosa accadrebbe se un predicatore musulmano si presentasse in pubblico con tesi di questo genere. Questo Gesù, percepito volentieri come uomo dolce e mansueto, viene descritto all’inizio della sua passione (in Giovanni già all’esordio della sua attività) come colui che scaccia i mercanti dal tempio, e non soltanto a parole. Rovescia i tavoli dei commercianti e dei cambiavalute; secondo Giovanni è addirittura armato. Avessimo di Gesù solo questo racconto, ci troveremmo di fronte un estremista fanatico, pronto alla violenza. La sua condanna da parte dei Romani ci parrebbe consequenziale. Ed è verosimile che la sua condanna avesse realmente qualcosa a che fare coi suoi attacchi alle autorità giudaiche, oltre che con la sua critica alle autorità del Tempio. Nell’immagine di un Gesù amorevole – generalmente diffusa e ridotta a kitsch pacchiano anche tra i non cristiani, eppure mai smentita dalle Chiese –, tornano a mescolarsi continuamente con- L’insegnamento di Gesù era davvero nuovo? 172 flitti e dissonanze: “Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; sono venuto a portare non pace, ma spada. Sono infatti venuto a separare l’uomo da suo padre e la figlia da sua madre e la nuora da sua suocera; e nemici dell’uomo saranno quelli della sua casa.” (Mt 10,34–36; Lüdemann lo ritiene comunque un passo apocrifo). Molte parole di Gesù fanno sentire appieno la mancanza del carattere consolatorio che da esse si attende e si assevera: sono parole più di sciagura che di salvezza. Troppo spesso vi ricorre il discorso dell’Inferno, dell’ululare e del battere i denti, del giudizio e dell’eterna dannazione; eppure questi passi i cristiani preferiscono lasciarli perdere. I credenti ritengono infatti, anche senza di ciò, di non trovarsi essi stessi tra i dannati. E con la dannazione degli altri (in pratica di coloro che credono in tutt’altra maniera), si può ben vivere, vedendoci forse – persino con una dose di cinico piacere per le disgrazie altrui – un Dio giusto che fa trionfare la giustizia. Con forza anche maggiore di Gesù stesso, i primi cristiani trascinano in giudizio chi crede diversamente (o i loro stessi correligionari ebraici). Matteo impartisce il consiglio (messo in bocca a Gesù) di trattare come peccatori e pubblicani tutti coloro che non si conformano alle direttive della comunità (Mt 18,15–20). E la Chiesa si è sempre attenuta alle disposizioni penali con maggior fedeltà che al comandamento dell’amore. In definitiva, Gesù ha portato davvero un’etica nuova? Sarà necessario dare una risposta negativa (insieme con Bultmann e con altri), malgrado tutti gli interrogativi che la storia della Tradizione dissemina nel cammino. L’etica gesuana trae origine dall’Ebraismo e dal suo mondo. Ciò vale esplicitamente anche per il comandamento dell’amore. Il fatto che, nelle singole questioni, Gesù avesse pareri diversi dalla tradizione giudaica, non cambia nulla nella sostanza. Il suo palese rifiuto del divorzio (Matteo lo attenua aggiungendo “tranne il caso di lascivia”), la sua fondamentale ricusazione del giuramento, la sua superiore considerazione per donne e bambini (sempre che la tradizione non ci giochi anche qui un brutto tiro), pur essendo tratti Gesù di Nazaret: un figlio di Dio demistificato 173 sicuramente gentili, non sono tuttavia appropriati alla fondazione di un’etica nuova. Il suo monito nei confronti della ricchezza, e l’invito a raccogliere tesori che non siano divorati da ruggine e tarme, non hanno del pari un autentico valore di novità, al contrario: che con le cose materiali si possa dare un senso alla vita, un’immagine deformata, da cui le Chiese credono di dover mettere in guardia senza tregua, non lo crede certamente nessuna persona mediamente ragionevole, tanto meno un ricco. Sono saggezze da calendario, quelle che Gesù esibisce in questi momenti. Se non ha creato un’etica nuova, Gesù ha quantomeno provocato confusione etica, come si evidenzia soprattutto nel Sermone della Montagna (Mt 5–7) e nel problema su come lo si debba interpretare. Le istanze radicali di Gesù (nella misura in cui le ha veramente difese nel caso singolo) condussero subito alla questione su come esse potessero mai essere vissute. Furono considerate subito come norme riservate ai monaci, mentre per i credenti comuni era accettabile anche una moralità di livello inferiore. Neppure larghi settori del Protestantesimo, men che meno il Luteranesimo, hanno considerato il Discorso della Montagna come un fondamento generalmente vincolante d’un ordinamento pubblico, vedendolo, nel migliore dei casi, come una criterio normativo per il singolo credente. Questa mentalità si è evoluta nella distinzione tra etica del sentimento ed etica della responsabilità. Anche qui, sullo sfondo, si ritrova la convinzione che la predicazione della Montagna non sia praticabile. E’ un uccello meraviglioso, che però non può volare, idoneo per ricrearsi, ideale per consolarsi, ma che non si può utilizzare per l’edificazione d’una collettività. La soluzione più elegante, a questo proposito, è forse l’interpretazione del Sermone della Montagna in quanto etica provvisoria, rappresentata così per esempio da Albert Schweitzer. Secondo il quale il Sermone della montagna non sarebbe una legge universale, ma una normativa prevista da Gesù per il breve periodo, cioè fino all’istituzione e all’arrivo del regno di Dio: un’etica provvisoria, valida per il periodo L’insegnamento di Gesù era davvero nuovo? 174 dell’attesa. Un’etica ad interim, per l’appunto. Gesù non avrebbe voluto affatto dare delle regole generali. e perché poi, dal momento che il nuovo eone – la nuova eternità, ovvero il Regno di Dio – era lì lì per giungere, ormai in dirittura d’arrivo. E che così sarebbe stato, era per Gesù questione assolutamente fuori da ogni dubbio. L’esecuzione capitale di Gesù La reinterpretazione della sconfitta sulla croce Secondo un celebre motto teologico (Martin Kähler), i vangeli sono storie d’una passione con introduzione prorogata. In effetti, tutto vi precipita verso il racconto della passione e della morte di Gesù. Nel più antico vangelo di Marco, comprendente sedici capitoli, già nel terzo capitolo i Farisei e gli Erodiani prendono la decisione di uccidere Gesù. Per il cristiano, i detti e i racconti miracolosi in circolazione su di lui hanno un senso vero e pieno solo quando si riflette a fondo sul significato attribuito alla sua morte. Sulla morte di Gesù si è difatti incardinata la cristologia (la dottrina sulla natura di Gesù), e per giunta la soteriologia (la dottrina su quanto si presume che egli abbia fatto per l’umanità). Come già accennato, fu la croce – soprattutto per Paolo – il punto focale della vita di Gesù, mentre il Gesù storico fu per lui del tutto trascurabile. E dall’interpretazione della passione di Gesù dovette prendere l’abbrivo anche l’incipiente missione cristiana. Allora non bastò il fatto che qui avesse debuttato un taumaturgo. Di taumaturghi, in quel tempo, ce n’era in grande numero. Paolo (e forse altri già prima di lui) annunciarono l’importanza della salvezza per tutti gli uomini che scaturiva dalla morte e dalla risurrezione di Gesù: la radicale svolta della storia, l’eone nuovo che aveva inizio con la sua morte. La morte di Gesù fu ben presto trasfigurata dalla Chiesa in vittoria sulla morte e sul diavolo. Gesù di Nazaret: un figlio di Dio demistificato 175 L’esecuzione capitale di Gesù Per i suoi discepoli, intanto, la morte di Gesù fu sulle prime un colpo terribile. Presi dal panico, fuggirono da Gerusalemme rientrando in Galilea, certamente nel terrore di essere anch’essi catturati e uccisi, come il loro maestro. In Marco, solo alcune donne assistono da lontano alla crocifissione. In alcuni passi del Nuovo Testamento si può ancora rivivere quello shock tremendo. Della propria passione, Gesù parla così ai suoi: “Tutti rimarrete scandalizzati, perché sta scritto: Percuoterò il pastore e le pecore saranno disperse.” (Mc 14,27) E’ indifferente che Gesù avesse detto veramente queste parole (piuttosto improbabili, si presume); vi si rispecchia in ogni caso lo stato confusionale in cui caddero i discepoli subito dopo la morte del maestro. Nella narrazione di Emmaus (sicuramente non storica) successiva alla resurrezione di Gesù, i discepoli si lamentano: “Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute.” (Lc 24,21). Dopodiché spiega a loro che tutto ciò doveva accadere. Ed è evidente: qui non è il Signore sublimato che parla ai discepoli, bensì l’evangelista che parla alla propria comunità. Ed è chiaro anche qui: la crocifissione fu vissuta dai discepoli come shock, trauma e catastrofe. Evidentemente, Gesù non aveva preparato in vita i suoi discepoli a questa fine, giunta per loro del tutto inaspettata. Eppure Gesù allude per tre volte (la triade classica!) alla propria morte: “Ecco, noi saliamo a Gerusalemme e il Figlio dell’uomo sarà consegnato ai capi dei sacerdoti e agli scribi; lo condanneranno a morte e lo consegneranno ai pagani, lo derideranno, gli sputeranno addosso. Lo flagelleranno e lo uccideranno, e dopo tre giorni risorgerà”. (Mc 10,33–34). I discepoli, dunque, avrebbero dovuto saperlo. Non c’era motivo per il panico: tutto si svolgeva secondo programma. Che fosse subentrato il panico, è un chiaro indizio del fatto che gli annunci della passione nei Vangeli (e in ciò sono d’accordo quasi tutti i teologi) sono tutti quanti classici vaticinia ex eventu: racconti inventati a posteriori, che rappresentano gli avvenimenti come conosciuti in anticipo, destinati pertanto a presentare Gesù non solo come 176 Signore del mondo, ma anche come Signore degli eventi. Ne abbiamo già parlato sopra. Sennonché la realtà era diversa: i discepoli furono colti impreparati. Furono necessari grandi sforzi fino a quando, dall’imprevedibile catastrofe della morte di Gesù, si delineò una necessità più alta. Della necessità umana fu ricavata qui, nella realtà, una virtù divina: la sconfitta sulla croce riconvertita in una vittoria. Tutto doveva accadere in questo modo, e tale fu il convincimento postpasquale. E se questo era accaduto così, anche nell’Antico Testamento non potevano non esserci cenni premonitori. Così avvenne che la storia della Passione (più di tutte le altre storie dalla vita di Gesù) venne concepita partendo interamente dall’AT. Il nucleo, l’esecuzione di Gesù sulla croce, è sicuramente storico; sennonché l’intera inquadratura è trapunta da motivi tratti dall’AT, in maniera tale che riesce arduo ricostruire il fatto puro e semplice. La sofferenza e la morte d’un uomo, mediante motivi abbondantemente veterotestamentari, venne reinterpretata nella leggenda di culto d’una religione destinata a conquistare il mondo. Con quale spregiudicatezza in ordine all’esito si procedesse qui, come l’annunciatore fosse trasformato nell’annunciato, si chiarisce per esempio dal fatto che morire sulla croce era propriamente impensabile per il Messia atteso. Ancora Paolo definisce questa morte come uno scandalo, un motivo di oltraggio. Studiosi cristiani ed ebraici sono d’accordo sul fatto che, nel mondo di Gesù, non si aspettasse nessun Messia sofferente. Il Messia annunciato era immaginato provvisto di tratti regali, in veste di vincitore e dominatore. Non già come un perdente, sconfitto sulla croce. Per gli Ebrei, ancora oggi, la fine di Gesù è un segno che egli non può essere stato il Messia atteso. E anche il modo della morte sulla croce era, per un ebreo devoto, un’idea impossibile, dato che nelle Scritture si leggeva, con evidenza assoluta e incontrovertibile, “perché l’appeso è una maledizione di Dio” (Deuter 21,23). Pendere dal legno (con cui s’intende una croce o una forca) equivaleva per gli Ebrei alla punizione più infamante in assoluto. Pertanto, Gesù di Nazaret: un figlio di Dio demistificato 177 come già un Messia sofferente era un’immagine impensabile per un ebreo, ora la sua morte conclamata sulla croce era addirittura una blasfemia. Bisogna sapersi immedesimare in questa cosa inaudita, inaccettabile, per poter comprendere l’effetto che la nuova dottrina può aver suscitato negli ebrei devoti. Da qui si comprende senz’altro come e perché un fanatico religioso come Paolo, quand’era ancora Saulo, dovesse ancora perseguitare i primi cristiani. Sennonché il cristianesimo nascente aveva bisogno di prove dall’Antico Testamento, a conferma che i patimenti di Gesù erano stati in qualche modo profetizzati. In maniera facilmente intuibile, fu scoperto un giacimento. Ed ecco, la storia della Passione diventa ora il sedicente compimento di antiche profezie. L’ingenua creduloneria legge ancora oggi la leggenda della Passione secondo lo schema promessa-compi mento. Eppure (tale è la quasi unanime opinione dei ricercatori), l’Antico Testamento fu utilizzato – seguendo il collaudato metodo della “cava di pietra” –, allo scopo di ricostruire la Passione fin nei dettagli, con elementi scenografici veterotestamentari. La preghiera di Gesù sulla croce “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (Mc 15,34) cita tale e quale il Salmo 22,2; le parole Ho sete (Giov 19,28) riproducono quelle del Salmo 22,16, la distribuzione degli indumenti di Gesù si svolge in analogia col versetto 19: “Si dividono le mie vesti / sulla mia tunica gettano la sorte.” Mentre, in Marco, Gesù riceve da bere mirra nel vino, in Matteo gli danno vino mescolato con aceto, con riferimento al Salmo 69,22. Nella ricerca di elementi probatori, si sfruttarono in senso cristologico anche le più vaghe allusioni. Così, nel Salmo 3,6, – Io mi corico, mi addormento e mi risveglio:/il Signore mi sostiene. – si vide un accenno alla morte e alla risurrezione di Gesù. Alla stessa maniera, più tardi, i Padri della Chiesa troveranno la sua morte vaticinata “nel serpente salvifico fabbricato da Mosè, nel montone evocato nel Libro 3 di Mosè, in una vacca rossa che, nel libro 4 di Mosè, il sacerdote Eleazar deve macellare e gettare nel fuoco per ordine divino.” (cfr. Deschner, op.cit., p. 105). Già allora, per molti critici antichi, associazioni L’esecuzione capitale di Gesù 178 di questo genere sembravano tirate per i capelli. I cristiani, per contro, non sembrava che ne fossero disturbati. Perché, una volta che si creda nei fantasmi, ecco che il mondo ne è pieno. Molto meglio, e di gran lunga più efficaci di quelle astrusità, vennero chiamati in causa, per spiegare e interpretare tale Mysterium crucis, i canti del Servo di Dio nel libro di Isaia, soprattutto Isaia 53: Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire, come uno davanti al quale ci si copre la faccia; era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima. Eppure egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori; e noi lo giudicavamo castigato, percosso da Dio e umiliato. Egli è stato trafitto per le nostre colpe, schiacciato per le nostre iniquità. Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui; per le sue piaghe noi siamo stati guariti. […] Maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca; era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori, e non aprì la sua bocca.” (Isaia 53,3–5;7) Questo brano, almeno nei versetti citati, suscita quasi l’impressione d’un estratto della dottrina della giustificazione, tant’è che potrebbe stare in Paolo (e ci sta infatti, sia pure con parole diverse). I cristiani ci vedono una chiara predizione delle sofferenze di Gesù. Non fosse che i versetti non sono affatto formulati come profezia: al contrario, si volgono a rievocare cose accadute. Il Servo di Dio è un personaggio simbolo del passato con cui non può essere inteso un giusto dell’avvenire. Gli ebrei devoti, perciò, non hanno mai riferito questo passo al Gesù di Nazaret: un figlio di Dio demistificato 179 Messia. Il problema di chi sia, o fosse, il sofferente servo di Dio, viene discusso alacremente nella ricerca veterotestamentaria: “… si pensa a Mosè, a qualche figura di Profeta veterotestamentario, a Josia, a Gioacchino, a Tammuz, dio che muore e risorge, o ad una personificazione della profezia. Ma il più delle volte, forse, la sofferenza del servo di Dio viene posta in relazione collettivamente con Israele, che nel Deuteroisaia viene definito sovente ‘servo di Dio’, come anche presso altri Profeti.” (Deschner, op.cit. p. 106–107). Che con questo si debba in qualche modo intendere Gesù, oggi non viene più asserito da nessun ricercatore serio e responsabile. Ciò nonostante, le Chiese amano insistere su questo passo, che gode di alta considerazione tra i credenti. La causa di tanto successo è che divenne realmente il punto centrale nella reinterpretazione della passione di Gesù. Solo che la successione era diversa: non era che in Isaia venisse vaticinato qualcosa (nulla venne infatti profetizzato) che poi si sarebbe avverato nella morte di Gesù, ma viceversa: sofferenza e morte di Gesù accaddero, per così dire, in precedenza, e solo in seguito questa morte fu congiunta con l’immagine del Servo di Dio sofferente. La passione di Gesù, per i suoi discepoli ancora incomprensibile e assurda, assume così un senso mutuato con prepotenza dall’Antico Testamento. Da ciò si desume la dottrina paolina della giustificazione: Agostino, Anselmo da Canterbury, Tommaso d’Aquino (e molti altri) la recepiscono; la Riforma luterana, e tutto il Protestantesimo, si richiamano ad essa. Tutti si appellano ad un passo che nulla ha a che fare con un Messia, tanto meno col Gesù della storia. Si potrebbe speculare su come la teologia cristiana si sarebbe sviluppata, se non si fosse travestita la passione di Cristo in una uniforme militare alla maniera di Zuckmeyer, [[[allusione all’opera teatrale di Hans Zuckmeyer, autore della satira antimilitarista teatrale “Il capitano di Köpenik”, fantasia d’un truffatore travestito da ufficiale nella Berlino dell’età guglielmina, NdT]]], corredandola con una interpretazione che, già nell’intenzione, risultò in ultima analisi troppo grande di qualche taglia. L’esecuzione capitale di Gesù 180 L’Antico Testamento (canonizzato solo alla fine del primo secolo cristiano) fornì dunque non solo i dettagli decorativi della Passione di Cristo, ma contribuì altresì alla formazione del quadro interpretativo. Per i primi (giudei-) cristiani ciò fu importante, per poter assicurare a se stessi, nonché al loro ambiente giudaico, la continuità verso il mondo della fede giudaica. Per i successivi cristiano-pagani, il retrospettivo legame veterotestamentario dovette assumere, comprensibilmente, un ruolo minore. Questi, del resto, non sapevano che farsene della concezione giudaica d’un Messia. Contro ogni falsa modestia, Gesù, nella loro mentalità, assunse la forma di un Dio. Idealizzazioni nei Vangeli Gli evangelisti non sono interessati ad una ricostruzione della storia, ma sono essi stessi, assai più probabilmente, a configurarla. Eppure gli avvenimenti, in Marco, sono raccontati nella maniera più sobria. In lui si trova descritta ancora, prima di tutti, la crudeltà dell’evento, quando fa dire a Gesù sulla croce: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato. Con queste parole, Gesù ripete tale quale la preghiera del Salmo 22. La scena non rappresenta forse un Gesù disperato, un Gesù che, alla fine della sua esistenza, deve riconoscere dolorosamente il proprio fallimento, il suo essere abbandonato da Dio? In questo salmo ci sono anche versi del tipo: Ma io sono un verme e non un uomo, rifiuto degli uomini, disprezzato dalla gente. Il recitatore del salmo è, in tutti i casi, un uomo, e nulla più di un uomo. Eppure qui, secondo la dogmatica futura, è appeso alla croce il figlio di Dio. Il Salmo 22, nella bocca di Gesù, si adatta assai malamente alla dottrina religiosa della Chiesa. Forse è questo il motivo per cui Luca non accoglie la versione di Marco (ciò che fa ancora Matteo) e fa dire Gesù di Nazaret: un figlio di Dio demistificato 181 a Gesù: “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito”. Con questo, sul piano dogmatico, si riesce a cavarsela già meglio. In Luca, Gesù si lascia andare interamente al volere del padre, e viene descritto come il figlio ubbidiente che svolge il proprio compito secondo il dovere. Nemmeno il vangelo di Giovanni, presenta l’imbarazzante Salmo: la gloria di Gesù è ancora presente, persino sulla croce. Gesù non è soltanto padrone della situazione; perfino nella sua esecuzione è colui che agisce attivamente. Riguardo alla propria vita, Giovanni gli fa dire: Nessuno me la toglie: io la dò da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo. […] (Gv 10,17b–18). La sua croce, in Giovanni, la porta lui stesso; non ha bisogno, nella sua opera salvifica, di aiuti altrui, mentre in Marco è necessario l’aiuto di un certo Simone di Cirene (probabilmente storico). Sulla croce muore con le parole “E’ compiuto!”; e ogni lettore sa che qui muore un Dio. In Marco, per contro, colui che pendeva dalla croce era ancora un uomo. In Marco, l’evento è per altri versi meno glorificato. Niente discepoli, niente madre, niente parenti che assistono alla sua crocifissione; solo da lontano stanno a guardare alcune donne, non meglio identificate. Ciò deve aver corrisposto verosimilmente alla realtà storica; i suoi discepoli erano fuggiti, e i suoi consanguinei non avrebbero potuto raggiungere così rapidamente Gerusalemme, dove i Romani erano andati per le spicce col processo. In Marco, Gesù muore solo sulla croce, abbandonato da Dio e da tutti gli amici, oltraggiato per giunta dai passanti. Muore affiancato da due malviventi crocifissi insieme con lui. E persino questi lo ingiuriano, il che avviene comunque in Marco e Matteo. In Luca, infatti, è soltanto uno che lo vitupera, mentre uno addirittura redarguisce l’altro malfattore. In questa occasione, Luca escogita la frase che si cita tanto volentieri: In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso. (Lc 23,43) Giovanni, tuttavia, non fa morire Gesù tutto solo; per motivi drammaturgici (Hollywood lo ha seguito in questo), sono presenti sua madre, sua zia, Maria di Màgdala e, accanto a lei, il misterioso discepolo che Gesù amava (Gv 19,26). Ancora dall’alto della croce Gesù L’esecuzione capitale di Gesù 182 si preoccupa che nulla manchi a sua madre: un figlio davvero esemplare. Dei suoi discepoli si era occupato già prima, quando, durante il suo arresto, aveva ottenuto che fossero lasciati liberi. Secondo Luca e Giovanni, non ci fu nessuna fuga dei discepoli. E anche le urla dell’agonia sono state cancellate da Giovanni; per lui erano troppo umane, e non collimavano con le sue idee teologiche. Chi è colpevole della morte di Gesù? – I prodromi dell’odio cristiano per gli Ebrei Dopo un’iniziale irritazione, Passione e morte di Gesù divennero tosto per i cristiani il contenuto centrale del loro annuncio. La catastrofe, la disfatta sulla croce, venne reinterpretata e trasfigurata in una vittoria. Con un Gesù che insegnasse soltanto, e che si limitasse ad operare miracoli, la Chiesa primitiva non sarebbe andata lontano; con un Dio morto e resuscitato per i nostri peccati, per contro, la nuova religione inaugurò la sua marcia vittoriosa nel mondo allora conosciuto. Sennonché, con la passione del suo Signore, incominciò anche la sofferenza del suo popolo; con la salita sul Golgota ebbe inizio anche l’antigiudaismo cristiano. Già per Paolo, in effetti, era chiaro che i Giudei avevano ucciso Gesù, così come avevano già fatto coi profeti (I Tess 2,15). Ai suoi occhi, sono loro gli assassini di Cristo, i veri colpevoli della morte di Gesù. E ben presto, riferendosi all’ebreo Paolo, gli Ebrei furono infatti perseguitati. Non si può imputare a Paolo il fatto che non potesse prevedere, o anche soltanto presagire, le tragiche conseguenze delle sue invettive attraverso i secoli; nondimeno, gli si deve rimproverare di non essersi nemmeno accorto come tale colpevolizzazione, da lui posta in essere, contraddica anche la sua teologia. Perché, se era volontà di Dio che Gesù morisse sulla croce per i nostri peccati (e questo Paolo lo insegna senza alcun dubbio), allora tutto ciò si è svolto alla perfezione: tutto secondo programma. Gesù di Nazaret: un figlio di Dio demistificato 183 Come mai una colpa dovrebbe poi colpire gli Ebrei, come mai qualcuno ne avrebbe colpa? Giudei e Romani ebbero pure la loro funzione nella storia della salvezza, e l’hanno compiuta. Pure è lecito supporre che, tra l’altro, furono le ininterrotte polemiche con gli Ebrei (sulla persona di Gesù e sul suo significato) ad indurre Paolo, nella sua epistola più antica, e certo in molte altre occasioni, ad esternazioni sconsiderate. I suoi ex correligionari avrebbero dovuto espiare dura mente la sua scelta. Ma non solo su Paolo poté alimentarsi l’odio cristiano per gli Ebrei. Fu soprattutto quello sciagurato passo, incluso nelle leggende della passione in Matteo, a fornire le munizioni ai fanatici cristiani. Infatti, allorché si trattò di chi Pilato dovesse amnistiare, se Gesù oppure il rivoltoso Barabba, il popolo scelse Barabba, aizzato a quanto pare dai sommi sacerdoti. Dopodiché Pilato, in una celebre scena, se ne lava le mani (in tutta innocenza), tant’è che Matteo scrive: E tutto il popolo rispose:”Il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli”. (Mt 27,25) Questa frase è una delle parole più obbrobriose della Bibbia, destinate a riversare sugli Ebrei patimenti inauditi. Dovunque, nei secoli e millenni successivi, donne e uomini ebrei fossero perseguitate da cristiani, questi si ritrovarono sempre questo motto nel loro bagaglio. Fanatici cristiani, richiamandosi a questa frase, potevano impancarsi addirittura ad esecutori d’una giustizia divina. Gli Ebrei avrebbero reclamato da se stessi, per così dire, il proprio giusto castigo. La perfidia ne viene rafforzata ove si consideri che le parole della Bibbia vennero presto considerate come ispirate da Dio, in modo tale che la barbarie della persecuzione ne uscì confermata e legittimata anche sul piano dogmatico. Matteo, dal canto suo, da dove ha mutuato queste parole? In Marco non le ha trovate, e nemmeno in Luca ci sono. Esse sono un’invenzione dell’evangelista stesso: un’altra brutta falsificazione, questa, dalla prospettiva di oggi (i neotestamentari sono qui largamente d’accordo, sebbene preferiscano formularla in maniera più raffinata), fatta probabilmente nell’intenzione di danneggiare gli Ebrei, L’esecuzione capitale di Gesù 184 coi quali anche la cerchia dello sconosciuto evangelista era coinvolta in aspre polemiche. Certo, delle conseguenze di ciò che scrivevano, e del fatto che i loro testi sarebbero stati letti ancora dopo duemila anni, nemmeno gli evangelisti potevano essere consapevoli. Per noi, oggi, e più ancora per gli Ebrei, questa non è che una magra consolazione. Ancora una volta si constata la leggerezza con cui gli evangelisti scrissero a loro piacimento, aggiungendo e cancellando, interpretando e deviando l’attenzione. Per cui bisogna porre di nuovo la domanda: dove mai si possa contare su una tradizione che sia in qualche misura autentica e credibile. In buona sostanza: chi fu davvero responsabile della morte di Gesù? Nei vangeli è riconoscibile la tendenza a scagionare i Romani. Come detto, non solo Pilato se ne lava le mani, dichiarandosi innocente; anche sua moglie Procula conferma, in virtù di un suo sogno, l’innocenza di Gesù. In Luca si presenta perfino Erode Antipa, il sovrano della regione di Gesù, quasi come testimone a discarico (Lc 23,14– 15). L’impressione suscitata dai vangeli è che Pilato venga costretto dagli Ebrei a condannare Gesù, quantunque fosse personalmente convinto della sua innocenza. In Giovanni, Pilato ribadisce tre volte la propria innocenza; e nell’apocrifo vangelo di Pietro, addirittura, i Romani non sono più presenti. La tendenza a discolpare i Romani si può capire forse anche dagli sforzi dei primi cristiani di esternare la loro lealtà nei confronti delle autorità romane. Anche la presunta sentenza di Gesù – Quello che è di Cesare rendetelo a Cesare e quello che è di Dio, a Dio (Mc 12,17) – considerata non storica dalla maggioranza degli esegeti (però Bultmann la ritiene autentica) – è in linea con questa tendenza. Di fronte ai Romani si voleva mandare segnali di lealtà, di fronte agli Ebrei si rimarcavano sempre di più i confini. La realtà, probabilmente, si presentava diversamente. Theißen e Merz sottolineano: “Rapporti giuridici e modalità di esecuzione comprovano univocamente i Romani come responsabili principali della morte di Gesù.” (Theißen/Merz, op.cit., S. 99). I Romani erano titolari del diritto di vita e di morte; Gesù di Nazaret: un figlio di Dio demistificato 185 la crocifissione era una punizione prettamente romana, applicata soprattutto agli schiavi e ai ribelli politici e religiosi. Fossero stati gli Ebrei ad uccidere Gesù, egli sarebbe stato probabilmente lapidato (come avverrà più tardi col fratello di Gesù, Giacomo). Il sogno di Procula, moglie di Pilato, è del tutto leggendario, anzi, persino il rilascio di Barabba al posto di Gesù (con le proteste d’innocenza di Pilato) è storicamente incerto, dal momento che nulla si sa circa una presunta usanza di amnistiare un malfattore in occasione di feste. E’ pensabile, tuttavia, che ambienti giudaici (e qui si pensa soprattutto all’aristocrazia del Tempio) avessero fatto pressione sui Romani per una condanna di Gesù, e che l’avessero in certa misura denunciato. Insensatezze nel processo di Gesù Stando alle narrazioni degli evangelisti, Gesù fu condannato e giustiziato nel contesto d’una festa della pasqua ebraica. Le circostanze di questo processo fanno ravvisare moltissime cose insensate e contraddizioni, che hanno prodotto una grande mole di pubblicazioni specialistiche. In primo luogo, è poco chiara la data della morte. Nei sinottici, Gesù muore un venerdì e nel giorno 15 del mese primaverile Nisan del calendario ebraico. In Giovanni, per contro, egli muore già il 14 Nisan, un giorno prima, nel periodo in cui si macellano gli agnelli pasquali. Si suppone che, secondo Giovanni, Gesù debba essere rappresentato come il vero “agnello pasquale”; la sua datazione, pertanto, avrebbe una motivazione teologica. Eppure, stando ai sinottici, il processo di Gesù sarebbe avvenuto nella notte di Pasqua. Sennonché i dibattimenti giudiziari non dovevano aver luogo il sabato o nei giorni festivi, e neppure nei giorni di preparazione alla festa. Contro Gesù, tuttavia, il dibattimento si svolge nelle ore notturne. Secondo il diritto processuale romano, una condanna capitale non può essere mai pronunciata nel primo giorno di dibattito, bensì al più tardi in una seconda seduta, il giorno succes- L’esecuzione capitale di Gesù 186 sivo. Allora egli sarebbe stato crocifisso e sepolto nel primo giorno festivo: anche questo veramente impensabile. Allo stesso modo, non concorda il fatto che sacerdoti e scribi si presentino il venerdì sul luogo dell’esecuzione e si prendano beffe di Gesù. Tali questioni relative alla datazione, e le contraddizioni nel diritto processuale, hanno fatto porre al teologo Ernst Fuchs la domanda se un processo contro Gesù abbia mai avuto luogo: che non sia stato giustiziato in maniera accidentale, quasi casualmente? Pilato era d’altronde conosciuto come politico capace di non tener conto granché delle norme legali. Per di più, Gesù non era nemmeno cittadino romano. Le rappresentazioni date nei Vangeli sarebbero allora state montate dagli evangelisti, fino a farne un autentico processo. A causa dei numerosi problemi, alcuni mettono in gioco il pensiero che Gesù fosse stato giustiziato non durante la festa pasquale, bensì nella festa giudaica dei Tabernacoli, ritenendo di trovarne conferma dai rami di palma agitati durante l’ingresso di Gesù a Gerusalemme. La festa pasquale sarebbe stata forse indetta solo dopo la festa pasquale. In tal caso, si capirebbe meglio anche l’ultima cena. Questa soluzione, d’altra parte, creerebbe una serie di altri problemi. Ma non mancano neanche i tentativi di salvare ancora la versione neotestamentaria. Nel che si è distinto, in particolare, il teologo Josef Blinzler col suo libro Der Prozess Jesu (1951), seguendo ancora con molta fatica la curva tecnica dell’esegesi tradizionale, secondo cui il processo di Gesù si sarebbe svolto nelle forme descritte. Ma solo pochi esegeti l’hanno seguito in quella direzione. Eppure solo Marco e Matteo rappresentano di massima un processo. In Luca e Giovanni si descrive piuttosto un interrogatorio dinanzi al Gran Consiglio; in Giovanni, solo un interrogatorio nel cortile privato del sommo sacerdote. In Luca, la seduta del Sinedrio ha luogo la mattina, mentre in Giovanni l’interrogatorio avviene di notte davanti al sommo sacerdote. La confusione è totale. Così sicuro non è neppure che Gesù morisse sulla croce sotto Ponzio Pilato, tanto nebulose e contraddittorie sono Gesù di Nazaret: un figlio di Dio demistificato 187 su questo punto le cronache degli evangelisti. Allorché furono fissati per iscritto, i racconti circa la passione di Gesù avevano già dietro di sé, palesemente, una lunga ed intensa tradizione orale, intessuta di parecchie matasse tradizionali, decorate con molti materiali veterotestamentari. Gli evangelisti hanno poi contribuito la loro parte, col frustrante risultato che oggi – oltre al nudo fatto della morte di Gesù –, non si può dire quasi più nulla di sicuro sui reali dati di fatto. Proprio le storie sulla Passione sono state ricostruite e trasformate senza tregua, fino all’irriconoscibilità storica, in modo paragonabile con una chiesa barocca di cui gli storici dell’arte, attraverso i rifacimenti gotici e romanici, tentano faticosamente di decrittare forme e intenzioni originarie. Solo che gli storici, diversamente dagli storici dell’arte, hanno particolare interesse per l’edificio originario. Appena si scoprono un paio di fondazioni inavvertite, si è già soddisfatti; ma quando, tra le macerie della tradizione, viene alla luce una mezza colonnina, ecco scoppiettare i tappi di sughero per il giubilo Perché Gesù venne ucciso? Quando si chiede ai cristiani perché Gesù fosse comunque condannato a morte, che cosa avesse mai fatto, tanto che le autorità ritennero di dover così drasticamente procedere nei suoi confronti, ci s’imbatte perlopiù in una certa perplessità. Parecchi penseranno alle sue violazioni del sabato. Sennonché il suo comportamento, sicuramente provocatorio a questo proposito, non ebbe un ruolo in nessuno dei racconti sulla Passione. Evidentemente no, non si trattava del sabato. Reimarus, nel Settecento, fu il primo a vedere Gesù nella prospettiva d’un messia politico, al quale stava a cuore la liberazione violenta del suo popolo. Solo dopo la sua morte, la sua attività sarebbe stata interpretata in modo diversi. Gesù sarebbe dunque morto come rivoltoso politico. A favore di questa tesi può essere addotto senz’altro il titolo al sommo della croce, che presenta Gesù come re dei Giu- L’esecuzione capitale di Gesù 188 dei. Questa dicitura è probabilmente autentica, quantomeno sembra che non fosse stata escogitata in ambienti cristiani. L’appellativo non ha senso, dal momento che, per i cristiani, Gesù non era certo un re. Agli occhi dei Romani, però, questo titolo appare plausibile e dimostrerebbe che, con Gesù, si era trattato d’un ribelle politico, oppure che, almeno, egli non rifiutò questa pretesa. Secondo il diritto processuale romano, il silenzio d’un imputato di fronte a un’accusa, equivaleva ad una confessione, diversamente da oggi. E Gesù, di fronte ai suoi accusatori, effettivamente tacque, o almeno così affermano gli evangelisti (sebbene riportino anche parole dette da lui). Dal punto di vista romano, Gesù morì in quanto rivoltoso, o almeno in quanto potenziale rivoluzionario. Ma che egli avesse intenzioni davvero politiche, oggi non viene affermato quasi da nessuno: tutta la vita pubblica di Gesù è lì a dimostrare che il suo interessamento non era sul piano politico. Ai Romani, tuttavia, dev’essere stato indifferente il fatto che eventuali disordini nel popolo potessero essere causati da un agitatore che si sentisse politico o meramente religioso. Per la festa pasquale, Gerusalemme pullulava di gente proveniente dalla diaspora ebraica, e il rischio d’una sommossa era pertanto specialmente acuto. Il vangelo di Marco menziona due punti d’accusa: un motto piuttosto ambiguo a proposito del tempio e la sua presunta professione messianica. Secondo Marco, 14,58, Gesù avrebbe detto: “Io distruggerò questo tempio, fatto da mani d’uomo, e in tre giorni ne costruirò un altro, non fatto da mani d’uomo.” Matteo formula con più energia il modello di Marco: “Io posso distruggere il tempio di Dio e ricostruirlo in tre giorni.” (Mt 26,61). Mentre in Marco i testimoni dell’accusa si contraddicono, in Matteo non c’è nulla di questo. L’accenno ai tre giorni (fino alla risurrezione) è sicuramente posteriore alla pasqua, eppure la critica al Tempio in esso contenuta potrebbe avere un appoggio storico. Una critica al culto del tempio poteva essere intesa come blasfemia e, al tempo stesso, come attacco contro l’aristocrazia del tempio, alla quale Gesù, in veste di sommo sacerdote, si contrapponeva ora in qualità di accusato. Forse, la cosid- Gesù di Nazaret: un figlio di Dio demistificato 189 detta purificazione del Tempio rappresenta la chiave per comprendere la condanna di Gesù. Gesù aveva scacciato i mercanti dal Tempio, rovesciando i tavoli dei cambiavalute e dei venditori di piccioni. Sia i cambiavalute (nel tempio aveva corso una peculiare valuta) sia i commercianti di uccelli (i colombi erano il sacrificio tradizionale offerto dai poveri) erano assolutamente necessari per l’adempimento del culto. La condotta di Gesù, perciò, poteva essere interpretata nell’insieme come un attacco al culto del Tempio. E dovettero sentirsi attaccati anche quelli che guadagnavano sul commercio nel Tempio, i membri dell’alto ceto religioso di Gerusalemme. “Lo udirono i capi dei sacerdoti e gli scribi e cercavano il modo di farlo morire. Avevano infatti paura di lui, perché tutta la folla era stupita del suo insegnamento” (Mc 11,18). Con questa azione, forse sconsiderata e spontanea, Gesù si era presentato alle autorità religiose, che fino allora lo conoscevano tutt’al più per sentito dire, quale estremista militante e palesemente disposto alla violenza, o almeno come fanatico religioso. Alla élite religiosa un personaggio siffatto non poteva far comodo; doveva necessariamente essere visto come possibile pericolo, un rischio non calcolabile. Il fatto che costui affondasse per giunta la loro autorità, minacciando in più le loro entrate, non migliorava di certo la situazione. Potrebbe quindi essere che Gesù, con questa azione, nonché con discorsi ostili al Tempio, a cuor leggero e certamente anche balordo, si fosse fatto nemici molto influenti. Non viveva più nella provincia di Galilea, e polemizzava con rabbini e soprintendenti di sinagoghe. A Gerusalemme tirava un vento diverso; qui l’aristocrazia ebraica e i Romani erano ugualmente interessati ad uno svolgimento della festa tranquillo e senza problemi. Il suo modo provocatorio di comportarsi qui, a Gerusalemme, fu dunque fatale per Gesù. Che la sua azione gli sarebbe costata la vita, egli non l’aveva sicuramente messo nel conto, cosicché fu travolto dalle conseguenze dei suoi gesti. La critica al Tempio, espressa in senso militante, sembra essere in ogni caso il motivo più plausibile della sua condanna. A questo punto, la L’esecuzione capitale di Gesù 190 pericolosità di quest’uomo era facile da vendere al potere degli occupanti romani: la morte sulla croce del potenziale rivoltoso ne fu la conseguenza ineluttabile. Ma il vangelo di Marco menziona inoltre, come secondo capo d’accusa, il fatto che Gesù avesse definito se stesso come Messia: “Ma egli taceva e non rispondeva nulla. Di nuovo il Sommo sacerdote lo interrogò dicendogli: Sei tu il Cristo, il Figlio del Benedetto? Gesù rispose: Io lo sono! E vedrete il Figlio dell’uomo seduto alla destra della Potenza e venire con le nubi del cielo” Allora il sommo sacerdote, stracciandosi le vesti, disse: “Che bisogno abbiamo ancora di testimoni? Avete udito la bestemmia; che ve ne pare?”. Tutti sentenziarono che era reo di morte. Alcuni si misero a sputargli addosso, a bendargli il volto, a percuoterlo e a dirgli: “Fa’ dunque il profeta! E i servi lo schiaffeggiavano.” (Mc 14,61–65) Le scene relative all’interrogatorio si leggono come se gli evangelisti non sapessero decidersi se descrivere Gesù in silenzio oppure in una netta affermazione di sé. Le due varianti, quindi, potrebbero essere costruite giacché, nell’interrogatorio, è improbabile che fosse presente qualche seguace di Gesù, che in seguito avrebbe potuto informare sull’accaduto. Il silenzio di Gesù trae probabilmente origine da Isaia 53,7: Maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca; era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori, e non aprì la sua bocca. Gesù di Nazaret: un figlio di Dio demistificato 191 Ma l’affermazione di sé non risale sicuramente a Gesù, essendo piuttosto una collezione di titoli di sovranità attribuiti a Gesù dopo la sua morte. Fa un certo effetto, come se l’evangelista avesse qui messo insieme ancora una volta tutti i titoli di sovranità a lui noti, lasciando che Gesù si riconoscesse in tutti. La risposta di Gesù è inoltre composta di citazioni veterotestamentarie, questa volta tratte da Salmi 110,1: Oracolo del Signore al mio signore: Siedi alla mia destra […], e Libro del profeta Daniele 7,13: Guardando ancora nelle visioni notturne, ecco venire con le nubi del cielo uno simile ad un figlio d’uomo; giunse fino al vegliardo e fu presentato a lui. Tanto la domanda del Sommo sacerdote (in cui sono già intrecciate insieme due differenti rappresentazioni), quanto la risposta di Gesù, non si possono immaginare pronunciate da ebrei; al contrario, sono comprensibili solo come espressione della successiva comunità cristiana. La stragrande maggioranza degli esegeti neotestamentari giudica pertanto questa confessione spontanea di Gesù come non storica. Anche se questo passo è sicuramente secondario, non si deve tuttavia tener conto del fatto che il popolo avesse trasferito su Gesù attese messianiche, senza curarsi se egli le avesse condivise o meno? Certo, il titolo di “re dei Giudei”, collocato ad intestazione sulla croce, gli attribuisce proprio la rivendicazione d’una dignità superiore. Si sarebbe mai potuto definirlo re dei Giudei, qualora egli avesse rifiutato tassativamente questo titolo? C’è tuttavia una questione che fa drizzare gli orecchi: in Marco, dopo il suo interrogatorio, Gesù viene beffeggiato non come Messia o figlio di Dio, bensì (unicamente) come profeta (Mc 14,65). Questa definizione non può venire dai cristiani, poiché per loro Gesù era ben più che un profeta. Si dovrebbe quindi supporre che Gesù fosse accusato in quanto profeta, più precisa- L’esecuzione capitale di Gesù 192 mente come falso profeta? Per falsa profezia, nonché per demagogia connessa con la relativa accusa, era infatti decretata la pena capitale. Dunque, ciò che precisamente portasse alla morte di Gesù, come si formulasse nell’accusa contro di lui, su che cosa fosse fondata, anche questo alla fin fine non si potrà più acclarare. Che questa condanna fosse in qualche modo connessa con la sua critica al Tempio e con la sua militanza, in un’epoca in cui l’attenzione dei Romani e dell’aristocrazia giudaica era comunque assai tesa per la festa e la presenza di migliaia di pellegrini a Gerusalemme, sembra essere davvero la spiegazione più convincente. In tutti i modi, istanze ebraiche e romane si coalizzarono prestissimo contro di lui. Il fatto che fosse stato al cospetto di Pilato, e che questi si fosse occupato del suo caso, è assai incerto; la grande scena, con la celebre domanda di Pilato “Cosa è la verità?”, è in tutti i casi una leggenda. Gesù, insomma, fu condannato e giustiziato dai Romani quale ribelle religioso e politico, o anche solo come potenziale agitatore. Che Gesù avesse voluto e avesse previsto tutto ciò, che quindi alla base degli eventi ci fosse una superiore necessità, addirittura un piano di salvezza, è una più tarda interpretazione cristiana, una leggenda fondativa del Cristianesimo. Che non ha nulla a che vedere con la realtà della storia. In modo evidente, i discepoli di Gesù non conobbero nulla circa un piano di salvazione. Gesù non li preparò in nessun modo ad un tale esito, sicuramente perché egli stesso non aveva contato sulla propria fine così rapida. Perciò i discepoli, presi dal panico, fuggirono da Gerusalemme, indubbiamente per la paura di dover subire il medesimo destino del loro maestro. Una reazione comprensibile. Un procedimento immediato contro di loro, tuttavia, non ebbe evidentemente luogo; se fosse accaduto diversamente, sarebbe stato riferito di sicuro. Gesù di Nazaret: un figlio di Dio demistificato 193 Altre figure inquiete intorno a Gesù Dal punto di vista dalla romana potenza occupante, l’esecuzione di Gesù fu razionale e ben giustificata. Chi poteva sapere cosa mai questo Gesù avrebbe potuto combinare? Per di più, se fosse un intrigante politico, o soltanto religioso, era una questione puramente accademica. Il carisma per influenzare la gente, Gesù ce l’aveva in modo palese: quanto in fretta, poi, un predicatore poteva trasformarsi in demagogo! E la provincia orientale dell’Impero, anche senza di ciò, dava chiari segnali di turbolenza. Uno storico che, a metà del II secolo, avesse guardato indietro al passato, avrebbe giudicato Gesù e il suo movimento come parte d’una lunga sequela di movimenti messianici e profetici che funestavano la Palestina. Nel Nuovo Testamento, quei movimenti affiorano solo marginalmente, ma la loro conoscenza fa capire meglio anche il movimento gesuano. Nel suo libro (Theißen/ Merz, op.cit., S. 138–144), lo storico ne fornisce un compendio sintetico. I seguenti paragrafi ricalcano codesta rappresentazione. Dove e come così non sia, il lettore se ne accorgerà senz’altro. Dopo la morte di Erode il Grande (il presunto infanticida) nell’anno 4, vi fu una sequela di insurrezioni che poterono essere soffocate solo con l’intervento di parecchie legioni. Fin da allora, le rivolte furono motivate da aspirazioni messianiche. Secondo una cronaca di Giuseppe Flavio, un certo Simone, già schiavo di Erode, si proclamò re per breve tempo, attirando su di sé speranze messianiche; altrettanto fece un certo Atronge, un pastore che vedeva se stesso come il nuovo Davide. Un altro sedicente carismatico, un certo Giuda, figlio di Ezechia, si schierò apertamente a favore d’una radicale teocrazia e, di conseguenza, al fine di alimentare l’ostilità verso ogni egemonia straniera. Nell’anno 6 d. C. la Giudea e la Samaria caddero sotto diretta amministrazione romana. Contro un censimento fiscale eseguito in questo contesto, si ribellò Giuda il Galileo. Essendo anche lui apertamente un estremista religioso, proclamò la dittatura di Dio, soste- L’esecuzione capitale di Gesù 194 nendo che non si dovessero riconoscere altri governanti all’infuori di Dio. Attribuiva all’uomo non solo la possibilità, ma persino l’obbligo di cooperare nell’edificazione del governo assoluto di Dio. In concreto, istigava al rifiuto del pagamento delle imposte. La sua fine violenta è addirittura ricordata negli Atti degli apostoli (Apg 5,37). Due figli di questo Giuda furono crocifissi dal procuratore romano Tiberio Alessandro, evidentemente per aver anch’essi incitato al rifiuto di pagare i tributi. Giuseppe Flavio giudica la sua dottrina corresponsabile dello scoppio della guerra giudaica. Anche Giovanni il Battista rientra nella schiera di questi personaggi inquietanti, che propugnavano con forza il Regno di Dio e la sua egemonia, ponendosi così in rotta di collisione coi Romani. Anch’egli fu una figura conservatrice, un fondamentalista che criticava l’ellenizzazione della società ebraica, sognando di far girare in senso opposto la ruota dello sviluppo sociale. Vedeva il dominio di Dio immediatamente incombente, e battezzava molti ebrei nel Giordano, per la remissione dei peccati. Radunava giovani intorno a sé, criticando tra l’altro il re Erode Antipa per il suo stile ellenizzante e la sua indifferenza alla Legge giudaica. Erode Antipa fece giustiziare anche lui, e i suoi discepoli sopravvissero ancora fino alla fine del secolo. Un alunno di Giovanni Battista fu evidentemente Gesù di Nazareth, figlio d’un artigiano della Galilea, che si fece conoscere come esorcista e taumaturgo. Battezzato da Giovanni nelle acque del Giordano, ribadì anche lui il dominio di Dio, ritenuto ormai vicinissimo. Radunò una propria cerchia di seguaci e predicò soprattutto nei paraggi del lago Genezareth. Ebbe grande venerazione per il suo maestro Giovanni fino alla morte di lui; tra i due gruppi di discepoli, tuttavia, vi furono delle rivalità. Sotto Ponzio Pilato, a quanto pare nell’anno 30, dopo una breve attività di circa un anno, durante la sua prima visita a Gerusalemme, Gesù venne crocifisso come ribelle sedizioso. Mediante la sua critica al culto del Tempio, questo Gesù aveva palesemente provocato il ceto religioso dominante. Il Regno di Dio annunciato da Gesù non arrivò. Ma i suoi Gesù di Nazaret: un figlio di Dio demistificato 195 seguaci annunciarono in seguito la sua resurrezione dai morti e seguitarono a venerarlo. Un profeta di nome ignoto, dalla Samaria, radunò nell’anno 36 una grande massa di fedeli, e volle recarsi con loro sul monte Garizim, per disseppellire lassù gli oggetti di culto che si diceva fossero sotterrati da Mosè. Ponzio Pilato fece trucidare la folla, per cui venne destituito dalla sua carica a causa delle proteste. Sotto il procuratore Cuspio Fado (44–46), un certo Theuda incita gli ebrei a seguirlo coi loro beni fino alle rive del Giordano. Anch’egli si riteneva un profeta. Annunciò che il Giordano, al suo comando, si sarebbe diviso, come un tempo il Mar Rosso al cospetto di Mosè. Anche questo movimento ebbe termine con un bagno di sangue provocato dai Romani. Lo stesso Theuda venne decapitato e la sua testa trasportata a Gerusalemme. Un’intera serie di profeti venne alla ribalta negli anni tra il 52 e il 60, cercando di convincere i rispettivi seguaci a fargli scorta nel deserto. Costoro promisero a loro segnali e prodigi. Da sempre, infatti, il deserto era considerato luogo d’incontro con Dio. Tale movimento fu pure soffocato nel sangue. Nello stesso periodo un egiziano raccolse i suoi seguaci sul Monte degli ulivi, annunciando di avere il potere di far crollare, al suo comando, le mura di Gerusalemme. All’epoca del procuratore Porcio Felice (60–62), un profeta tenta nuovamente di condurre i suoi seguaci nel deserto. Prometteva salvezza e una fine del mondo. Anche questo movimento venne soffocato nel sangue. Poco tempo dopo si presentò un altro profeta, un certo Gesù, figlio di Anania, annunciando il giudizio sulla città di Gerusalemme e la distruzione del Tempio. Consegnato dall’aristocrazia ebraica al procuratore Albino (62–64), questi decide che si tratta d’un pazzo, e lo rimette in libertà. Costui non smette di lanciare la sua profezia di sventure, e Gerusalemme viene realmente distrutta. Gesù di Anania muore nell’assedio, colpito probabilmente dal proiettile d’una catapulta romana. L’esecuzione capitale di Gesù 196 Durante la Guerra giudaica (67–70), si fanno avanti parecchi pretendenti al trono, tra i quali un certo Menahem ed un certo Simon ben Giora. Quest’ultimo, dopo la conquista di Gerusalemme, verrà giustiziato a Roma. E’ probabile che altrettanto accadesse a Giovanni di Gishala, il quale aveva organizzato a Gishala la resistenza contro i Romani, e fu portato da Tito a Roma. Possibile inoltre che questo Giovanni si fosse sentito e presentato pure come un messia. Anche dopo la Guerra giudaica vi furono parecchi pretendenti al titolo di re, oppure di messia. Uno di loro fu senz’altro Luca di Cirene, capo nella cosiddetta insurrezione della diaspora (115–117 d. C.). Costui si era presentato con pretese messianiche, e nelle fonti è connotato come re. Esplicitamente in qualità di Messia si considerò Simon bar Kochbar, condottiero nella rivolta di Bar-Kochbar (132–135 d. C.) contro l’imperatore Adriano. Il rabbino Akiba, tenuto in alta considerazione, appoggiò la ribellione e riconobbe in Simon il messia giudaico lungamente atteso. Motivo per cui l’insurrezione avrebbe dovuto avere successo. Eppure anche questa rivolta fu soffocata nel sangue: Simon trovò la morte, e il rabbino Akiba fu giustiziato dai Romani. I cristiani in ogni caso (però anche i non cristiani) sentono l’azione e la morte di Gesù come qualcosa di singolare, di unico e assolutamente incomparabile. Reperti e risultati storici dimostrano però che quell’impressione è sbagliata. La storia formatasi intorno a Gesù di Nazaret fu soltanto uno dei numerosi movimenti di rinnovamento che interessavano l’inquieta Palestina. Quasi ogni anno vi spuntavano profeti, carismatici, messia e pretendenti al trono, accampando teorie astratte e astruse. Il popolo ebraico di Palestina era esposto senza tregua all’influsso di fanatici religiosi, poiché tutti questi movimenti, ciascuno in un modo suo peculiare, erano rivolti al passato, estremamente conservatori, improntati ad un nazionalismo religioso o religiosamente connotato. E il popolo era chiaramente sensibile ad influenze di questo genere. Gesù di Nazaret: un figlio di Dio demistificato 197 Risulta evidente, inoltre, quanto sia artificiosa la differenziazione (una distinzione tutta nostra) tra attività religiosa ed attività politica di questi profeti. La separazione di questi due aspetti fallisce già in questo: l’atteso Messia religioso era atteso perlopiù anche come messia politico. L’atteso Regno di Dio non era affatto un regno librato sulle nuvole (solo i cristiani l’hanno creato a tal fine), ma lo si aspettava realizzato sulla terra. Era in mezzo a questo mondo che Dio doveva instaurare la sua egemonia, e a tal fine i nemici reali dovevano naturalmente essere sconfitti. Dio stesso li avrebbe abbattuti, e i suoi fedeli seguaci l’avrebbero aiutato nell’impresa. La sfera religiosa privata è infatti, nella storia delle religioni, un’invenzione assai tardiva. Ai Romani, perciò, i movimenti religiosi apparivano sempre sospetti, anche politicamente; dovevano esserlo necessariamente, giacché ogni predica che si riferisse ad un imminente Regno di Dio, per quanto spiritualmente fosse ispirata, minacciava indirettamente le loro pretese egemoniche. E sospetto era ognuno che, oltre a ciò, avesse in più forza d’irradiazione carismatica, ossia il potere di affascinare e di legare a sé tante persone. Non v’è dubbio che Gesù fosse un uomo di questa fatta. Il suo arresto e la sua esecuzione, visti dai Romani, furono soltanto logici e coerenti. L’elencazione fatta qui sopra ha mostrato che l’opera di codesti (autonominatisi) profeti, o messia, causava spesso la morte di molte persone, in quanto l’autorità romana riteneva spesso di dover porre un freno a quei movimenti solo effettuando dei massacri. Nella guerra contro i Romani aumentava, col fanatismo, anche il numero delle vittime. Cosicché, poco prima della caduta di Gerusalemme, si ripresentarono sedicenti profeti, promettendo salvezza. Bastava recarsi al Tempio e aspettare l’aiuto di Dio. Nell’incendio del tempio arsero centinaia di persone, ma l’aiuto divino non si verificò. La rivolta di Bar Kochbar (dal 132 al 135), significativamente innescata da un messia (in questo caso nemmeno autonominatosi), provocò non solo fiumi di sangue, ma ebbe come risultato anche la com- L’esecuzione capitale di Gesù 198 pleta distruzione di Gerusalemme, nonché il divieto per gli ebrei di vivere nella città, avviando la diaspora. L’Ebraismo perdette così, fino al XX secolo, il suo baricentro religioso e culturale. Credenza nel Messia e attesa d’un Regno di Dio avrebbero avuto per l’Ebraismo ripercussioni catastrofiche, non solo come allucinazione, ma anche con ripercussioni sugli eventi storici. Persino dopo aver preso atto della molteplicità di quei movimenti, i cristiani recalcitreranno di fronte al dovere di mettere Gesù nel novero di quei profeti e messia così astrusi. E’ di codesta schiera, in ogni modo, che anche Gesù fa parte. In realtà, cosa sarebbe successo se non ci fossero stati i discepoli a portare avanti la causa di Gesù, qualunque fosse stata, se la nuova dottrina non avesse incontrato un protagonista come Paolo, se alla setta giudaica non fosse riuscito il grande balzo nel mondo ellenistico? Gesù sarebbe rimasto una glossa marginale d’una storia locale, al pari di Theuda o di Luca da Cirene, che oggi nessuno conosce più. Forse nella rete, in Wikipedia, non si troverebbe oggi nemmeno una noterella che lo riguardi. Solo la fortuita sopravvivenza, e naturalmente la trasformazione di quest’unico movimento innovativo, porta oggi soggettivamente a voler vedere, nella comparsa di Gesù, più di quanto esistette realmente. Ed in più, naturalmente, la possente costruzione dogmatica, l’immagine imponente di strutture chiesastiche che si richiamano a lui. Sennonché le cattedrali e le costruzioni dogmatiche sono realtà sviluppatesi in epoche successive; i fondamenti sui quali esse sono edificate, non reggono ad un rigoroso riesame. Osservando i “risultati” dei movimenti di rinnovamento politico-religiosi, il movimento sorto intorno a Gesù sembra aver avuto un esito piuttosto riguardoso. E’ presumibile che i Romani l’avessero ucciso per pura precauzione, come misura preventiva, prima che accadesse di peggio. E, sulle prime, ebbero pure ragione. Il movimento gesuano richiese un’unica vittima: il presunto agitatore in prima persona. Così i Romani poterono considerare chiuso il caso. Come avrebbero mai potuto presagire che – ironia della storia! – il piccolo Gesù di Nazaret: un figlio di Dio demistificato 199 Le leggende sulla resurrezione focolaio, considerato spento, avrebbe continuato ad ardere sotto la cenere, che l’uomo appena giustiziato sarebbe stato presto annunciato come risorto? e che l’esigua schiera dei suoi seguaci avrebbe invaso e travolto il mondo antico con un inestinguibile incendio religioso? Le leggende sulla resurrezione Ipotesi sul miracolo cardinale del cristianesimo La morte del supposto Messia (così lo vedevano gli ebrei cristiani), oppure del Figlio di Dio (come lo venerarono tosto i cristiani pagani) non bastava sicuramente alla fondazione di questa religione mondiale nel suo stato nascente. Alla sinfonia mancava ancora il colpo di timpano, affinché essa potesse imprimersi saldamente nella memoria. Veramente interessante Gesù divenne solo dopo la sua morte, allorquando i suoi discepoli lo proclamarono risorto. Fintantoché fu solamente un morto ammazzato, gli rimase appiccicato il marchio del perdente fallito; ma quando fu annunciato come risorto, si trasformò in vincitore. E i vincitori, in tutte le epoche, hanno magicamente attratto i popoli. Anche quando le Chiese, per ragioni teologiche, definirono in seguito la croce come l’azione salvifica determinante, subordinando ad essa persino la resurrezione, la conclamata resurrezione di Gesù divenne il principio d’Archimede del cristianesimo. Nella fede della risurrezione si mescolano, in maniera estremamente eccitante, il misterioso con il significativo, l’incantevole numinoso d’un intervento divino con la prospettiva d’un superamento della morte, anche per i credenti. Perché è di questo che si tratta: che valore avrebbe la risurrezione di Gesù, se i credenti non potessero ricavarne anche la speranza nella propria personale immortalità? Proprio questo fu l’annuncio dei primi e per i primi cristiani; i quali ne trassero un successo travolgente. Le risurrezione è il miracolo primigenio del Cristianesimo, il prodigio essenziale, che eclissa 200 tutti i portenti decantati prima di allora, surclassando ed oscurando tutti gli esorcismi di spiriti maligni, tutte le guarigioni di paralitici, di piagati dalla gotta, di donne in preda alle emorragie, e quant’altro. Al cospetto di questo super-miracolo, tutti i prodigi precedenti fanno l’effetto di giochetti per bambini. L’annuncio della resurrezione di Gesù divenne insomma la confessione primaria della comunità. Il Cristianesimo è fondato su un prodigio, anche se i teologi moderni amano esprimere il concetto in maniera più verbosa e con più eufemismi. Oggi, una fede ingenua nei miracoli viene naturalmente respinta dai teologi e, al posto di essa, si sottolinea per esempio la necessità della personale scelta di fede. Nella realtà, tuttavia, la Chiesa cristiana affonda le sue radici, ora come in passato, in questa selva magica, essendo edificata su questo incantesimo, su questo sortilegio di fantasia religiosa. Le resurrezione di Gesù si riflette in varie guise negli scritti del Nuovo Testamento, offrendo così alla critica storica una grande quantità di punti di partenza. Una lunga serie di confessioni, di leggende e di linee tradizionali, si riscontrano nelle Scritture, considerate presto come sacre. E la prima confessione essenziale è appunto che – specialmente per quanto riguarda le leggende relative alla risurrezione – si ritrovano contraddizioni mai udite prima nella tradizione, e che qui, molto di più che in altre storie su Gesù, gli evangelisti e i loro predecessori si sono sbizzarriti senza ritegno per la realtà, o solo per la veracità, della storia. Il credo originario della Chiesa cristiana ha configurazioni leggendarie in dimensioni straordinarie: è ciò che già Reimarus ebbe a constatare, e che oggi nessun serio studioso neotestamentario contesta più. Le contraddizioni rimandano ad una lunga storia della tradizione in fatto di leggende concernenti la resurrezione. “Fra tutte le cronache conservate non ce n’è una che concordi con le altre”, constata il teologo Hans von Campenhausen. (Der Ablauf der Osterereignisse und das leere Grab”//Lo svolgimento degli eventi pasquali e il sepolcro vuoto//S. 19). Anche qui è un caso fortuito che noi pos- Gesù di Nazaret: un figlio di Dio demistificato 201 siamo ripercorrere in qualche misura il modo di lavorare degli evangelisti e le loro visioni teologiche. Poiché Matteo e Luca, su questo punto, hanno conosciuto, applicato e rielaborato il testo di Marco. E anche Giovanni, il più inventivo fra gli evangelisti, in questo passo ha conosciuto evidentemente i suoi predecessori. Per di più, anche nei vangeli apocrifi non mancano racconti di resurrezione, da cui si possono dedurre quantomeno certe tendenze della tradizione. Già nel Nuovo Testamento rimbalza l’accusa che i discepoli avessero rubato la salma di Gesù (Mt 28,11–15). E’ chiaro che i primi cristiani, nella loro predicazione sul Risorto, dovettero confrontarsi di continuo con quella diceria. Reimarus diffuse largamente la tesi del furto della salma nella letteratura ebraica, rappresentandola per primo (in forma ancora anonima) in ambienti culturali cristiani. Sottraendo la salma di Gesù, i discepoli volevano procurarsi dei vantaggi, giacché ora apparivano non più come successori di un perdente, ma potevano anzi guadagnare per sé, nella luce della resurrezione, profilo e autorità. Essi, ora, non erano più soltanto uomini sedotti, al contrario, confermavano così, dinanzi al mondo, la giustezza del loro cammino. Sennonché i discepoli – secondo Reimarus – non riuscirono ad accordarsi bene su quale storia volessero raccontare: ragion per cui si giunse alle numerose e differenti versioni narrate nei Vangeli. Se questa tesi colpisse nel segno, il Cristianesimo risulterebbe fondato su un’impostura ovvero – con una formulazione un po’ più cortese – su un atto truffaldino, come Goethe ha formulato in uno dei suoi “Epigrammi veneziani”: Offen steht das Grab! Welch herrlich Wunder! Der Herr ist auferstanden! – Wer’s glaubt! Schelmen, ihr trugt ihn ja weg. [Aperto è il sepolcro! Che grandioso miracolo! Il Signore// è risorto! Ma chi ci crede? Imbroglioni, voi l’avete trafugato.] Le leggende sulla resurrezione 202 L’ipotesi dell’impostura sarebbe concepibile sul piano psicologico, e spiegherebbe anche il sepolcro vuoto e le apparizioni della risurrezione per via del tutto naturale. Oggi, ciò nondimeno, questa tesi non viene quasi più sostenuta dagli storici, e perciò non verrà propugnata nemmeno qui. Essa rappresenta naturalmente una speculazione; e persino un critico della resurrezione, come il teologo Lüdemann, ritiene i discepoli troppo delusi e sgomenti subito dopo la crocifissione; allo scopo di ordire un tale imbroglio, essi “assai probabilmente, non ne sarebbero stati più in condizione.” (Gerd Lüdemann, op.cit., S. 85 s.). Anche questa, tuttavia, è speculazione. L’obiezione spesso ripetuta, secondo cui gli impostori non sarebbero potuti diventare poi dei martiri, non convince appieno; giacché erano solo pochi i discepoli che (lasciando da parte gli Atti dei martiri, cruenti, e perlopiù non storici) patirono la morte da martirio (questa sembra accertata solo per i discepoli Giovanni e Giacomo, mentre incerto è persino il martirio di Pietro a Roma). Parimenti, furono chiaramente solo pochi i discepoli che portarono avanti la causa di Gesù. Che tutti i discepoli andassero in missione allo scopo di evangelizzare, non è che un’invenzione cristiana. Perché mai non tutti i discepoli incominciassero con la missione, è del resto una questione interessante. Non hanno forse creduto nella testimonianza relativa alla risurrezione? I pochi supplizi abbastanza sicuri dei discepoli partiti per l’evangelizzazione avvennero, cronologicamente, molti anni dopo la morte di Gesù. Per tutto quel tempo, discepoli ricchi di inventiva avrebbero potuto assicurarsi una posizione centrale e un alto prestigio nel milieu sociale della cristianità primitiva. La ipotesi della morte apparente si aggira qua e là, come uno spettro che attraversi la bibliografia relativa. Friedrich Schleiermacher, il più importante teologo dell’Ottocento, nonché il teologo razionalista H.E.G.Paulus, si entusiasmarono per questa tesi, che oggi tocca sconcertanti tirature soltanto in libri di “rivelazioni” sensazionali, ma che a buon diritto non sono presi sul serio dagli specialisti. Anche Gesù di Nazaret: un figlio di Dio demistificato 203 questa tesi, d’altronde, si può richiamare ad argomenti biblici, cioè allo stupore di Pilato perché Gesù era già morto (Giuseppe di Arimatea gli aveva chiesto di avere il corpo morto di Gesù; Mc 15.43– 45). Stando alla testimonianza dei vangeli, Gesù restò appeso alla croce solo per sei ore, un tempo sorprendentemente breve per un’esecuzione di questo tipo. In altri casi, l’agonia dei condannati di questo genere poteva protrarsi per giorni. Nella maggior parte dei casi, la morte subentrava per soffocamento o per collasso circolatorio. Sarebbe tuttavia sbagliato dire che Gesù avesse perciò sofferto poco; in verità, in conseguenza di questo tipo di morte, avrebbe potuto andare anche peggio. La conclusione a favore d’una morte apparente, comunque, dà l’impressione di essere una forzatura, e sembra quasi tirata per i capelli. Più sospetta è già la circostanza che, per la resurrezione di Gesù, non vi fossero testimoni neutrali. Tutti quelli che attestano la sua resurre zione erano suoi seguaci o discepoli. L’assenza di questa autenticazione colpì molto già nel mondo antico. Tanto che Porfirio – certamente il più importante critico del cristianesimo nel mondo antico –, osserva: “Se il Cristo risorto si fosse rivelato a persone autorevoli, allora tutti sarebbero giunti alla fede per tramite loro, e nessun giudice avrebbe condannato loro [i discepoli] come inventori di favole bizzarre.” (Macario II,14, secondo la numerazione di Harnack). Si faccia chiarezza su questo: è avvenuta quella che, secondo l’opinione dei cristiani, è la svolta decisiva di tutta la storia del mondo, e il Signore risorto se la svigna (secondo Luca nello stesso giorno) come un ladro nella notte, dopo essersi mostrato soltanto ad alcuni dei suoi più stretti seguaci. Ciò non è precisamente degno di fiducia. Per controbattere il critico del cristianesimo Celso, il teologo Origene si trasse d’impaccio adducendo che gli altri non avrebbero saputo sopportare la visione della sua trasfigurata comparsa (Origene, Contra Celsum, 2, 63,64). I cristiani più tardi fecero di necessità virtù, ribadendo che si trattava appunto di fede, e che un eccesso di sapere non andava bene in queste cose. In effetti, è con i più svariati e fantasiosi Le leggende sulla resurrezione 204 misteri della fede che la Chiesa cattolica, più degli altri, cerca di smerciare varie tesi dappertutto, ancora oggi, bussando da porta a porta. Sospetto è altresì il fatto che il testimone più antico d’una apparizione del Signore risorto fosse Paolo, e che egli intendesse con ciò, in maniera evidente, nient’altro che una visione. Nella Prima lettera alla comunità di Corinto, Paolo cita non solo un’antica formula di fede, che si suppone risalisse agli anni trenta del primo secolo, ma reca per di più un elenco di coloro ai quali è apparso il Signore risorto. (I Cor 15,3–8) A voi infatti ho trasmesso, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto, cioè che Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture e che fu sepolto e che è risorto il terzo giorno secondo le Scritture e che apparve a Cefa, e quindi ai Dodici. In seguito apparve a più di cinquecento fratelli in una sola volta: la maggior parte di essi vive ancora, mentre alcuni sono morti. Inoltre apparve a Giacomo, e quindi a tutti gli apostoli. Ultimo fra tutti apparve anche a me […] Storicamente, questa testimonianza è molto più importante di tutte le leggende riguardanti la resurrezione. Perché queste compaiono solo nei vangeli posteriori, mentre la prima Lettera ai Corinti è databile dall’anno 50. E Paolo fa menzione d’una tradizione che egli stesso ha probabilmente trovato già pronta. Paolo inserisce se medesimo nella fila dei testimoni della risurrezione, definendosi come l’ultimo al quale Gesù sarebbe apparso. Dappertutto, per la locuzione egli apparve, viene impiegata la parola ophte (aoristo greco di horao). La conversione di Paolo alle porte di Damasco (Atti 9,1–22), a cui Paolo qui allude, era tuttavia una visione, quindi un avvenimento che i suoi accompagnatori non avevano affatto percepito. Essi non udirono né videro nulla di ciò che Paolo dice di aver visto e udito. E Gesù di Nazaret: un figlio di Dio demistificato 205 Paolo, per tutte le apparizioni di Cristo, impiega la medesima parola ophte (egli apparve) . Dunque, se l’apparizione del Risorto agli occhi di Paolo è da giudicare solo come una visione, mentre per le altre apparizioni è applicata la medesima locuzione, s’impone addirittura il sospetto che, nei primi anni delle origini, le apparizioni del Risorto fossero intese di massima unicamente come visioni. Gesù apparve a singoli discepoli sotto forma di sogno diurno – fatto ad occhi aperti – simile a quelli che gli Ebrei conoscevano dall’Antico Testamento, oniricamente vago e misticamente sfumato, non comunicabile per via intersoggettiva. Solo in uno stadio successivo della tradizione, queste visioni divennero per così dire tangibili e manifeste: il Risorto venne descritto come uomo in carne e ossa, da potersi toccare, e in grado di mangiare ostentatamente persino del pesce fritto. Il Gesù apparso a Paolo sarebbe stato sicuramente, per di più, uno spregiatore del cibo. Il fatto che, nelle storie della resurrezione allo stadio nascente, si trattasse appunto di visioni, dà il suo nome specifico alla teoria delle visioni, oggi sostenuta dalla stragrande maggioranza degli studiosi neotestamentari. Che Gesù fosse apparso realmente, in forma corporea, ai suoi discepoli, è difficilmente digeribile per i teologi illuminati, mentre la riduzione delle apparizioni a pure e semplici allucinazioni è ancora accettabile. Eppoi, se a suggerirlo c’è anche il referto della tradizione, tanto meglio. Sennonché le visioni possono essere di duplice qualità. Se si muove dal presupposto che Dio stia davvero dietro la visione, si parla d’una teoria visionaria oggettiva; ma se si ipotizza trattarsi di processi meramente psicologici, allora si parla d’una teoria soggettiva delle visioni. Tra gli esponenti della teoria visionaria soggettiva ci sono non soltanto David Friedrich Strauß, ma anche Rudolf Bultmann e Gerd Lüdemann. “Visioni sono fenomeni che avvengono nella mente umana, sono prodotti della propria forza immaginativa, sebbene i visionari le raccontino di regola in modi diversi.” (Lüdemann, Die Auferweckung Jesu von den Toten, S. 39). Con questo, tuttavia, le visioni si accostano grandemente alle Le leggende sulla resurrezione 206 allucinazioni, quasi a coincidere con puri e semplici miraggi, identificandosi in una forma di intima e soggettiva rappresentazione cinematografica. E come tali esse devono pure essere considerate. Ci troviamo qui di fronte al medesimo problema metodologico riguardante le narrazioni sui miracoli. In tutte le religioni si narra di miracoli. E’ inconseguente parlare di illusioni per le altre religioni, e di voler salvare invece i miracoli cristiani come “storicamente verosimili” oppure “forse non secondari”, ponendoli in qualche modo su un’isola soprannaturale. Ciò sarebbe espressione d’uno sciovinismo e d’un cervellotico mentalismo cristiano, assolutamente non giustificabile da una prospettiva scientificamente neutrale. Non è possibile spalancare la porta per i fantasmi cristiani, senza lasciare che vi entrino anche tutti gli altri. Analogamente avviene per quanto riguarda le visioni, che certi esponenti religiosi pretendono di aver avuto e che si presume siano originate da qualche divinità. Su un piano meramente metodologico, non è lecito muovere qui da visioni oggettive. Giacché, in tal caso, non si capirebbe perché si lascino entrare esclusivamente “visionari” cristiani. Se si apre la porta d’ingresso, o anche solo un’uscita di sicurezza, ci si ritrova subito la casa strapiena di illustri personaggi di tutte le religioni possibili, che ci fanno rintronare gli orecchi con le più astruse esperienze vissute. Nel migliore dei casi, quindi, sia sul piano metodologico che della responsabilità, si può dare per scontato che si tratti di visioni soggettive. L’ipotesi scientifica da cui partire deve necessariamente essere questa: tutte le visioni sono personalissimi prodotti dell’io soggettivo che, attraverso gli impulsi del mondo circostante, viene eccitato in molteplici guise. L’influsso di qualsivoglia divinità, diavoli, spiriti, angeli o demoni, non può e non deve essere incluso in questa ipotesi, come del resto neanche l’influsso di Madama Holle e Witwe Bolte. [[[Frau Holle è una fiaba dei fratelli Grimm, che adombra una divinità germanica precristiana, mentre la vedova Bolte è un personaggio fantastico tratto dal popolare “Max und Moritz” dell’umorista tedesco Wilhelm Busch]]] NdT Gesù di Nazaret: un figlio di Dio demistificato 207 Contraddizioni nel tramandare la resurrezione di Gesù Prima delle riflessioni teoretiche, gettiamo intanto uno sguardo tra le testimonianze sul Risorto contenute nel Nuovo Testamento. Dai racconti tramandati dagli evangelisti e dalle loro tendenze si può già ottenere una quantità di conoscenze. Certo, le piccole formule dogmatiche, come ad es. Dio ha risuscitato Gesù dai morti (Rom 10,9, simile a 1 Cor 6,14; Rom 4,24), ricorrenti sovente soprattutto nelle Epistole, sono di regola chiaramente più antiche delle storie abbellite delle apparizioni del Risorto narrate dagli evangelisti. Paolo, quale testimone più antico, suggerisce una comprensione delle apparizioni in forma di visioni. Sicuramente, lui le ha comprese come visioni oggettive, cioè operate da Dio. Nelle Lettere paoline, tuttavia, oltre a formule tradizionali, non si trova nessun racconto storico della risurrezione, sebbene questa avesse sicuramente già avuto luogo. D’altro canto, la visione di Paolo, quantunque sia quella attestata nel modo migliore fra tutte le visioni, non viene ricordata nei Vangeli. Solo Luca la riporta nella sua storia degli apostoli. Di conseguenza, per quanto concerne la pienezza contenutistica delle formule sulla risurrezione, si deve contare solo sui Vangeli. E qui, nel più antico evangelista Marco, si rivelano già fattispecie interessanti. Per incominciare: il vangelo di Marco, nella sua versione originale, non aveva presentato nessun racconto di resurrezione. Terminava, in Mc 16,8, con la storia del sepolcro vuoto. I più antichi documenti testuali lo comprovano in modo univoco. Il motivo è sconosciuto, e anche la conclusione con le parole “Esse uscirono e fuggirono via dal sepolcro, perché erano piene di spavento e di stupore”, non sono molto adatte come epilogo di un vangelo. Per la verità, il vangelo di Marco nel suo complesso, quanto a lingua e composizione, sembra molto accidentato e sconnesso. Che questo vangelo non possa essere opera dello Spirito santo, non è difficile riconoscerlo già dal pessimo greco dell’autore. Forse Marco voleva, per ragioni sconosciute, termi- Le leggende sulla resurrezione 208 nare alla svelta il suo racconto. Comunque sia, le storie successive vi si aggiunsero solo dopo alcuni decenni. Ma sono solamente undici versetti. Il secondo autore vi immette non solo parecchie apparizioni, ma vi inserisce anche l’ascensione al cielo. La storia del sepolcro vuoto, d’altronde, si trova in tutti gli evangelisti, e si può riconoscervi il modo in cui la materia fu elaborata. Al sepolcro giungono, in Marco, tre donne, cioè Maria Maddalena, Maria madre di Giacomo, e Salomè. In Matteo ne restano solo due, avendo lui espunto Salomè. In Luca ci sono di nuovo tre donne, però, in luogo di Salomè, adesso c’è Giovanna, nominata prima in Luca. In Giovanni, finalmente, ha luogo la scoperta del sepolcro vuoto da parte della sola Maria Maddalena. La quale, racconta Giovanni, era andata al sepolcro da sola, nell’oscurità (!). In Marco, le donne giungono per ungere Gesù con pomate: un’impresa alquanto strana per un uomo che è morto ormai da due giorni. L’unzione ebraica dei cadaveri ha luogo naturalmente prima della sepoltura. Forse è per questo che Matteo l’ha cancellata; in lui, le donne vengono per guardare la tomba. In Marco, le donne comprano gli unguenti il giorno dopo il sabato, in Luca il giorno prima. In Giovanni, una unzione non è necessaria, e Gesù è stato unto già prima della sepoltura per mano di Giuseppe di Arimatea. In Marco, alle donne viene in mente solo in cammino che avranno bisogno di aiuto per far rotolare il macigno dall’apertura del sepolcro. Gli angeli sulla tomba, che al lettore della Bibbia sembrano così familiari, in Marco non ci sono ancora: solamente un giovane (in greco neaniskos) sta seduto sulla tomba, vestito di bianco. Con lui, Marco pensò forse al ragazzo che era fuggito ignudo quando Gesù fu arrestato (Mc 14,51–52). In origine allora, nella più antica storia del sepolcro, neanche un angelo sarebbe stato ricordato. Ma non fa niente: Matteo accantona eventuali dubbi. In lui, quel giovanotto diventa un angelo (in greco angelos), mentre in Luca gli angeli sono già due. In Marco, il giovane siede ancora sulla tomba, in Matteo scende ormai dal cielo in forma di angelo, e qui, per fare il botto, Matteo s’inventa Gesù di Nazaret: un figlio di Dio demistificato 209 per di più un bel terremoto. La pietra, che in Marco è semplicemente rotolata via, in Matteo viene spostata dall’angelo. Alle donne viene annunciato, in Marco, che Gesù non si trova nella tomba, e solo dopo le donne vedono che la tomba è vuota. Secondo Luca, esse scoprono prima che la tomba è vuota, e solo dopo ricevono da due angeli una spiegazione del fenomeno. Alla notizia Egli fu svegliato Matteo aggiunge un ulteriore come egli ha detto, ingrandendo ulteriormente l’evento. Anche Luca si dimostra ricco di inventiva; quel Perché cercate tra i morti colui che è vivo? (Lc 24,5), detto alle donne dai due sconosciuti, va ricondotto linguisticamente a lui. Matteo è l’inventore della guardia al sepolcro, di cui Marco non sa nulla. Il senso è chiaro: Matteo reagisce con ciò all’accusa, evidentemente già propagatasi, secondo cui i discepoli avrebbero rubato la salma di Gesù. All’arrivo dell’angelo, Matteo fa sì che la guardia cada come morta; più tardi inventa un’altra storia che riconduce l’accusa di furto di cadavere ad un atto di corruzione ordito dalla classe sacerdotale. Gli Ebrei diffondono voci maligne: egli vuole che la sua comunità creda, e diventa così testimone, senza volerlo, d’una delle prime critiche antiche alla fede nella risurrezione. Nel successivo vangelo di Pietro non sarà soltanto una guardia, ma saranno subito parecchie, a darsi il cambio. In più, saranno presenti intorno alla tomba, di notte, anche il capitano e addirittura i più anziani (!) tra gli ebrei. Come momento culminante del racconto sul sepolcro vuoto, Matteo fa riapparire Gesù in persona (Mt 28,9–10). Eccolo lì d’improvviso: le donne si avvicinano, gli abbracciano i piedi e lo adorano. Egli le incarica di informare i suoi fratelli (?) di recarsi in Galilea, dove potranno vederlo. Che anche qui noi ci troviamo di fronte ad un’invenzione di Matteo, non si evidenzia solo dal fatto che si manifesta di nuovo un vocabolario tipicamente “matteano”, e che questo passo si cerca invano in Marco, ma anche dalla circostanza che Gesù ripete quasi alla lettera gli inviti che le donne hanno appena ricevuto dall’angelo. Quello che a Matteo stava a cuore, chiaramente, era di tirare qui in ballo ancora Gesù in qualche maniera; ma il valore di Le leggende sulla resurrezione 210 novità del suo discorso (pur sempre le prime parole pronunciate dal Risorto!) è pari a zero. Ancora una volta si può riconoscere, nella comparazione, che gli evangelisti non hanno scrupoli di inserire inventando, a propria discrezione, interi passaggi e parole. Ciò che non va a genio a loro e alla loro teologia, essi l’hanno allegramente aggiunto, cambiato o espunto. Già dai cambiamenti introdotti solo nel tramandare il testo di Marco a quelli di Matteo e Luca (ossia in un unico grado di trasmissione) si può intuire quali trasformazioni le storie abbiano dovuto subire già nella trasmissione orale. I Vangeli – e non soltanto il vangelo di Giovanni – si dimostrano ancora una volta come scritture profondamente inattendibili in senso storico. Senz’ombra di ritegno, i loro autori hanno contraffatto e lasciato queste manipolazioni in eredità alla Chiesa cristiana: una mistificazione eseguita indubbiamente nella migliore buona fede. La Chiesa ha trasportato alla brava questi falsi attraverso le epoche, etichettandoli successivamente addirittura come opera della Spirito Santo, edificando su di essi un impero, non soltanto religioso. Si manifesta così una comprensione della tradizione, che è del tutto estranea da ciò che si intende per Tradizione nella teologia cattolica. Il vangelo di Matteo ha termine, malgrado ogni compiacimento inventivo dell’evangelista, quasi altrettanto repentinamente quanto quello di Marco. Dopo la sorprendente comparsa di Gesù accanto al sepolcro vuoto, seguono ancora dieci versetti, di cui solo cinque si occupano dell’impostura dei sommi sacerdoti. Oltre all’apparizione di Gesù alle donne, si racconta ancora un’apparizione agli undici discepoli in Galilea. Anche questo è un po’ striminzito, non adeguato al piacere sensazionalistico delle future generazioni. Sennonché Matteo ha finalizzato tutto sulla missione di Gesù, e gli fa dire i ben noti versetti: A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel Gesù di Nazaret: un figlio di Dio demistificato 211 nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo. (Mt 28,18b–20) Anche questi versi sono stati inventati presumibilmente da Matteo stesso, e rivelano comunque alcune incongruenze. Con il cosiddetto ordine missionario Matteo immette nel gioco l’espansione dell’indottrinamento religioso per i popoli. Questo l’avrebbe iniziato Gesù stesso: così Matteo vuole suggerire ai suoi lettori. Perché il Gesù terreno (lo sapeva anche Matteo) vedeva se stesso inviato solo in mezzo agli Ebrei, e aveva espressamente respinto un annuncio rivolto ai pagani o ai credenti di altre fedi: “Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani” (Mt 10,5). Questo è quanto egli aveva inculcato nei suoi discepoli. I primi seguaci di Gesù avevano ancora dato ascolto a ciò: già il numero dodici rinvia alle dodici tribù di Israele, e non ad azioni missionarie tra le nazioni. Solo gli ellenisti presenti nella comunità primitiva, e poi naturalmente Paolo, vogliono portare il vangelo anche tra i popoli. E questo doveva essere duramente contestato dagli ebrei cristiani. Sennonché, quando Matteo scrisse il suo vangelo, si era passati ormai da tempo alla missione tra i pagani: il precetto di Gesù era dunque superato. Per questo motivo Matteo gli mise in bocca una parola che riconduce al suo mandato la missione tra i pagani. Ed è appunto l’esatto contrario di ciò che Gesù aveva annunciato. Anche il comando missionario nella sua forma triadica in nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo rispecchia una formula più tarda, dato che la comunità originaria aveva battezzato soltanto su Gesù, o sul nome di Gesù (il che, nel contenuto, è lo stesso). Il Gesù storico non ha mai battezzato in prima persona; qui gli viene addossato un ordine di battesimo in una forma che sarà applicata solo 30–50 anni dopo la sua morte, ma sicuramente nella comunità di Matteo, per la quale questo vangelo fu scritto. Che già nella frase iniziale A Le leggende sulla resurrezione 212 me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra come pure nelle parole conclusive di Gesù Ed ecco io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo, si tratti, non solo rispetto al linguaggio, di una libera creazione dell’evangelista, si evidenzia l’intero capitolo come “composizione” dell’evangelista. Uno strata gemma che, ad onor del vero, gli riuscì piuttosto bene. Ancora oggi questi versi, in effetti, sono tra i passi più popolari ed amati del Nuovo Testamento. Eppure si nasconde in essi un’altra parola obbrobriosa della Bibbia, per gran parte non percepita dai cristiani come tale. In realtà, questo Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome … si è rivelato – nella storia della Chiesa e nella storia della civiltà – come un autentico appello a versare sangue, avendo significato indubbiamente la giustificazione ideologica di guerre di religione e di incitamento a soggiogare interi popoli, intraprese per la propagazione della fede cristiana. Solo nel Nuovo Mondo – richiamandosi sempre a codesto “comando missionario” – vennero sterminate intere popolazioni; il numero degli assassinati, nonché dei morti causati dalle conquiste, ammontò a milioni: fatti quasi inimmaginabili per società come quelle europee, ormai pressoché uscite dal Medioevo. Ed anche se le Chiese oggi se ne rammaricano onestamente, parlando addirittura di un abuso del Vangelo, e persino quando si ammette che la conquista, in quanto atto di mero potere politico, avrebbe avuto luogo anche senza il sostegno delle Chiese, ebbene, questo non assolve le Chiese da questo dato di fatto: fu appunto la loro religione ad offrire supporto e servizi per tanti eccidi. Scusarsi in tutta serietà, e rammaricarsene sinceramente, non restituisce la vita ai defunti, non rimuove le sofferenze patite. Nel comando per le missioni si rivela la brutta faccia dell’intolleranza e della prepotenza religiosa, che certamente non viene avvertita quando ci si sente cristiani. Ma si provi una volta ad immaginarsi che qui a parlare non fosse Gesù, bensì qualunque altro capo religioso: poniamo Maometto, che fa appello alla diffusione dell’Islam, oppure Lenin, che sogna la rivoluzione mondiale. D’un tratto, Gesù di Nazaret: un figlio di Dio demistificato 213 allora, si percepisce l’arroganza che si sprigiona da quelle parole. L’intolleranza ha molti volti. Ma torniamo al sepolcro vuoto. In Marco, le donne ricevono l’incarico di raccontare ai discepoli della risurrezione, e di recarsi in Galilea, dove Gesù dovrebbe apparire. Stranamente, il Vangelo (nella sua forma più antica) termina così: le donne non dissero nulla ai discepoli, perché erano impaurite. Questo non ha un vero senso, ed in più contraddice chiaramente alla missione dell’uomo nella tomba. Anche qui, perciò, Luca e Matteo introducono dei cambiamenti: nelle loro versioni, le donne raccontano le esperienze da loro vissute. Secondo Matteo, che prende da Marco, Gesù precede i discepoli verso la Galilea. Matteo, in più, fa apparire Gesù anche in Galilea. E’ evidente che Luca, invece, prende da lui solo il riferimento verbale di Galilea. Dove sono gli angeli a parlare: “Non è qui, è risorto. Ricordatevi come vi parlò quando era ancora in Galilea e diceva: “Bisogna che il Figlio dell’uomo sia consegnato in mano ai peccatori, sia crocifisso e risorga il terzo giorno.” Luca fa così perché non riferisce di altre apparizioni in Galilea; in lui, tutte le apparizioni hanno luogo in Gerusalemme e dintorni. Anche i discepoli dovrebbero restare a Gerusalemme. Luca si rivolge infatti ai pagani-cristiani, che della Galilea non sanno che farsene. Dunque, la tradizione radicata nella Galilea sarebbe più antica. In seguito, gli avvenimenti furono trasferiti a Gerusalemme. Se fosse il contrario, se cioè la tradizione legata a Gerusalemme fosse esistita già prima, sarebbe difficile spiegare come si sarebbe potuto ritornare alla tradizione di Galilea. Alla fin fine Giovanni, quale evangelista più giovane, riferirà di apparizioni in Galilea e anche in Gerusalemme. Sul sepolcro vuoto, in generale, Giovanni narra una storia del tutto diversa. Secondo lui, intanto, non c’è nessun angelo che appaia; Maria Maddalena giunge sola alla tomba, la pietra di accesso è già rotolata via. Lei non guarda affatto nel sepolcro, bensì corre da Pietro, pensando che Gesù sia stato già inumato altrove (!). Pietro corre allora verso il sepolcro (in singolare gara con il discepolo prediletto), ma trova solo i lenzuoli funebri. E ancora niente angeli! I due disce- Le leggende sulla resurrezione 214 poli ritornano stupiti a casa (?). Maria Maddalena, ricomparendo improvvisamente sulla scena, vede d’un tratto i due angeli (quelli di Luca) seduti sulla tomba. “Gli angeli. le dissero: Donna, perché piangi? Essa rispose loro: Hanno portato via il mio Signore e non so dove l’hanno posto.” (Gv 20,13) In Giovanni, gli angeli non annunciano la resurrezione, e nemmeno danno l’incarico di informare i discepoli. Ed è stupefacente che Maria continui a pensare che si tratti d’un cambio di sepoltura. Prendendo lo spunto da questi versetti, si è poi consolidata la cosiddetta ipotesi della sepoltura cambiata, in base alla quale la salma di Gesù sarebbe stata inumata altrove all’insaputa dei discepoli. La sua scomparsa sarebbe poi stata interpretata come risurrezione. Come in Matteo, però, Gesù riappare anche in Giovanni. Sulle prime, tuttavia, Maria lo scambia per un giardiniere (!). Gesù le dice: “Donna, perché piangi? Chi cerchi? Ella, pensando che fosse il custode del giardino, gli disse: Signore, se l’hai portato via tu, dimmi dove l’hai posto e io andrò a prenderlo.” (Gv 20,15). Nuova sottolineatura d’un cambiamento di sepoltura; da dove Giovanni l’abbia presa, non è noto, ma non l’attinse comunque dai vangeli sinottici. Oggi, l’ipotesi della tomba cambiata non viene più proposta; si constata, tuttavia, come anch’essa possa rivendicare passi biblici a proprio sostegno. Gesù si fa comunque riconoscere, invitandola però a non toccarlo. “Gesù le disse: Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre.” (Gv 20,17). In Matteo, egli non era ancora così sensibile; lì si lascia abbracciare dalle donne. Si ha l’impressione, in linea di massima, che Giovanni non sappia bene come dovrebbe rappresentare il Risorto. Da un lato, lo descrive come uno spirito che non si deve toccare e che può passare attraverso le pareti, dall’altro lato sfida addirittura l’incredulo Tommaso a toccarlo, mangiando dimostrativamente del pesce fritto. La spiegazione di questo consiste nel fatto che Giovanni vuole da un lato esaltare la magnificenza del Risorto (per lui l’uomo incarnato è già un Dio ambulante sulla terra), mentre dall’altro lato intende prendere posizione contro l’opinione allora diffusa Gesù di Nazaret: un figlio di Dio demistificato 215 che Gesù avesse avuto solo un corpo apparente (secondo il docetismo, contro cui si scaglia già Luca). Ragione per cui si rimarca sia l’apparizione eterea sia la mangiata del pesce fitto. Certo, dopo una spaccata del genere, qualche cosa deve pur dolere nel deambulare. Nelle epoche successive, la formazione delle leggende si espanse. Ci limitiamo a ricordare qui l’apocrifo Vangelo di Pietro, chiamato così perché fu scritto in prima persona dal punto di vista di Pietro, ma che risale al II secolo. In esso, i due angeli escono fuori dal sepolcro con Gesù, sotto gli occhi dei soldati, del capitano e del più anziano, e c’è una croce (!) che li segue. Dal cielo risuona una voce possente (in modo conseguente con la storia della tradizione, giacché ora anche Dio viene coinvolto negli avvenimenti) e grida: “Hai predicato il defunto? E dalla croce echeggiò forte la risposta: Sì!”. La gente che sta intorno al capitano corre nella notte da Pilato esclamando: “In verità, era il figlio di Dio!”. La storia del sepolcro vuoto (lo constatiamo con estrema evidenza), è stata ampliata e trasformata nei modi più vari e molteplici. Ma dove si trovano le origini, che cosa c’era in principio? Vi sono ricercatori neotestamentari che ne disconoscono radicalmente qualsivoglia nucleo storico. Secondo Lüdemann, ad esempio, tutta la storia è stata plasmata inizialmente dall’evangelista Marco. “Bisogna senz’altro contestare che sia esistita una storia del sepolcro prima di Marco. Giacché il testo è improntato dalla redazione di Marco. (Lüdemann, op.cit., S. 73). Un argomento a favore di questa tesi è anche la mancanza d’un diretto accenno al sepolcro vuoto nelle formule di fede e di resurrezioni, molto più antiche, del Nuovo Testamento. Paolo, per fare un esempio, non menziona in nessun luogo il sepolcro vuoto. Non conosceva ancora quella storia? Sapeva soltanto delle apparizioni? Questo presupporrebbe che Gesù fosse stato in realtà seppellito in forma anonima, o che il luogo della sua tomba fosse caduto nell’oblio. In realtà, la tumulazione d’un giustiziato in una tomba dispendiosa era molto inusuale, e certo non sarebbe stata vista di buon occhio dai Romani e dagli ebrei devoti. Così infatti, secondo Le leggende sulla resurrezione 216 una tradizione negli Atti degli apostoli, 13,29, Gesù viene deposto semplicemente in un sepolcro da ignoti ebrei. Le leggende relative alle apparizioni sarebbero quindi sorte prima della storia del sepolcro vuoto. Ed è strano che la tomba di Gesù non fosse stata venerata nei secoli prima di Costantino. Si dovrebbe senz’altro ritenere che i primi cristiani si sarebbero presi cura proprio di questa memoria. Anche questo fa pensare che, semplicemente, d’una tomba di Gesù non si fosse saputo più nulla. Cosicché anche Gerd Theißen non osa decidere se il sepolcro vuoto abbia qualche base storica o meno. In ogni modo, però, un sepolcro vuoto non costituirebbe di per sé una prova per una risurrezione. I fautori della storicità del sepolcro vuoto obiettano però che la fede nella risurrezione certamente non si sarebbe mantenuta a Gerusalemme, se non si fosse potuto esibire un sepolcro vuoto. Eppoi la diceria del furto di cadavere presupporrebbe addirittura un sepolcro vuoto. Inoltre, ci sono due personaggi storici legati univocamente con la tradizione: la discepola Maria Maddalena e Giuseppe d’Arimatea che, stando ai vangeli, mette una tomba a disposizione di Gesù. Per tutti e quattro gli evangelisti, fu Giuseppe d’Arimatea a prendersi cura delle esequie di Gesù. Siccome è chiamato col suo nome, ma altrimenti non compare più in nessun luogo, si dà per scontato che si tratti d’un personaggio storico. Anche questa volta, in ogni modo, la tradizione ha offuscato la prospettiva in misura crescente. Per cui, in Marco, Giuseppe d’Arimatea è un membro del Gran Consiglio, in Matteo si trasforma in discepolo di Gesù (trascurando la qualità di consigliere), in Giovanni egli è un discepolo segreto per timore dei Giudei; nel più tardo vangelo di Pietro egli è un amico di Gesù e di Pilato. La tendenza a rappresentarlo sempre più positivamente è riconoscibile in modo chiaro. In Giovanni, (già prima della morte di Gesù) – e insieme con Nicodemo, un interlocutore di Gesù (nel vangelo di Giovanni) – egli provvede a far sì che Gesù riceva la consueta unzione dei defunti. Del che gli altri vangeli non sanno niente; e mentre in loro si vede al massimo Maria Maddalena affret- Gesù di Nazaret: un figlio di Dio demistificato 217 tarsi al sepolcro, nell’ombra notturna, con un piccolo contenitore di unguenti, in Giovanni il corpo di Gesù viene impomatato con l’equivalente di 33 chili (!) di mirra e aloe, dall’astronomico controvalore di 30.000 denari. Questa esagerazione è naturalmente suggerita da esigenze teologiche. Giovanni vuole che si sappia, e lo dice chiaro e tondo: che qui, ad essere unto, è un re. Anche il sepolcro di Gesù diventa sempre più pomposo. I morti erano considerati impuri, tanto più quelli condannati alla pena capitale. Di regola, costoro non potevano contare di essere seppelliti in una fossa singola; i cadaveri sparivano perlopiù in forma anonima. In Marco, però, Gesù viene tumulato già in una costosa tomba rupestre, in Matteo la tomba è ancora nuova (quindi non contaminata da precedenti sepolture), ed è la tomba propria di Giuseppe. In Giovanni, la tomba è per giunta situata idillicamente in un giardino. Secondo la consuetudine, i defunti venivano seppelliti avvolti in un lenzuolo usato. In Marco, il telo è naturalmente acquistato di recente, mentre Matteo ne sottolinea in più la purezza. Con la leggenda del sepolcro vuoto sembra essere saldamente collegata Maria Maddalena. La quale si ritrova sia nei Sinottici sia in Giovanni. E’ lei che scopre, in Marco, il sepolcro vuoto. Matteo e Giovanni aggiungono perfino un ulteriore incontro con il Risorto. Che precisamente una donna facesse questa importante scoperta, induce molti studiosi neotestamentari a riconoscervi un ricordo storico. In realtà, secondo il diritto giudaico, la certificazione da parte femminile non aveva alcun peso, giacché le donne erano considerate per legge inette, incapaci di rendere testimonianza. Allora, perché Maria Maddalena non compare nelle formule di fede abbreviate, che sono certamente più antiche delle narrazioni? Come Paolo non menziona mai il sepolcro vuoto, così non cita mai neppure la Maddalena. Nella sua elencazione dei testimoni della resurrezione, in I Cor. 15, il suo nome non c’è. Al suo posto, si nomina Cefa. ossia Pietro, quale primo testimone dell’evento. Ne tace il nome perché è una donna? O forse non seppe semplicemente nulla di lei? Che Pie- Le leggende sulla resurrezione 218 tro fosse il primo testimone della risurrezione, lo afferma anche Luca (24,34b), ma stranamente non c’è nessun racconto in proposito. Nel contempo, tuttavia, Luca racconta anche la storia di Emmaus, che suggerisce come i due discepoli di Emmaus avessero il primo incontro con Gesù redivivo. Il tardo vangelo degli Ebrei fa il nome di Giacomo, fratello carnale di Gesù, come primo testimone. Nel vangelo di Pietro, finalmente, ha luogo la prima apparizione agli occhi di Pietro, Andrea e Levi. Quanto più fantasiosi si fanno gli avvenimenti descritti, tanto più contraddittori diventano i testimoni; il che vale in special modo, naturalmente, nella storia delle apparizioni. La maggioranza degli storici ritiene comunque che almeno il sepolcro vuoto sia storico, e che fosse scoperto presumibilmente da Maria Maddalena. Ma gli angeli sulla tomba sono in tutti i casi abbellimenti leggendari; anche il giovane raccontato da Marco potrebbe non essere storico. Tuttavia, ove lo si ritenga storico, è probabile che ci si trovi di fronte ad uno dei profanatori di tombe; ma è più verosimile che sia una sua totale invenzione. Nonostante tutti gli abbellimenti, la leggenda del sepolcro vuoto mantiene ancora un nucleo di verità. Ma le cose si fanno più oscure con le vere e proprie leggende che riguardano la risurrezione. Apparizioni di un redivivo Per dirla in anticipo: non c’è quasi uno studioso del Nuovo Testamento che annetta un qualche valore storico alle leggende relative alla risurrezione. Ciò non avviene per miscredenza personale, ancor meno per malevolenza. Il giudizio negativo sulle storie concernenti il Risorto scaturisce dall’analisi degli stessi testi biblici. I modi con cui sono stati tramandati gli avvenimenti presunti sono lì a dimostrare la loro inattendibilità storica. I teologi, a dire il vero, non strombazzano ai quattro venti questa conoscenza che, a ben guardare, dovrebbe avere conseguenze inequivocabili per le Chiese e per i fedeli. Personalmente, non- Gesù di Nazaret: un figlio di Dio demistificato 219 ché in qualità di scienziati, si è convinti che, ad esempio, le storie della resurrezione siano prodotti confezionati più o meno bene dagli evangelisti, e per giunta si difende questo convincimento in commenti esegeticamente impeccabili, in presenza di colleghi e studenti di teologia. Pubblicamente però, nel mondo ecclesiastico e nella società, ci si trattiene assai dal fare esternazioni dirette nel merito. Con ciò non si può collezionare nessun punto a favore; si è sempre interessati ad intrattenere buoni rapporti, e non si vorrebbe guastarsi con la Chiesa, né irritarla. Insomma, lavori dettagliati riguardanti un insignificante versetto in un vangelo apocrifo incontrano riconoscimenti da parte ecclesiastica, e anche da parte scientifica; ma lo stesso non vale per quanto riguarda la critica, troppo chiaramente espressa, verso immagini di fede ormai popolari, decretate e sancite sul piano ecclesiastico. Si verifica così una situazione assai strana: la ricerca neotestamentaria, più di tutto, ha da esibire risultati propriamente rivoluzionari, effettivamente in grado di scardinare i fondamenti della Chiesa. D’altra parte, tuttavia, la Chiesa stessa tende a minimizzare questi risultati, oppure ritiene di pretendere dalle persone, solo in un linguaggio formulato in modo incomprensibile e insieme sdrammatizzante, un atto di volontaria autolimitazione. Ci si sente più inclini a consolidare positivamente le convinzioni di fede, anziché dimostrare la loro infondatezza. Tutto si svolge come se – in senso traslato – i teologi sapessero da molto tempo che la Terra è indubbiamente una sfera, seguitando ad elogiare comunque il fervore religioso di coloro che, oggi come in passato, mostrano di considerarla una superficie piatta. Nessuno costringe i teologi a questo (e ciò vale limitatamente ai teologi cattolici); è più che altro il desiderio di corrispondere verso l’esterno ad un certo valore social-religioso intermedio, inteso a mantenere soprattutto buoni rapporti con la Chiesa. Perciò i professori di teologia sono visti sempre volentieri all’interno della Chiesa. Ma poi, quando un teologo parla più chiaro, mettendo in discussione atteggiamenti clericali sulla base delle sue ricerche, deve fare i conti col vento che soffia contro, anche nelle Chiese protestanti. Le leggende sulla resurrezione 220 E’ ciò che ha dovuto sperimentare Gerd Lüdemann, professore e specialista di Nuovo Testamento all’università di Gottinga, dopo aver dichiarato pubblicamente, nel 1998, che la maggioranza delle parole di Gesù non sono autentiche, aggiungendo pure che la risurrezione di Gesù non c’era mai stata. In sostanza, Lüdemann ha affermato qualcosa che la maggioranza dei ricercatori neotestamentari sarebbe in grado di sottoscrivere, ma che non pronuncerebbero mai apertamente. Dopo di che la Chiesa diede grande rilievo al richiamo di Lüdemann e al suo allontanamento dalla Facoltà di teologia. La sua cattedra, come gran parte delle cattedre di teologia, è vincolata alla professione di fede: un fatto che, nel suo caso, divenne noto anche al grande pubblico. Obbligo di confessione per una Università statale! Ammesso che tu fossi un Einstein della teologia … ebbene, senza la dovuta appartenenza ecclesiastica, in una Facoltà teologica, potresti sedere tutt’al più davanti al portone! Lüdemann si rifiutò di uscire dalla Chiesa, perché anche questo avrebbe significato la sua destituzione obbligata. Di conseguenza, la sua cattedra cambiò nome, non gli fu permesso di fare esami di teologia, e perdette molti studenti. Un posto di assistente fu cancellato, i mezzi d’informazione parlarono d’un caso Küng in campo protestante. Oggi, Lüdemann non avrebbe nessuna probabilità di essere chiamato di nuovo ad una cattedra di teologia, dal momento che le Chiese hanno di regola un diritto di consulenza nell’occuparle. Lüdemann ribadisce che la ricerca dev’essere libera, e si batte per la sostituzione delle Facoltà di teologia con Istituti di Scienze religiose, fondati sulla ricerca indipendente. Ma la Chiesa possiede un lungo respiro. E non v’è dubbio che aspetterà fino a quando il problema si risolverà da sé. La critica storica riconosce subito che, per quanto riguarda le leggende sulle apparizioni, ci si muove su uno strato di ghiaccio ancora più sottile che in altri settori del Vangeli. Del fatto che la Chiesa si richiami senza tregua a questo miracolo centrale, trovando molteplici ripercussioni nella tradizione del Nuovo Testamento, i tentativi degli evangelisti che mirano ad illustrare le formule confessionali Gesù di Nazaret: un figlio di Dio demistificato 221 con racconti tangibili, fanno un’impressione più che dilettantesca. Laddove tutti gli evangelisti riferiscono, almeno in grandi linee, del sepolcro vuoto, ecco che ciascuno, trattando delle apparizioni del Risorto, sembra cucinare la propria minestrina. Non ci sono due cronache che concordino, ciascuna racconta qualcosa di diverso. Il che consiste forse nel fatto che il vangelo di Marco terminava in origine senza che fosse raccontata un’apparizione del risorto. Perciò i relatori collaterali Matteo e Luca non trovarono già pronte delle narrazioni che potessero rielaborare (ed eventualmente falsificare). E la fonte Logia Q – la seconda grande fonte di Matteo e Luca – non conteneva, per quanto ne sappiamo, né una storia della Passione, né apparizioni di sorta. Sennonché la seconda e la terza generazione di cristiani esigeva ormai maggiore chiarezza, tanto più che nelle comunità si trovavano cristiani che volevano attribuire a Gesù un corpo soltanto apparente. Le storie sulla resurrezione, soprattutto in Giovanni, polemizzano contro questo docetismo. In ogni caso, gli evangelisti dovettero darsi da fare, se non volevano far terminare il proprio vangelo come in Marco. Tant’è vero che le leggende sulla resurrezione, più fortemente di altri contenuti nei Vangeli, dimostrano chiaramente le peculiarità linguistiche e le intenzioni teologiche dei rispettivi evangelisti, che in gran parte divennero pubbliche nel momento stesso in cui furono redatte. Le storie della risurrezione nella conclusione (spuria) di Marco, e in Matteo, hanno aspetti assai concisi e, in rapporto al significato attribuito alla resurrezione dalle prime generazioni, sembrano addirittura abbozzate e marginali nelle dimensioni. In Marco, come già detto, sono solo undici versetti; in Matteo solo dieci. I versetti, nell’epilogo spurio di Marco, sono inoltre, per gran parte, presi in consegna dagli altri vangeli, quindi letterariamente dipendenti da essi. Con loro si è colmato l’epilogo di Marco. Dei dieci versetti conclusivi in Matteo abbiamo parlato più sopra. Essi contengono l’apparizione di Gesù alle donne, l’abbraccio ai suoi piedi, l’impostura dei sommi sacerdoti, l’apparizione di Gesù in Galilea con il comanda- Le leggende sulla resurrezione 222 mento della missione. Tutte queste storie risalgono a Matteo; e il loro valore storico è pari allo zero. In Luca troviamo pur sempre quaranta versetti, che informano sulle apparizioni del Risorto. Di questi, però, ventitré versi narrano l’incontro di Gesù coi discepoli di Emmaus, i rimanenti descrivono un’apparizione in Gerusalemme dinanzi ai discepoli. Anche in Luca, quindi, la risurrezione trova, quantitativamente, solo poca considerazione, dato che, in sostanza, si raccontano solo due apparizioni. L’apparizione modellata alla perfezione, col massimo senso artistico, è il racconto fatto dai due discepoli in cammino alla volta di Emmaus. (Lc 24,13–35). Uno straniero (Gesù) si accompagna a costoro, i quali gli raccontano della crocifissione. Lo straniero spiega loro che, secondo le Scritture, tutto bisognava che andasse in quel modo. Quella sera, i due discepoli riconoscono il loro Signore dal modo con cui egli spezza il pane. Questo racconto ha qualità quasi letterarie. Nel mondo greco-romano, il motivo del Dio ambulante era ben noto, e questo motivo viene qui trasferito su Gesù. Così il lettore si associa, per così dire, lungo il cammino, ascoltando insieme le spiegazioni di Gesù. Si mantengono diversi momenti di tensione, fino a quando ai discepoli si svela l’identità del forestiero. Se inizialmente lo sentono solo come profeta (sic!), presto si accorgono che egli era più di questo, era cioè il Messia, e che tutto quanto era accaduto (ciò che li rendeva cosi tristi all’inizio del loro percorso), trovava la sua giustificazione, ed era voluto da Dio. Qui, non è tanto Gesù che parla ai due discepoli, quanto piuttosto l’evangelista, che rivolge così il suo discorso alla propria comunità, lasciando spiegare la morte di Gesù come evento salvifico, e precisamente attraverso il Signore in persona. Anche il punto focale della storia è meramente teologico: i discepoli riconoscono Gesù da come spezza il pane. E’ nella cena, è dalla comunione che si ravvisa il Signore: ecco la lezione teologica che qui viene impartita. Inoltre, la celebrazione dell’eucarestia si collega, sul piano artistico, con la tradizione della risurrezione. Gesù di Nazaret: un figlio di Dio demistificato 223 Si parte dal presupposto che la storia di Emmaus, data la struttura più elaborata, non sia creazione originale di Luca, ma che lui l’abbia già trovata bell’e pronta. La situazione presupposta (l’agape fraterna quale tradizione ormai consolidata, interpretazione dell’accaduto dalla Scrittura e teologico approfondimento, la Passione di Gesù quale evento di salvazione) rimanda a condizioni di vita, ossia al contesto vitale e socio-culturale presente non nella prima comunità, ma piuttosto nella seconda o terza generazione. A favore di ciò depone anche la strutturazione letteraria, come pure la circostanza, che i due discepoli non sono menzionati nella forma tradizionale del Nuovo Testamento. Gli strati più antichi della tradizione non sembrano conoscere questa storia e questi discepoli. Gesù appare poi in mezzo agli undici discepoli (Lc 24,39), che lo scambiano per uno spirito. Mostra loro le sue ferite, ma i discepoli continuano a non credergli. Infine chiede del pesce, e ne mangia dinanzi a loro in maniera dimostrativa. Anche in questo egli spiega loro la necessità del suo patire, avvenuto secondo la Scrittura. Come appendice, nella conclusione, si trova ancora l’ascensione al cielo di Gesù. Dopo l’escursione nell’alta letteratura rappresentata nel racconto di Emmaus, siamo ritornati così nella semplice prosa dell’evangelista. Gesù dà prova di non essere uno spirito, ribadisce la sua corporeità, il suo consistere in carne e ossa. Accanto ai docetisti, si suppone anche che, nell’ambiente dei primi cristiani e dei loro critici, vi fossero pure persone disposte ad affermare che ai discepoli era apparso soltanto uno spettro funebre. Quella storia, allora, avrebbe lo scopo di confutare quei critici. C’era forse nella comunità chi concepiva la risurrezione in senso simbolico? Oppure come metafora? Anche in tale caso avrebbe un senso la sottolineatura della corporeità di Gesù. In tutti i casi, alla base del racconto si riscontra un chiaro intendimento teologico. Con questo, però, quali problemi gli evangelisti sono andati a crearsi? Un uomo resuscitato, che gira in carne e ossa, esibendo le sue ferite e mangiando come un vivente, che cosa dovrebbe mai signifi- Le leggende sulla resurrezione 224 care? Ce lo si dovrebbe immaginare ancora provvisto di altre funzioni corporali? Quale fantasma sta prendendo qui forma? Un morto vivente, che presenta ancora le ferite della sua agonia? La scena fa pensare piuttosto ad un film americano dell’orrore. E più di tutto, che cosa se ne dovrebbe fare, dal momento che occupa fisicamente uno spazio? Si dovrebbe lasciarlo andare in giro ulteriormente? O lasciare che spaventi altri seguaci? Come liberarsi di nuovo dagli spiriti mitologici che si sono evocati? Questo Gesù deve per forza sparire di nuovo: questo è chiaro anche agli evangelisti. Anche per loro, a lungo andare, un morto ambulante sulla terra non ha nulla da perdere. Così essi ricorrono alla soluzione, elegante per quei tempi, di una ascesa al cielo: una soluzione mitologica, appunto, per un problema mitologico. Il Gesù risorto, per dirla in modo figurato, viene smaltito in cielo, non senza, naturalmente, avergli prima messo in bocca alcune parole altisonanti. Si potrebbe chiedere, magari, che cosa il cielo dovrebbe farsene di un Gesù fatto di carne e ossa. I cristiani dovrebbero immaginarselo, essendo lui ora un Dio, anche fisicamente assiso sul trono celeste? In alternativa, i cristiani vogliono ipotizzare anche qui una metamorfosi, dato che anche a loro questa immagine sembra troppo astrusa? Ma perché, allora, la rappresentazione fantasmatica di un uomo rinato col suo corpo? Si constata come sia necessario solo accogliere e riflettere sui frammenti mitologici sparsi qua e là, per mettere in luce la loro insensatezza. Se, nella primitiva comunità cristiana, v’erano correnti di pensiero che interpretavano Gesù in maniera non rozzamente materialistica, (e i Vangeli danno indiretta testimonianza di codeste correnti), volendo cioè intendere la sua risurrezione come simbolo o metafora, in senso appunto non materiale, allora si potrà darlo per scontato: quelle correnti si muovevano su un livello spiritualmente molto più alto delle descrizioni fatte dai Vangeli nella loro evidente primitività. Ma fu proprio questa visione dei Vangeli, invece, ad avere la meglio. Ancora poche parole sui racconti delle apparizioni in Giovanni. Nel quale è particolarmente vistosa la sproporzione tra la lunghezza Gesù di Nazaret: un figlio di Dio demistificato 225 del suo vangelo e i pochi versetti che si occupano del Risorto, soprattutto quando si osserva che il suo Gesù tiene lunghi sermoni prima del Golgota. I pochi versi riguardanti la risurrezione sono, a partire dal sepolcro vuoto, precisamente dodici (!), ma suscitano addirittura un effetto di meschinità nel confronto con il compendio del vangelo. Gesù vi appare alquanto laconico, perfino per Giovanni, altrimenti così inventivo. Sei versetti trattano dell’incredulo Tommaso, del quale è memoranda l’esclamazione: Mio Signore e mio Dio! (Gv 20,28). Egli rappresenta una fase tardiva nella risposta alla domanda su chi fosse Gesù. Per un ebreo devoto, questa espressione è blasfema. C’è una seconda parola degna di nota. In Giovanni 20,22, Gesù sgrida i discepoli con le parole: Ricevete lo Spirito Santo. La discesa dello Spirito Santo, come la intende la Chiesa, ebbe luogo soltanto a Pentecoste, quindi 14 giorni dopo la risurrezione. Ma Giovanni la riporta già qui, otto giorni dopo la risurrezione, e per di più in tutt’altro contesto. Su questo punto, la Chiesa ha seguito la storia narrata con più suggestione negli Atti degli Apostoli, ignorando la concorrenza della tradizione giovannea. Il vangelo di Giovanni si chiudeva in origine col capitolo 20; il capitolo 21 fu aggiunto solo più tardi. Lo si può riconoscere facilmente dal fatto che, in Giovanni 20,30f, è già presente una conclusione del libro. Il capitolo 21 reca esclusivamente, per 25 versetti, altri racconti pasquali: apparizioni in Galilea, dopo che nel capitolo 20 erano state raccontate apparizioni in Gerusalemme. Si tratta di un’armonizzazione tra Marco e Matteo, dove vengono annunciate apparizioni in Galilea, nonché con Luca, che fa accadere le apparizioni a Gerusalemme e dintorni. Si rammenti, inoltre, che nel vangelo di Luca tutte le apparizioni di Gesù sono terminate già nel giorno della sua risurrezione. In lui, l’ascensione al cielo ha luogo la sera della domenica di Pasqua. Questo non è il caso nel vangelo di Matteo, dove le apparizioni accadono in Galilea, e dove nel frattempo dovevano radunarsi i discepoli. In Luca, Gesù proibisce addirittura di allontanarsi da Gerusalemme. In Le leggende sulla resurrezione 226 Giovanni, inoltre, gli avvenimenti si susseguono articolati per parecchi giorni. Negli Atti degli apostoli di Luca, l’evangelista dà una versione contraddittoria col suo stesso vangelo. Mentre in esso l’ascensione al cielo aveva luogo già la domenica pasquale, negli Atti, ora, leggiamo: “[…] durante quaranta giorni, apparendo loro e parlando delle cose riguardanti il regno di Dio.” (Atti 1,3b) L’elencazione di tante contraddizioni e insensatezze nei testi biblici non si fa, del resto, solo per evidenziare la problematica della tradizione da un punto di vista storico. Dovrebbe anche rendere perspicuo come sia assurdo considerare la Bibbia una fonte di verità, e i suoi testi come sacrosanti. In settori sempre più grandi del Protestantesimo, soprattutto in gruppi pietistici e fondamentalisti (ma anche nel Cattolicesimo), la Bibbia viene intesa come Parola di Dio, e le sue componenti passano per ispirate divinamente, o addirittura dettate con ispirazione verbale dallo Spirito Santo. Di conseguenza, le contraddizioni vengono semplicemente negate. Nella sostanza, un atteggiamento siffatto trae origine da ignoranza o da un ingenuo dogmatismo, spesse volte da entrambi. Soprattutto ai gruppi devoti del mondo protestante bisogna contestare di non leggere abbastanza accuratamente la loro Bibbia, perché altrimenti gli salterebbero agli occhi diverse contraddizioni. Il fondamentalismo biblico non è propriamente un prendere sul serio la Bibbia (come esso ama farsi vedere), bensì espressione d’una comprensione del reale atrofizzata: una religiosa perdita della realtà. Non può non suscitare preoccupazione il fatto che proprio gruppi del genere possono esercitare talvolta un grande influsso su politica e società, più che altrove negli USA. Impiegare la definizione di leggende per le storie di apparizioni, è quasi un eufemismo. Nella realtà, ad un’analisi storica, queste storie si rivelano come rispecchiamento di situazioni comunitarie molto posteriori, come proiezioni retrospettive della dogmatica, come libere creazioni degli evangelisti e dei rispettivi preliminari orali. Un nucleo storico non si lascia stabilire in nessuno di questi racconti; tutt’al Gesù di Nazaret: un figlio di Dio demistificato 227 più, è la storia del sepolcro vuoto ad offrire un appiglio storico. Il problema non è quindi se si ritenga in linea di principio possibile la risurrezione d’un uomo, dal momento che le storie corrispondenti sono bocciate già nel preesame storico. Per le Chiese, il risultato non potrebbe essere più negativo: il miracolo fondativo della Chiesa non è supportato da nessuna tradizione narrativa degna di fede. Restano dunque soltanto le brevi formule tradizionali, che danno notizia del puro e semplice che cosa della resurrezione di Gesù, ma nessuna informazione sul come. Esse sono invero antiche, ma anche assai fragili. Per di più, anch’esse non sono esenti da contraddizioni. La ricerca tenta volentieri di rispondere alla domanda su chi, secondo la tradizione, fosse considerato il primo testimonio della risurrezione. Secondo la formula citata da Paolo nella lettera I Cor. 15, fu Cefa=Pietro. Ma non c’è da nessuna parte, nei vangeli, un racconto su questo fatto; solamente Luca (24,34) sembra farvi allusione. Ulteriori testimoni sarebbero i Dodici, come li chiama Paolo. Questo è strano, giacché i discepoli dovrebbero essere soltanto undici: Giuda, in quanto traditore, dovrebbe esser morto già da tempo, ucciso da una delle tre (!) specie di morte raccontate su di lui. Anche Giacomo, fratello carnale di Gesù, viene ricordato ancora da Paolo quale testimone della risurrezione, sebbene qui sia stata probabilmente la sua centrale posizione nella comunità primitiva a condizionarne la nomina. Nella Prima lettera ai Corinzi (15,6), Paolo ricorda più di 500 (!) fratelli, ai quali Gesù sarebbe apparso in contemporanea. Alcuni di loro, dice, sono ancora in vita. Questo versetto non fa più parte delle formule citate da Paolo; qui sembra che sia il missionario stesso a parlare. E fa meraviglia che qui, nel mezzo delle apparizioni individuali, si menzioni d’un tratto un’apparizione collettiva, al cospetto di tante persone. E’ l’unico passo in cui questo fenomeno viene raccontato. Paolo non se ne interesserà mai più, e l’episodio non avrà più un ruolo neanche in seguito. Il ricercatore neotestamentario Lüdemann ci vede una visione di massa, analoga a quella descritta per i crociati, ai quali san Giorgio sarebbe apparso sulle mura di Gerusalemme. Le leggende sulla resurrezione 228 Qualche crociato credette di vedere qualcosa, lo comunicò agli altri, ed improvvisamente a tutti parve di vedere qualcosa. Visioni simili pare vi fossero state anche dopo l’esecuzione di Thomas Becket e di Savonarola. (Lüdemann, Die Erweckung Jesu von den Toten, S. 60). Altri teologi vedono qui descritta l’esperienza della Pentecoste. Ma la soluzione, forse, è molto più vicina. La menzione avviene non solo in maniera repentina, ma fa pure l’effetto di essere gonfiata piuttosto massicciamente. Infatti, se si considera che nella comunità di Corinto c’erano dei negatori della risurrezione, e che Paolo nella sua epistola deve fronteggiare e sfidare quei negatori, si delinea il sospetto che Paolo si fosse semplicemente inventato quei 500 fratelli, allo scopo di polemizzare più efficacemente contro quei contestatori. Il fatto di sottolineare che alcuni di quei testimoni vivono ancora, servirebbe solo a rafforzare questo “argomento”. Anche senza di ciò, nessun corinziano sarebbe stato in grado di recarsi a Gerusalemme per convincersi della giustezza di quell’asserto. A questo proposito, le cose stanno forse nel modo analogo alla descrizione della morte di Gesù secondo Matteo. Mentre Marco si limita a ricordare che il sipario nel tempio, dopo la morte di Gesù, si lacerò in due pezzi dall’alto al basso, in Matteo leggiamo: “Ed ecco, il velo del tempio si squarciò in due, da cima a fondo, la terra tremò, le rocce si spezzarono, i sepolcri si aprirono e molti corpi di santi, che erano morti, risuscitarono. Uscendo dai sepolcri, dopo la sua risurrezione, entrarono nella città santa e apparvero a molti.” (Mt 27,51– 53) Anche questa storia non viene mai più ricordata in seguito, sebbene l’avvenimento raccontato fosse addirittura sensazionale, qualora fosse realmente accaduto. Però non è altro che un teologico vaneggiamento di Matteo, il quale intende esprimere il fatto che la morte di Gesù segna l’inizio d’un generale risveglio dai morti. I santi che escono dai sepolcri sono palesemente già cristiani, quantunque alla morte di Gesù non potessero esserci ancora dei cristiani morti. Quindi, per promuovere la propria visione teologica, Matteo escogita qui non solo un terremoto e rocce frantumate, ma per di più per- Gesù di Nazaret: un figlio di Dio demistificato 229 sone risorte vaganti per la città. Evidentemente, quando si trattava di testimoniare la fede, ogni mezzo andava bene: persino il nonsenso più astruso viene raccontato e creduto, rendendolo così funzionale e utilizzabile per la maggiore gloria di Dio. Anche a Paolo bisogna far carico d’un tale deviato rapporto con la verità. Anch’egli ha bisogno di testimoni della resurrezione, giacché quei pochi della tradizione non gli bastano contro i Corinzi riluttanti; e allora ne aggiunge un bel po’ di propria iniziativa. I testimoni d’una risurrezione furono esclusivamente seguaci di Gesù: i suoi “partigiani” vita natural durante. Suo fratello Giacomo fu presto tra i suoi seguaci. Perlopiù si suppone che fosse Pietro ad essere considerato primo testimone della risurrezione. Ma v’era almeno un’altra tradizione ad ascrivere questo ruolo a Maria Maddalena. E si trova, tra l’altro, nella più tarda conclusione del vangelo di Marco e nel vangelo di Giovanni. Anche lei era una discepola di Gesù, e gli altri vangeli la ricollegano alla scoperta del sepolcro vuoto. Paolo non ne fa cenno, il che potrebbe dipendere dal fatto che Paolo non ricorda nessuna donna in questo contesto: persino i suoi 500 testimoni della risurrezione sono esclusivamente “fratelli”. O forse non ne fa menzione perché giudicava la donna pressoché incapace di intendere e di volere? In effetti, Maria Maddalena viene descritta, in Marco 16,9, come donna dalla quale Gesù aveva scacciato sette demoni. Qualora dietro a ciò si nasconda un ricordo storico, si dovrà dedurne che Maria Maddalena soffrisse d’un disturbo psichico. In tal caso, la prima testimonianza della risurrezione di Gesù deriverebbe da una donna mentalmente confusa. Una testimone, insomma, non propriamente degna di fiducia. Perciò Celso, l’antico critico del cristianesimo, ebbe ad osservare beffardo: “Ma chi ha visto tutto questo? Una donna per metà fuori di testa.” (cfr. K. Deschner, op.cit., p. 111). Nel mondo cristiano, oggi, Pietro e Maria Maddalena godono di alta considerazione, ma solo nel cristianesimo, per l’appunto. Per un osservatore neutrale, i testimoni che qui si presentano a favore d’una risur- Le leggende sulla resurrezione 230 rezione, non solo sono sconosciuti, ma anche di dubbia credibilità. Provate ad immaginarvi che Bahgwan Osho sia risorto dalla morte, e che tra quanti lo asseverano vi siano il suo più intimo allievo e una donna di dubbio stato mentale. “Se Cristo non è risorto, vana è la nostra fede” Le cose vanno male per quanto riguarda la fede delle Chiese nella risurrezione di Gesù. E ciò non avviene perché una fede di questo genere è ardua da sopportare per una coscienza moderna, in quanto essa, con i suoi colori mitologici, non si accorda più con la nostra percezione del mondo. La critica alla fede nella risurrezione ha inizio già molto prima, cioè nei testi medesimi. Si dimostra che il miracolo cristiano per eccellenza non è credibile già prima della storia tradizionale dei testi; si evidenzia che le storie sulle apparizioni di Gesù, già esigue di per sé, ad un’analisi più precisa si dissolvono nelle loro componenti, risultando in massima parte libere creazioni degli evangelisti, intrise del loro linguaggio e delle rispettive teologie. Il Gesù delle apparizioni, ancora di più del Gesù anteriore alla crocifissione, si rivela come personaggio di fantasia. Non è che devoto fumo negli occhi oppure, in alternativa, lirica di pensiero teologico: quello di speculare sull’importanza d’un evento, una volta che la ricerca storica abbia stabilito che l’evento stesso non si è verificato. La sostanza storica che rimane, delle apparizioni del Risorto, consiste tutt’al più nelle visioni che Paolo, ed alcuni dei suoi più stretti seguaci, pare che avessero avuto dopo la morte del Maestro: fantasmi puramente soggettivi. Agli uomini, già in quel tempo, essi non erano comunicabili in forma oggettiva. La fede nella risurrezione nacque e si sviluppò prestando fede ai testimoni della risurrezione: Gesù, insomma, rinacque nel cervello dei credenti. In ogni modo, questa fede fu abbastanza forte da innescare l’accensione primordiale alla credenza cristiana. Con protagonisti decisi (più Gesù di Nazaret: un figlio di Dio demistificato 231 di tutti con Paolo), e con la speranza dei credenti di possedere, con la risurrezione di Gesù, qualcosa di simile alla garanzia d’una propria personale rinascita, questa fede fece sì che Gesù non finisse come un qualunque apocalittico dimenticato, ma che diventasse un Dio. Su questo punto, i teologi amano rimarcare la peculiarità della risurrezione di Gesù: la mancanza di analogie. Eppure il pensiero di una rinascita dopo la morte non era assolutamente inedito. Come nel mondo antico comparivano in massa personaggi taumaturghi, allo stesso modo l’antichità conobbe anche il pensiero d’una possibile risurrezione. Un elenco di antichi parallelismi (riguardanti non solo la fede nelle rinascite) ce l’ha presentato Karlheinz Deschner nel suo libro Abermals krähte der Hahn //tr.it.Il gallo cantò ancora, Massari 1998//, che val bene la pena di leggere. L’antichità non conobbe soltanto divinità morenti, ma anche dèi che ritornavano in vita. Una resurrezione fu raccontata per ciascuno di questi dèi: per il dio babilonese Tammuz, per Attis e per Adone, oltre che per il dio egiziano Osiride e per il greco Dioniso. “Parecchi di questi dèi patirono sofferenze e supplizi, alcuni morirono sulla croce; la loro morte aveva persino carattere di espiazione.” (Deschner, p.112, p. 88 ss.) Attis e Osiride rinacquero dopo tre giorni, al pari di Gesù. Il principale dio di Babilonia, Marduk, risorge parimenti dopo alcuni giorni, diventando un redentore inviato dal dio padre, nonché risuscitatore dai morti, proclamato “re dei re” e buon pastore: e ciò molto tempo prima del vangelo di Giovanni, che attribuisce a Gesù la funzione di buon pastore. I parallelismi sono sconcertanti: “Come il Cristo della Bibbia, Bel-Marduk fu arrestato, processato, condannato a morte, fustigato e giustiziato insieme a un malfattore, mentre un altro delinquente fu lasciato libero. Una donna asciugò il sangue del dio, fluito da una ferita inferta da un colpo di lancia. Infine, anche Marduk discese nell’inferno a liberarne i prigionieri; e la sua tomba fu ben nota agli antichi.” (Deschner, op. cit., p. 88), con riferimento al libro di Johannes Leitpold, Sterbende und auferstehende Götter//Dèi morenti e rinascenti). Le leggende sulla resurrezione 232 Il divino Apollonio di Tiana appare, dopo la sua risurrezione, a due dei suoi discepoli, facendosi persino toccare da loro, per convincerli di essere vivo. Il filosofo cinico Peregrino Proteo appare, dopo essersi suicidato col fuoco, vestito di bianco e splendente nel volto; poco dopo, anch’egli ascende in cielo come Gesù. Nell’antichità, si ha notizia di ascensioni in cielo compiute da Cibele, Eracle, Omero, Attis e Mitra. L’obiezione opposta spesso e volentieri da teologi, che in questi casi si tratterebbe di figure mitologiche, mentre in Gesù è in questione un personaggio storico, non convince del tutto, giacché anche Apollonio fu un personaggio storico. Per giunta, ascensioni in cielo sono attribuite anche a Cesare, a Paolo, ed in seguito anche a Maometto. Un pretore romano giura di avere visto la sagoma dell’imperatore Augusto mentre saliva in cielo. (Deschner, op.cit. p. 89) Le concordanze sono parzialmente così aggravanti da far riflettere, con buone ragioni, se le storie di passione e di apparizione, e per giunta grandi settori della teologia protocristiana siano stati modellati trasferendo semplicemente sulla persona di Gesù certe rappresentazioni mitologiche largamente diffuse. In tal caso, la Chiesa delle origini, per essere presa sul serio in un mondo intriso di mitologia, avrebbe equipaggiato altrettanto la persona del proprio salvatore con un ben noto armamentario mitologico. E l’insistenza sulla storicità di Gesù – la sedicente novità della fede, ma anche della fede in lui – è, a ben guardare, una verità lapalissiana. Ogni movimento, naturalmente, tiene sempre qualcosa di nuovo nel bagagliaio, per quanto il nuovo possa essere stato desunto dai suoi precorritori. Subito dopo la sua morte, Gesù venne infilato in un abito davvero troppo grande per lui. Ma è l’abito che fa il monaco, appunto. L’uomo così sublimato divenne degno di adorazione, e l’adorazione di lui rafforzò a sua volta la sua sublimazione. La venerazione di Gesù, iniziata subito dopo la sua morte, fu il preannuncio della sua peculiare ascesa al cielo. Da David Friedrich Strauß, nell’Ottocento, attraverso la scuola storico-religiosa e la cosiddetta teologia liberale, fino a Rudolf Bultmann, Gesù di Nazaret: un figlio di Dio demistificato 233 si giunge propriamente a riconoscere che la fede nella resurrezione (ove non si voglia vederla in toto come “pia frode”) trova la sua origine tutt’al più nelle visioni dei suoi seguaci, in circostanze religiose eccezionali, non trasmissibili oggettivamente. Solo in una seconda fase, questi prodotti d’un entusiasmo devoto vennero illustrati, più malamente che giustamente, per mezzo di storie efficaci. Si sono messi in moto qui, sicuramente, meccanismi psicologici analoghi a quelli operanti nella nascita di molte altre religioni. In realtà, l’ipotesi Dio non è affatto necessaria per spiegare queste circostanze di fatto. Ma come è possibile, con questi risultati negativi, coltivare ancora una teologia? Ciò è possibile soltanto a condizione di non prendere sul serio i risultati della propria ricerca, oppure quando se ne minimizzi il significato. E la teologia del XX secolo offre in proposito molti esempi eccellenti. La cosiddetta teologia dialettica, di cui fu esponente principale Karl Barth – il massimo teologo protestante del Novecento –, elude largamente i risultati della ricerca storica o, in alternativa, nega in ultima istanza la loro importanza ai fini della fede. Per Barth, la risurrezione non è un fatto storico, è vero, ma è nondimeno un’azione effettiva di Dio. Se in ciò si vede una contraddizione, si è magari nel giusto, eppure i teologi dialettici non vorrebbero perciò essere intesi in questa maniera. Per loro, queste taglienti formulazioni (come del resto nella teologia cattolica) non sono espressione di illogicità e di teologica falsificazione di monete, ma prova, per così dire, di un credo superiore. Rudolf Bultmann, quale scienziato d’una radicale demitizzazione del Nuovo Testamento e della fede nella risurrezione, è stato membro leale della Chiesa. In che modo fosse nata la fede nella risurrezione, sarebbe “oggettivamente di nessuna importanza” (Bultmann, “Theologie des Neuen Testaments”, S. 47). Quel che conta, in definitiva, sarebbe ciò che la croce e la risurrezione significano per noi, essendo importante riconoscere che l’ascoltatore, nella predicazione della Chiesa, viene messo di fronte ad una scelta, ad una decisione esistenziale; e la predicazione chiesastica diventa quindi per l’uditore un evento escatologico. Le leggende sulla resurrezione 234 Non già nel modo, ma esclusivamente nel cosa dell’avvento di Gesù, Bultmann ritiene di vedere una possibilità di mettere tutti d’accordo, conciliando la radicale critica storica e l’appartenenza alla Chiesa, la propria esistenza come ricercatore e il legame personale nella Chiesa. Ciò che difende come studioso, egli lo minimizza in quanto membro della Chiesa. Di conseguenza, Bultmann è diventato la figura teologica forse più tragica del XX secolo. In ogni modo, il programma bultmanniano della demitizzazione dei testi neotestamentari andava nella giusta direzione. I contenuti essenziali del messaggio cristiano devono essere messi a nudo, liberati dagli orpelli mitologici, che erano stati condizionati dall’epoca relativa. L’uomo contemporaneo dovrebbe quindi sentirsi interpellato nei testi del Nuovo Testamento, e posto di fronte ad una decisione. Come fosse sorta la fede nella risurrezione, Bultmann lo dichiara in fondo insignificante, e la Resurrezione stessa è per lui soltanto un’espressione del significato della croce. Le storie della risurrezione sono storie mitologiche; in quanto tali, esse non hanno più niente da dire all’uomo di oggi, dal momento che possiedono, nel migliore dei casi, un carattere illustrativo. Tale, in ogni caso, la teoria. Bultmann ritiene di spogliare la verità sopratemporale dalle sue forme mitologiche, e di poter così eliminare anche l’indecente evento di un defunto ambulante sulla terra. Con ciò non ha visto (o non ha voluto vedere) che, con la forma, doveva per forza cadere anche il contenuto. Il tentativo di liberare i contenuti esistenziali da un involucro inservibile, così come si libera una castagna dal suo guscio, ha ignorato – per restare nella metafora – che non si aveva tra le mani una castagna, bensì una cipolla. Con l’involucro mitologico non può non sparire anche il contenuto che vi è trasportato. Oppure, come si vuole altrimenti comprendere la Resurrezione, se non la si interpreta come chiaramente mitologica? Che cos’è la risurrezione di Gesù, se non la si mette in relazione con l’uomo crocifisso che cammina sulla terra? Non diventa allora un semplice guscio verbale per qualcosa? Si può comprendere la resur- Gesù di Nazaret: un figlio di Dio demistificato 235 rezione unicamente nell’accezione mitologica. Solo in una visione mitologica del mondo, la valuta della risurrezione conserva un certo potere d’acquisto. Nel nostro tempo, nel nostro mondo, essa non viene più accettata. Non è solo con la Risurrezione che la forma mitologica è costitutiva per il contenuto. E’ lecito chiedere una buona volta che cosa rimane dell’essere Gesù figlio di Dio, qualora si cerchi di comprendere la questione in maniera non mitologica. Che cosa resta ancora, una volta eliminata la mitologia, della maestà e del significato di Gesù? Importanti esponenti della teologia protestante degli ultimi 150 anni hanno cercato di valutare il significato di Gesù senza le chiacchiere della mitologia. Che cosa ne è venuto fuori, che cosa rimane allora di Gesù? Nella migliore delle ipotesi, nulla di più che un uomo buono. Ma facciamo ritorno alla resurrezione. I tentativi di comprenderla “modernamente” danno l’impressione di essere inefficaci e senza speranza. Per Bultmann, come si è detto, sono espressione del significato della croce; per il teologo Willi Marxsen essa è un’interpretazione legata al suo tempo, espressione del fatto che la causa di Dio procede comunque. Anche il teologo Herbert Braun la giudica un’espressione condizionata dall’ambiente circostante: il giusto servizio a Dio sarebbe servizio per l’uomo. Di fronte a siffatti atteggiamenti, Rudolf Augstein sospira a buon diritto: “E per tale effetto dovevano esserci duemila anni di Chiesa!” (Augstein, Jesus Menschensohn, S. 102) Non c’è in pratica nessun teologo che dalla sua cattedra, non c’è parroco che dal suo pulpito non ci provi ancora a guadagnare per questo evento – in fondo decrepito e sorpassato – una qualche importanza, un qualche significato, magari grazie ad acrobazie retoriche, ricorrendo a funambolismi verbali. Si parla d’un Sì di Dio all’uomo, si fanno sermoni su una egemonia di Dio sulla morte, oppure d’una realtà della resurrezione. A darne una formulazione conseguente è solo il teologo Gerd Lüdemann, per il quale “non ha senso scrivere qualcosa sulla realtà della risurrezione, quando si può dire con sicu- Le leggende sulla resurrezione 236 rezza che Gesù, per la storia, non è stato mai svegliato dai morti.” (Lüdemann, op.cit., S. 17) Se la risurrezione di Gesù non ebbe luogo, e di conseguenza egli non fu richiamato in vita e trasformato, non ci aiutano né la rianimazione di miti, né l’introduzione d’un nuovo concetto della storia, né le usanze del linguaggio predicatorio. La fede cristiana, allora, è morta esattamente come Gesù, e può essere tenuta in vita solo in virtù di autosuggestione. (Lüdemann, S. 18) All’incensamento verbale, che anche da parte protestante viene sventolato sempre volentieri, allo scopo di sublimare e tenere in piedi l’evento centrale del Cristianesimo con la nebbia del mistero e della significanza, Lüdemann contrappone la disincantata conoscenza del fatto che il miracolo fondante del cristianesimo non regge all’indagine storica. La ricerca storica lo dimostra con certezza irrefutabile: Gesù non fu affatto risvegliato dai morti. Quantunque la fede primitiva dei cristiani lo riconosca, e la Chiesa sia costruita su tale evento […], quel fatto che si dice avvenuto per opera di Dio deve d’ora in poi considerarsi confutato. […] Con questo, risultano comunque distrutte le fondamenta della religione più potente e numericamente più grande della terra, e la vita cristiana stessa ne esce con le sembianze d’una apparenza esteriore. Per duemila anni, la fede nella risurrezione di Gesù ha esercitato effetti incalcolabili; ma ora, data la sua totale infondatezza, si rivela nella sua qualità di impostura nella storia del mondo. (Lüdemann, S. 156) Gesù di Nazaret: un figlio di Dio demistificato 237 E dev’essere rimarcato ancora una volta: è stata la ricerca storica teologica a produrre questo risultato negativo, questo smascheramento di una delle colonne portanti della cristianità. Questo risultato non trae origine da atei o agnostici, lontani dalla Chiesa. Depone sempre a favore della qualità della ricerca il fatto che essa non indietreggia spaventata dall’analizzare criticamente anche le opinioni e i pregiudizi di quanti portano avanti l’indagine. A maggior ragione ciò deve valere per la teologia, i cui gestori stessi si sentirono (e anche oggi in gran parte si sentono ancora) membri privilegiati della Chiesa. Se un chimico, grazie alle analisi, deve correggere i suoi pregiudizi su una sostanza attiva, ebbene, questo è molto più agevole di quando uno studioso neotestamentario, credente per principio, deve constatare che Gesù si sbagliò. Il fatto che, nondimeno, i risultati decisivi allo smascheramento delle Chiese, relativi a Gesù e alla sua autocoscienza, provengano da teologi, depone a favore della ricerca teologica, quanto meno a favore della ricerca neotestamentaria, e in ogni caso per la ricerca che ebbe origine dal mondo protestante. Di questi risultati, ciò nonostante, si continua a fare mistero. Eppure, questi prodotti della ricerca neotestamentaria sulla vita e la morte di Gesù non sono meno spettacolari e rivoluzionari per la Chiesa di quanto fu la sostituzione dell’immagine geocentrica del mondo con l’immagine eliocentrica nel XVI secolo. Ciò nondimeno, essi vengono sottaciuti quasi pudicamente, costituendo di rado, per le loro conseguenze pratiche, oggetto di qualche seminario teologico; e tanto meno costituiscono un tema per la predica domenicale. Chi non osserva questa tacita norma di comportamento, chi – come il professor Lüdemann – chiama le cose col loro nome, non viene più perseguitato e messo al rogo, è pur vero, come la Chiesa usava fare in passato in tanti modi; costui deve però mettere nel conto di essere isolato dai suoi colleghi, e che la Chiesa tenterà di ridurlo all’impotenza sul piano professionale. La fede nella resurrezione è talmente centrale nel Nuovo Testamento, e viene ribadita così fortemente da non poterla sopravvalu- Le leggende sulla resurrezione 238 tare ulteriormente. Perciò lasciano perplessi i tentativi di parroci e teologi, finalizzati a trarla in salvo nella nostra epoca, sia pure sotto forma modificata. La fede nella resurrezione è troppo essenziale; non si può spiegarla come una cosa che non sarebbe poi tanto importante, o che si debba intendere solo simbolicamente, o unicamente come metafora. Come un colpo di clava, agli orecchi di cristiani e teologi, dovrebbe tuonare l’assioma dell’apostolo Paolo: Ma se Cristo non è risorto, vana è la nostra fede, e voi siete ancora nei vostri peccati. Perciò anche quelli che sono morti in Cristo sono perduti. Se abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto per questa vita, siamo da commiserare più di tutti gli uomini. (I Cor 15,17;19b) Ma chi fu Gesù nella realtà? E’ una legge fondamentale della storia delle religioni che ogni religione rappresenta le proprie figure fondative in maniera in qualche modo distorta, sublimandole e idealizzandole. Si ascrivono ai fondatori azioni che non hanno commesso, parole che non hanno mai detto; gli si attribuiscono intenzioni che non ebbero mai, trasformandoli in eroi, quali non furono mai. Sotto questo aspetto, si deve diffidare di ogni religione, e pertanto anche delle cosiddette Sacre Scritture. Infatti, dal momento che già gli scritti sacri di un’unica religione si contraddicono, e più ancora discordano gli scritti sacri delle religioni tra di loro, si può ben asserirlo: le scritture sacre sono, in maniera peculiare, testimonianze di falsità. La stima di cui godono non l’hanno meritata. Non è una volontà conscia di ingannare, tuttavia, quella che in esse si vede in azione. Sono troppo miopi le teorie del complotto, che vogliono vedere una religione come un’invenzione, per così dire, di ambienti, di gruppi o Gesù di Nazaret: un figlio di Dio demistificato 239 Ma chi fu Gesù nella realtà? d’una classe dominante, in quanto questa trarrebbe vantaggi da tale finzione. No, qui si tratta non tanto d’un inganno, quanto piuttosto di autosuggestione. I credenti vengono ingannati non tanto attivamente, ma mostrano piuttosto la tendenza ad ingannare se medesimi, a cercare di persuadere se stessi di cose a cui vorrebbero tanto credere, a compiere rituali da cui si ripromettono aiuto, e a venerare capi religiosi che essi vogliono appunto onorare. La capacità di illudere se stessi è il decisivo presupposto della religione in principio, ed è la sorgente da cui scaturisce la scintillante varietà di concezioni e pratiche religiose. In considerazione delle mille religioni con tanti princìpi che si contraddicono, l’autoinganno nella religione è sicuro, come due più due fa quattro. Sennonché l’autoinganno si è camuffato da certezza fideistica: per chi ne è vittima esso è difficilmente riconoscibile, e così è difficile da far comprendere ai credenti da parte di chi ne sta fuori. Non fu per volontà d’un intenzionale inganno che gli evangelisti diedero forma alla vita di Gesù. Piuttosto, la falsità ebbe origine dalla commozione religiosa, dalla fede in questo Gesù. Quando Matteo raddoppia semplicemente, o in qualche modo ingrandisce un miracolo che ha trovato prima in Marco, questo per lui (diversamente dal nostro modo di percepire) non è falsificazione o invenzione, bensì espressione del suo credere in questo “figlio di Dio” che, secondo le sue immaginazioni, non può essere rappresentato mai abbastanza grandiosamente. Per questa ragione, l’aderenza al territorio delle figure di fondatori di religione cala in proporzione inversa con la crescente adorazione. Tale fenomeno può essere riscontrato in tutte le religioni, ma più precisamente può essere indagato nel Cristianesimo e negli scritti neotestamentari. Gesù non fu l’uomo che gli evangelisti, e più tardi la Chiesa, volevano dare ad intendere. La sua immagine è deformata e, in non pochi passi, tramutata nel suo contrario. Oggi è una verità lapalissiana, da lungo tempo nota ai teologi e alla ricerca, che però è ancora lungi dall’entrare nelle teste dei credenti. Il Gesù della Chiesa è un personaggio artistico, scolpito o intagliato ad arte da un’infinità di 240 artigiani devoti, tra i più importanti dei quali vi furono gli evangelisti e Paolo. Quel poco che noi sappiamo di questo Gesù dev’essere faticosamente portato alla luce e ricomposto dai dipinti sovrapposti degli evangelisti. Ciò che troviamo sotto quello strato, non è molto spettacolare. Gesù di Nazaret dev’essere visto come uno dei molti esponenti d’un ebraismo improntato in senso apocalittico. Della sua infanzia e giovinezza non si sa nulla; le mirabolanti leggende sulla sua nascita non meritano davvero questa denominazione, dato che in esse non si rinviene alcun nucleo storico. Sono tutte quante invenzioni devote, di stampo unicamente fiabesco. Esse devono la loro esistenza al comprensibile desiderio di dotare il capo religioso anche d’una nascita e d’una fanciullezza adeguata. Sennonché fanciullezza e gioventù erano state poco o punto spettacolari perché, quando Gesù iniziò tardivamente la sua vita pubblica, i suoi familiari non vi erano affatto preparati. I suoi lo ritengono uscito di testa, e vogliono riportarlo a casa. Molte circostanze fanno pensare che, in Giovanni il Battista, egli avesse visto qualcosa di somigliante ad un mentore, che egli venerò apertamente fino alla sua morte. Nel Nuovo Testamento si può ancora riconoscere che l’opinione di Giovanni nei riguardi di Gesù fu molto meno entusiastica. Ancora nel corso del primo secolo, tra i discepoli di Gesù e di Giovanni, si protrasse infatti qualcosa di simile ad una rivalità. In ogni caso, Gesù proviene dal movimento di Giovanni, e ciò si riconosce anche dalle grandi concordanze tra la dottrina giovannea e l’annuncio intrapreso da Gesù. Ammesso che Gesù fosse il suo discepolo (malgrado ogni verosimiglianza, non ne abbiamo una prova diretta), gli evangelisti dovettero comunque eliminare la cosa, in quanto venne sentita presto come scandalosa. E’ tuttavia sicuro che Gesù fu battezzato da Giovanni, e che per questo vedeva se stesso come peccatore, che aveva bisogno di quel battesimo. La purezza di Gesù, il suo essere esente da peccato, è oggetto di dogmatica futura, ancora di là da venire; e gli verrà calcata sulla testa, come tante altre Gesù di Nazaret: un figlio di Dio demistificato 241 cose in più. La tradizione tenterà in seguito di relativizzare quel battesimo, tanto che l’evangelista Giovanni lo eliminerà di brutto. Il nucleo dell’annuncio di Gesù è l’insegnamento dell’egemonia imminente di Dio, la svolta della storia attraverso un diretto intervento di Dio e l’instaurazione di un regno di Dio non nell’aldilà, ma pensato per questa terra. La prossimità di questo dominio di Dio è stata annunciata già dal Battista. Giovanni e Gesù vedevano se stessi entrambi nel ruolo di ultimi ammonitori, per mettere in guardia da questo intervento di Dio, precorritore della fine dei tempi. Ambedue nutrivano il sentimento spiccato di un’attesa assai prossima, ed entrambi si ingannarono in questo punto focale del loro annuncio. Il Regno di Dio non è venuto, e non c’è neanche dopo 2000 anni. L’annuncio profetico di Gesù fu pertanto una falsa profezia. Come Giovanni, Gesù raccolse intorno a sé una cerchia di discepoli, e con essi percorse in lungo e in largo la Galilea, in qualità di predicatore ambulante, in prevalenza nei dintorni del lago di Genezaret. Questa attività si protrasse per circa un anno, fors’anche solo pochi mesi. Gli si dovrà riconoscere un notevole talento oratorio, nonché la capacità di entusiasmare la gente giacché, accanto alla più ristretta cerchia di discepoli, vi furono evidentemente molte persone inclini a sostenerlo, tra cui le donne. La sua attività consisteva in prediche, sovente sotto forma di similitudini e parabole, e occasionalmente anche in polemiche con le autorità religiose della provincia, più di tutto coi Farisei. Sembra tuttavia certo che l’aspra polemica coi Farisei rispecchiasse maggiormente la distanza dei primi cristiani dall’ebraismo, più che la distanza di Gesù nei loro confronti. Oltre a possedere doti predicatorie in grado di affascinare la gente, Gesù godeva anche fama di esorcista e di taumaturgo. Gli si attribuivano poteri terapeutici, e gli infermi cercavano di stargli vicini. Si può presumere che egli stesso riconoscesse nel suo operare, soprattutto negli esorcismi, una speciale predestinazione da parte di Dio, magari una conferma dell’imminente regno di Dio. Ma chi fu Gesù nella realtà? 242 In occasione della Pasqua ebraica, Gesù abbandonò il suo territorio di operazioni in Galilea, recandosi coi suoi discepoli a Gerusalemme, probabilmente per la prima volta. E qui fu tosto messo in croce dai Romani. I motivi sono poco chiari, ma molti indizi indicano che furono più di tutto il turbamento arrecato alla funzioni religiose e la sua critica al Tempio e, pertanto, un attacco indiretto al ceto elevato dei Sadducei. I quali erano d’accordo coi Romani nell’interdire senza indugi atti di disturbo e manifestazioni di singoli individui in occasione della festa pasquale che attirava migliaia di pellegrini. E’ probabile che l’esecuzione di Gesù avvenisse per ragioni preventive: egli morì pertanto la morte d’un rivoltoso. Presumibilmente, la morte repentina colse Gesù impreparato e non intenzionato ad affrontarla; per di più, palesemente, egli non vi aveva preparato i suoi discepoli. I quali fuggirono da Gerusalemme, rifugiandosi in Galilea. Le predizioni della Passione, tramandate nei Vangeli, non sono che posteriori invenzioni della comunità. Dopo la morte, i suoi discepoli affermarono (non è chiaro quando) che era risorto dai morti. L’origine della fede nella resurrezione consiste probabilmente nelle soggettive visioni di singoli discepoli, però mancano evidentemente testimoni estranei al fenomeno. Le storie delle apparizioni sono tutte quante creazioni successive della comunità. Fino a tanto giungono gli scarsi dati miliari sulla sua vita, estratti a stento soprattutto dai vangeli sinottici, dove sono ormai fortemente ritoccati e idealizzati, e tuttavia ancora assai lontani dalla glorificazione e dalla divinizzazione che seguiranno. Abbiamo davanti a noi la vita di un uomo apocalittico del primo giudaismo, il quale visse in tutto e per tutto nell’alveo dell’Ebraismo, morendo sulla croce da ebreo. E’ il basilare equivoco storico delle Chiese cristiane: ritenere che questo Gesù di Nazareth avesse avuto anche solo qualcosa a che fare con il cristianesimo. Ed è uno dei più generali paradossi storici che proprio lui diventasse l’emblema fondativo di una Chiesa che – più di qualsiasi altra religione –, avrebbe perseguitato e represso l’Ebraismo. Gesù di Nazaret: un figlio di Dio demistificato 243 Sul fatto che Gesù intendesse e sentisse se stesso, fino all’ultimo, in qualità di ebreo, non sussiste il minimo dubbio nell’ambito della ricerca. La metamorfosi di Gesù in fondatore o iniziatore del Cristianesimo poteva attuarsi al prezzo d’una quasi violenta reinterpretazione di ciò che egli voleva nel profondo del suo animo: si poteva acquisire solamente con l’azione d’un violento stravolgimento della storia delle idee. Facendo di Gesù il suo Signore, la Chiesa ha asservito il Gesù vero – ossia il Gesù della storia –, usandolo per i propri scopi. Il Gesù storico divenne la primissima vittima d’una Chiesa straripante di vittime. E mentre i Romani poterono togliergli soltanto la vita, la Chiesa, appellandosi falsamente a lui, intervenne molto peggio sulla sua immagine, reinterpretando la sua esistenza, privandolo della sua personalità, spogliandolo della sua identità ebraica, facendo di lui uno strumento nella lotta contro i suoi stessi fratelli di fede. Che cos’è la corona di spine degli sgherri romani, che cos’è la profanazione del suo corpo nel salire il Golgota, nel confronto con questa violazione inferta dalla Chiesa alla sua anima, contro quella falsa corona di spine, con cui lo si volle collocare subito al fianco del Dio onnipotente, dove comunque, secondo la fede giudaica, a nessun altro sarà mai lecito prender posto? Ebbene sì, Gesù fu realmente immolato, ma in tutt’altro modo da quello che vogliono farci credere la teologia paolina e, in maniera tanto più massiccia, le successive dogmatiche cristiane. Egli non fece nulla che andasse oltre al suo essere ebreo: credette nell’unico Dio, a lui si rivolse con la sua preghiera, una preghiera ebraica in tutto e per tutto. Gesù ha predicato l’amore di Dio e del prossimo, anche questo secondo la buona tradizione ebraica. Ha insegnato nelle sinagoghe, parlando della edificazione del dominio di Dio, vivendo nel convincimento del suo imminente approssimarsi. Fu un giudeo tra giudei, e non volle essere nient’altro. In maniera dimostrativa, evitò ostentatamente il territorio dei pagani. Ma non gli servì a nulla: appena morto, la Chiesa avocò a sé la sovranità interpretativa riguardante la sua vita, facendone un uso straripante e Ma chi fu Gesù nella realtà? 244 spregiudicato. Facendo di lui il proprio Signore, lo trasformò in una figura tragica. Accettarlo finalmente ed interamente nella sua qualità di ebreo devoto, ecco, a ciò le Chiese non saranno disposte giammai, poiché hanno bisogno di lui quale Figlio di Dio, che siede sul trono alla destra del Padre. Le due cose insieme non funzionano, anche se cristiani illuminati pensano di poter sistemare così la questione. L’essere ebreo di Gesù significa però anche una limitazione. Tutti i non ebrei, infatti, non possono non chiedersi: ma quest’uomo, che cosa ha a che fare con noi? Gesù non pensò mai, infatti, ad un’azione missionaria nel mondo, o soltanto ad un messaggio per i pagani (cioè i non ebrei). Come si è visto, il comando della missione, che invia i discepoli ad evangelizzare tutto il mondo, è un’invenzione dell’evangelista Matteo; Gesù non l’ha mai impartito. Il suo messaggio si rivolgeva ai suoi confratelli di duemila anni fa; esso non puntava lo sguardo ai non ebrei, e tanto meno poteva guardare a noi moderni. E’ grottesco, ed è espressione d’un antistorico sentimentalismo, che oggi, e dappertutto nel mondo, i cristiani devoti approfondiscano, nei seminari sulla Bibbia, come le sue parole “siano da comprendere oggi”, chiedendosi che cosa egli “proprio oggi voglia dirci”, e che la sua parola sia commentata ogni domenica dai pulpiti “per noi moderni”. Questo Gesù non aveva nessuna cognizione di noi: eravamo estremamente estranei, fuori dal suo orizzonte. Per noi moderni, egli non ebbe a pronunciare una sola parola. Tuttavia, pur ammettendo che le sue parole fossero rivolte a noi, l’imbarazzo non sarebbe meno grande. Perché, come Gesù fu una persona abusata, fino ad oggi non preso sul serio dalla Chiesa, così fu anche, nel suo essere uomo, una persona confusa ed errante. Come i credenti più tardi, anch’egli era incorso nell’autoinganno, cedendo all’erronea opinione che il regno di Dio fosse lì lì per realizzarsi. L’errore di Gesù lo colloca nella lunga schiera di visionari religiosi, iniziando in campo giudaico coi primi apocalittici e non trovando mai fine con i Testimoni di Geova, che già molte volte ave- Gesù di Nazaret: un figlio di Dio demistificato 245 vano profetizzato la fine del mondo. Con la sua falsa credenza, Gesù si trova in coda, in numerosa compagnia coi fanatici della Riforma, coi monaci apocalittici del Medioevo, coi movimenti popolari eretici che, perseguitati dalla Chiesa, hanno sempre vaticinato l’imminente fine del mondo. Gesù si colloca nell’identica fila, a fianco delle innumerevoli sétte in attesa della fine dei tempi: in buona compagnia con pietisti, entusiasti, predicatori religiosi, sedicenti profeti, fanatici visionari, con tutti coloro che ansiosamente attendono l’inizio del nuovo eone. Ancora oggi, in cerchie di devoti, si aspetta l’edificazione del Regno di Dio e il ritorno di colui che a sua volta, duemila anni or sono, avevano atteso già invano quel Regno. Tutti gli esponenti dell’attesa, tutti questi ammonitori e vaticinatori si sono esposti al ridicolo, almeno a giudicare col senno di poi. Di fatto, erano tutte falsità. In questa serie di religiosi predicatori della fine dei tempi, Gesù non fu il primo, e non sarà certo l’ultimo. Tra costoro, però, è stato sicuramente il più conosciuto. Ma come si deve giudicare una dottrina il cui punto focale si è dimostrato falso? L’Antico Testamento lo esprime chiaramente: Quando il profeta parlerà in nome del Signore, e la cosa non accadrà e non si realizzerà, quella parola non l’ha detta il Signore. Il profeta ha parlato per presunzione. Non devi aver paura di lui. (Deuter 18,22) Come la Chiesa ha piegato ed incurvato l’ebreo Gesù per farne il “quasi” primo cristiano, così ha anche aggiustato senza tregua il suo insegnamento, conformandolo alle proprie esigenze. Rispetto al risultato, non aveva nessuna importanza ciò che Gesù avesse realmente pensato e detto, ciò che davvero avesse voluto. La fede religiosa si ritaglia il mondo esattamente a misura del proprio gradimento. Evidentemente, anche questa è una legge storica delle religioni: un fondatore di religione ha un’influenza sulla configurazione d’una deter- Ma chi fu Gesù nella realtà? 246 minata dottrina minore rispetto a quelli che la tramandano per primi, che sono quindi i suoi primi seguaci. Paolo, in effetti, ebbe un’influenza di gran lunga maggiore di Gesù stesso sulla formazione del cristianesimo e sui basilari princìpi cristiani. E già Paolo poté permettersi di presentare al mondo un Gesù completamente diverso: un prodotto artistico della propria fantasia. Incurante di appurare quale fosse la volontà del presunto fondatore. E di questo anche la Chiesa non s’interessò più di tanto, preferendo attenersi a Paolo, oppure all’insegnamento della tradizione sua propria . Non tenendo in nessun conto il “santo volere” (Goethe) di Gesù, la Chiesa poneva la prima pietra della sua stessa esistenza. Il Cristianesimo è basato su un errore diventato oltremodo efficace per la storia del mondo. Sia quindi sottolineato ulteriormente: non è un’impostura attiva, nel senso d’una teoria del complotto; è piuttosto un autoinganno di credenti, quale si ritrova certamente all’inizio di tutte le religioni. I credenti non hanno inventato consapevolmente una religione, ma si sono piuttosto avvitati nel prestar fede in fantasie e convincimenti religiosi. Da suggestioni fideistiche, inizialmente ancora non sviluppate e per molti versi ancora contraddittorie, scaturirono poi rapidamente articoli di fede più saldi. L’influsso paolino e il predominio del cristianesimo pagano, ed in più, successivamente, i primi Concili cristiani, giocarono quindi il loro ruolo determinante. Alla fine prevalse e troneggiò un’immagine di Cristo, che non aveva più nulla da spartire con il Gesù della storia. Le Chiese credono quindi in una finzione creata da loro stesse, e considerano questa fede come una virtù. Ciò non ha nulla a che fare con Gesù, e questo, sotto certi aspetti, va pure bene. Perché la sua fede aveva dei tratti assolutamente inquietanti. Gesù fu un estremista religioso; il regno che attendeva non era un regno di pace, giacché implicava anche il Giudizio. Sebbene non manchino nel suo annuncio anche aspetti umani e progressivi, il suo pensiero è tuttavia inglobato nelle correnti idee apocalittiche del suo tempo. Esso è improntato dai pensieri giuridici e dalla fede Gesù di Nazaret: un figlio di Dio demistificato 247 nell’Inferno, risonante di urla e “stridore di denti”, ricolmo non solo di grazia divina, ma anche della sofferenza di coloro che vengono respinti e dannati. Il suo amore per il prossimo, perfino quello per i nemici, trova il suo rapido limite all’interno di queste coeve rappresentazioni, inumane e terrificanti, dalle quali non seppe affrancarsi. Questi aspetti oscuri del suo annuncio sono spesso ignorati; non ci si accorge “che Gesù visse e annunciò una radicale religione di conversione e di proselitismo. Ciò significa anche: in nessun momento Gesù è ‘caro’, intimo e famigliare. Non è un amico dell’anima, e tanto meno è quel “adorabile Gesù bambino” che si ama tanto dipingere. E non è nemmeno un combattente per la solidarietà coi diseredati. La sua persona e il suo messaggio hanno aspetti del tutto autoritari.” (Roman Heiligenthal, Der verfälschte Jesus, S. 27). La predicazione sul Giudizio la assunse forse da Giovanni il Battista, il quale andò a smerciarla di casa in casa molto più efficacemente di Gesù. Eppure essa è presente anche in Gesù. Ogni albero che non dia buoni frutti viene sradicato e bruciato. Un Gesù di questa fatta, un predicatore del Giudizio, un annunciatore dell’Inferno, un estremista e fondamentalista religioso, dovrebbe fungere da modello, essere di esempio per la nostra epoca? O non si dovrebbe invece, nella società moderna, attenersi a valori come tolleranza e libertà di opinione? Questo Gesù, e i valori che si presumono incarnati nella sua dottrina, sono davvero cosi importanti per la convivenza umana, come ci inculcano le Chiese da duemila anni? Dei valori cristiani, e di ciò che sono realmente, verremo a parlare ancora nei prossimi capitoli. Guardando Gesù nei limiti della religione, di quella religione che fu la sua, si evidenzia presto la sua limitatezza, pur con tutte le concezioni certamente positive che questo spirito apocalittico pure coltivò. Gesù di Nazaret, in breve, sarebbe in ogni caso la figura più sopravvalutata in assoluto della storia del mondo. Ma chi fu Gesù nella realtà? 248 Chi si credette di essere realmente? – La coscienza che Gesù ebbe di sé Gesù sopravvalutò forse non solo l’importanza del proprio messaggio, ma anche se medesimo? Ci chiediamo, per l’ennesima volta, se avesse una consapevolezza messianica di sé? Aveva ritagliato per se stesso un ruolo, in vista dell’avvento del regno di Dio? Eppoi, ha forse creduto di essere lui il Messia? Questi quesiti hanno scosso intensamente e appassionatamente la ricerca neotestamentaria. E sono connessi coi titoli di Gesù, che compaiono appunto nei Vangeli. A questi titoli, nella ricerca, si concede uno spazio eccessivo, come pure alla questione se egli li avesse usati. Una cosa è infatti chiara: perfino se Gesù si fosse ritenuto il Messia, ciò non direbbe granché sulla sua natura metafisica, ma la direbbe lunga sul suo religioso stato mentale. E’ naturale che ognuno si ritenga più importante di quanto viene considerato oggettivamente. Con grande perspicacia, Kurt Tucholsky osserva che la massa crede sempre qualcosa di più di quanto si pensi. Fintanto che la presunzione di sé resta nei limiti, non disturba, ed è addirittura positiva per la coscienza dell’individuo. Ma al di là di questo, purtroppo, la storia del mondo pullula di persone ispirate in senso religioso e/o politico, che si credettero in maniera stravagante qualcosa di eccezionale, vedendo se stessi al centro di qualche rivoluzione, con la pretesa di essere messaggeri di qualche rivelazione, realizzatori di qualsivoglia piano divino, o esecutori d’una provvidenza fatta su misura per loro. Ove gli uomini disponessero della capacità di entusiasmare il prossimo, potrebbero guadagnare influenza straripante. Gesù fu forse uno di loro? Il fatto che di loro, in seguito, se ne fosse fatto un campione, è più che evidente: ma fu lui stesso a ritagliarsi un ruolo nel dramma della fine dei tempi, addirittura quello di protagonista? Abbiamo già discusso minuziosamente il concetto o, rispettivamente, il titolo di Figlio dell’Uomo. Nel prosieguo, però, la Chiesa Gesù di Nazaret: un figlio di Dio demistificato 249 definì Gesù non più come Figlio dell’uomo, bensì come Figlio di Dio, e continua a farlo ancora. Tale appellativo si ama ricavarlo dalla voce di Dio risonante al battesimo di Gesù, che a sua volta rimanda ai Salmi/Ps 2,7 “Tu sei mio figlio, io oggi ti ho generato.” Sennonché, nell’ebraismo, questo essere figlio di Dio voleva esprimere non un dominatore soprannaturale, bensì il sovrano regnante. In questo senso, dunque, Israele conosceva una lunga serie di figli di Dio. Con che non si intendeva nessuna consanguineità genealogica, tanto meno un’essenziale identità di padre e figlio. Augstein sintetizza a buon diritto: “Non c’è un teologo degno di questo nome che affermi ancora, oggi, che Gesù si fosse dichiarato, o avesse creduto di essere figlio di Dio, quantunque il cristianesimo nel suo complesso […], con questo dogma, cioè che lui fosse veramente il figlio di Dio, o resta in piedi oppure crolla.” (R. Augstein, op.cit., S. 73) Ma il concetto figlio-di-Dio poteva essere inteso anche in senso più generale. I credenti potevano sentirsi come figli di Dio (le figlie, peraltro, vi si accoderanno solo nel XX secolo), sicché Dio era padre non solo per Gesù, ma parimenti per i discepoli. Inoltre, Gesù stesso ha parlato dei figli di Dio (al plurale), definendo tali per esempio “gli operatori di pace, perché saranno chiamati figlio di Dio.” (Mt 5,9). Tuttavia, di un siffatto uso del concetto figlio-di-Dio in bocca a Gesù, la comunità aveva ben poco. Dopo la Pasqua, allorché Gesù venne connotato esclusivamente come figlio di Dio, questo uso generalista dovette scemare. Questa intitolazione “figlio-di-Dio” ha la sua origine, in verità, ancora nel primo cristianesimo giudaico ma, in forma alterata, dispiegherà la sua efficacia più tardi, in un ambiente permeato dalla cultura greca. E’ qui che diventa praticamente popolare e può essere lentamente integrata con contenuti ontologici. La comunità primitiva ha venerato Gesù in qualità di Messia, come l’unto di Dio per la fine dei tempi. Eppure nell’Ebraismo non esistevano solide rappresentazioni escatologiche. Vi erano attese escatologiche con e senza figure messianiche. La comunità di Qumran Ma chi fu Gesù nella realtà? 250 aspettava persino due Messia. V’erano inoltre certi messia esplicitamente politici e, rispettivamente, personaggi considerati dei messia. Tra questi c’era, in modo stranissimo, anche Ciro, il re dei Persiani, che Isaia definisce, in Is. 45,1, come messia (= unto) di Geova. Col termine di “unti”, nell’Antico Testamento, erano intesi di regola i re d’Israele. Pertanto, i messia vissuti fino allora erano tutti quanti personaggi del passato, mentre per l’avvenire, ma non da tutti gli strati del popolo, venne atteso pure un Messia. In molte rappresentazioni della fine dei tempi, però, Dio avrebbe dovuto agire da solo. Per il mondo di cultura greca, tuttavia, il titolo di Messia (unto del Signore) era arduo da comprendere, per cui esso viene sempre più soppiantato dal titolo figlio-di-Dio. Quel che ne rimase fu la traduzione greca per Messia, vale a dire Cristo. E questo titolo viene inteso vieppiù quale nome proprio. Gesù ha inteso se stesso in qualità di Messia? Pur con tutte le varianti concettuali, questo appellativo sarebbe almeno deducibile dal milieu sociale di Gesù. In realtà, il concetto di Messia affiora solo di rado nello stile linguistico di Gesù. Theißen elenca solo cinque momenti, e li definisce eccezioni (Theißen/Merz, Der historische Jesus, S. 467). Inoltre, gli Ebrei non attendevano nessun messia che potesse risorgere; conoscevano soltanto un risorgere di tutti i morti in vista del giudizio finale. Nella tradizione giudaica, per di più, non esiste da nessuna parte un Messia crocifisso. Eppoi il messia era sempre un personaggio di carne e ossa: non aveva in sé nulla di divino; al contrario, non era se non un uomo di qualità elevate. L’attesa messianica degli Ebrei era pertanto una realtà completamente diversa da quella che i cristiani presentarono presto col nome di Messia. I cristiani fecero di necessità virtù, incanalando senza esitare croce e risurrezione nell’alveo delle attese messianiche preesistenti, e facendo senz’altro, del messia umano, un Messia divino. Come col titolo figlio-di-dio, la maggior parte degli studiosi neotestamentari concorda anche su questo: Gesù non si identificò mai in un Messia. Il titolo di messia fu connesso dai primi cristiani con la figura di Gesù solo dopo la Pasqua. Gesù di Nazaret: un figlio di Dio demistificato 251 Alcuni ricercatori suppongono tuttavia che Gesù, sebbene non si fosse esplicitamente definito come tale, avesse almeno implicitamente qualcosa di somigliante all’idea d’un Messia. E allora, Gesù si vide come intermediario escatologico, sempre più identificato in questo ruolo, forse anche solo nel corso della sua attività? Non sarebbe la prima volta che un predicatore, in un crescente entusiasmo religioso, ritiene di riconoscersi come il realizzatore, come vero e proprio strumento di Dio. Abbiamo già visto sopra che Gesù, in alcune parole palesemente autentiche, mette la sua attività in rapporto col Regno di Dio: “Se io scaccio i demoni col dito di Dio, allora è giunto a voi il regno di Dio.” (Mt 11,19) Alla domanda del Battista su chi egli fosse, rimanda altrettanto alla propria opera taumaturgica (Lc 11,4– 5). Vero è che non si professa direttamente come Messia, nondimeno sembra che si veda in qualche modo connesso con l’annunciato Regno di Dio. Allora, Gesù ha sentito se stesso non solo quale annunciatore, ma per di più come mediatore di salvezza? Quale significato spetterebbe allora alla sua marcia su Gerusalemme? Voleva, come molti ebrei devoti, trascorrervi solo la festa pasquale? O voleva di più? Gerusalemme, per un romano nulla più che una città insignificante in una provincia inquieta, era per un ebreo il vero ombelico del mondo. Se doveva essere, allora è da lì che sarebbe dovuto propagarsi il Regno di Dio: qui doveva necessariamente mostrarsi un intermediario in vista della fine dei tempi. E’ lì che Gesù voleva forse essere ucciso? Per la verità, gli Ebrei non aspettavano nessun liberatore disposto a sacrificarsi. Ma Gesù ha forse creduto, come pensano alcuni ricercatori, di poter forzare, con la sua morte – per così dire –, la venuta del Regno di Dio? Gesù attese “fino all’estremo il miracolo che non si avverò?” (Shalom ben-Chorin, cfr. R. Augstein, op.cit., S. 237). Riconobbe forse il suo fatale errore solo sulla croce? Se alla base dell’attività di Gesù in Gerusalemme vi fu un piano, fu comunque un piano sbagliato, il punto culminante di un’attesa esasperata, risultato tragico d’una perdita del reale. Non volendo Ma chi fu Gesù nella realtà? 252 ammettere un piano siffatto, non resta che l’ipotesi già espressa, cioè che gli avvenimenti di Gerusalemme l’abbiano semplicemente travolto, che egli, volendo provocare mediante la purificazione e la critica del Tempio, diventasse bersaglio d’un contraccolpo che non si era aspettato di tale durezza. Tante sconsideratezze causarono in Gerusalemme un rapido tracollo della sua missione, tanto fortunata in Galilea. I cristiani modificarono l’affabulazione, ribaltando in breve tempo il dramma del Golgota in una vittoria. Sulla croce, tuttavia, non è appeso un uomo fallito per un superiore ordinamento divino; da essa pende un uomo che ha fallito, sopraffatto dalla realtà. E’ degno di nota come, anche nella ricerca neotestamentaria indubitabilmente seria, si lavori continuamente – nelle descrizioni riguardanti Gesù – ricorrendo ad eufemismi, e come il fallimento di quest’uomo venga rappresentato sempre come procedendo in punta di piedi, come se non si volesse svegliare nessuno, per non disturbare il sonno delle Chiese o spaventare i devoti lettori della Bibbia. Anche dagli esegeti, la visuale su Gesù viene mantenuta sempre in maniera compatibile con la comunità. Trattando di Gesù, lo studioso Theißen parla di un carismatico ebreo, della coscienza di delega per Gesù, di una consapevolezza di sé difficile da sopravvalutare. Egli avrebbe posseduto una autocoscienza messianica (Theißen/Merz, op.cit., S. 386 s.). Tutte belle, altisonanti parole, che deformano però il contenuto vero e proprio, cioè che con Gesù non abbiamo tanto a che fare con un carismatico religioso, ma piuttosto con un fanatico religioso: non tanto con un uomo religiosamente ispirato, bensì con un neurotico religioso. E che cos’altro è la sua “coscienza di delega”, se non espressione di svenimento e di deliquio? Con riguardo per la Chiesa, e con rispetto per i loro studenti (molti dei quali destinati, quali parroci e pastori, a reggere le loro parrocchie), i professori di teologia non possono formulare tutto ciò con tanta chiarezza, perché non vogliono chiamare le cose col loro nome, dicendo pane al pane. Piuttosto, dev’essere adottato un linguaggio allusivo e ambiguo, onde tenere in qualche modo ad altezza d’uomo, Gesù di Nazaret: un figlio di Dio demistificato 253 nell’omelia, i risultati della ricerca. Theißen formula l’imbarazzo in maniera tipica: “Il Regno di Dio non venne […] Dio intervenne in maniera diversa: secondo la fede dei discepoli, risvegliò dalla morte l’uomo crocifisso” (Theißen/Merz, op.cit. S.487). In qualsiasi modo si voglia valutare questo “assecondando la fede dei discepoli”, ognuno potrà giudicare da sé. Sarà tutto nient’altro che abracadabra, oppure reale intervento divino? Una domanda simile, data la sua duttilità, può essere accettata senza sforzo in ogni sermone. Del linguaggio tipico dei teologi dovremo occuparci ancora in seguito. Da non teologo, lo storico Rudolf Augstein la esprime con maggior chiarezza: “Qualsiasi ebreo, che si fosse creduto un messia-figlio dell’uomo, dovrebbe aver avuto, diciamolo chiaro e tondo, un certo ramo di pazzia.” (op.cit. S. 83) Se si vuole vedere Gesù con chiarezza, non lo si deve osservare attraverso le lenti rosate delle Chiese. Niente glorificazioni dogmatiche, niente leggende bigotte. I paramenti regali, che le Chiese gli hanno ritagliato addosso, non si addicono a lui. Senza questo travestimento, Gesù si riconosce bene anche coi suoi limiti ed errori. E’ stato abbastanza a lungo un vero Dio; adesso può tornare ad essere un vero Uomo. E può essere di nuovo membro del suo popolo e, come i devoti del suo popolo, venerare Dio e soltanto Dio. Paolo sottolinea ancora l’essere ebreo di Gesù quando scrive che è “nato da donna, nato sotto la Legge” (Gal 4,4). Ma Gesù era di più. Pur non corrispondendo alle esasperate attese del cristianesimo, l’uomo fu certamente sopraelevato rispetto al Am Haarez, ossia al popolo semplice. Andò predicando nella regione, raccolse intorno a sé una cerchia di allievi (questo termine gli si presta meglio della solita definizione di discepoli) facendosi conoscere come taumaturgo ed esorcista. Certamente, sui suoi ascoltatori deve aver influito in maniera crescente e convincente, da persona che sprigiona autorevolezza. I suoi insegnamenti hanno un effetto provocatorio, eppure sono ancora collocabili nell’ambito della tradizione interpretativa giudaica: ha annunciato non soltanto cose nuove, ha messo piuttosto Ma chi fu Gesù nella realtà? 254 nuovi accenti. Ha interpretato, anziché fare strappi e demolire. Non è venuto per annullare la Legge, bensì per portarla a compimento. Questa immagine, che di Gesù hanno conservato anche i Vangeli (sia pure in accezione non comune), è quella di un rabbino ebraico, di un interprete e commentatore della Legge. Gesù deve essere compreso come rabbi … ecco la categoria che certamente corrisponde più di tutte alla sua vita pubblica. A questa si confanno la sua cerchia di alunni, il suo annuncio, la sua etica, le persone che si rivolgono a lui con domande, gli scontri polemici con altri esponenti della spiritualità giudaica. A tutto ciò si può ascrivere anche, nonostante sia alquanto inusuale per un rabbi, la sua predicazione ambulante. A sostegno di ciò c’è pure il fatto che Gesù si faceva decisamente interpellare con l’appellativo di rabbi. I suoi stessi allievi lo chiamano rabbi (Mt 26,25; Mc 9,5; 11,21 e più spesso). Evidentemente, Gesù non vede alcun motivo per correggere quella denominazione. Che Gesù vedesse e sentisse se medesimo come rabbi, dovrebbe ritenersi acclarato in tutti i casi. E’ problematico, al contrario, che egli volesse essere più di questo. Che si percepisse poi come figlio di Dio, è assurdo. Riflettendo su questo risultato, frutto d’una indagine scientifica, ci sembra forse una cosa ben nota. Ma dove l’abbiamo udita già una volta? Naturalmente non nelle chiese cristiane, ma certamente presso i teologi ebraici. Gesù quale rabbi devoto: questo non è solo il risultato della ricerca scientifica sui vangeli, è per di più la percezione che gli Ebrei hanno di Gesù, simile a quella dominante già nel mondo antico. E questo senza illuminismo e senza la ricerca moderna. In tempi recenti, è stata espressa tra gli altri da Shalom Ben-Chorin. (cfr. S. Ben-Chorin, Bruder Jesus, S. 25) L’Ebraismo ha dunque sempre visto, già con maggior chiarezza, chi è Gesù, e che cosa voleva. Le Chiese cristiane, al contrario, ce ne offrono da duemila anni una caricatura dogmatica. Solo negli ultimi secoli, nel corso dell’indagine scientifica sulle Sacre Scritture cristiane, si è raggiunto nell’Occidente cristiano il livello di conoscenza che l’Ebraismo possedeva intuitivamente da lungo tempo. Gesù di Nazaret: un figlio di Dio demistificato 255 La progressiva divinizzazione dell’uomo Gesù Per le Chiese, ad essere sinceri, ciò dovrebbe essere motivo di vergogna. Con la propria immagine di Gesù, il popolo degli Ebrei, perseguitato dai cristiani, è stato molto più vicino alla realtà di quanto fossero quelli che li perseguitavano a causa della loro falsa immagine di Gesù. Come qualcuno che accusi a gran voce il proprio fratello di furto, finendo poi per rinvenire la banconota smarrita usata come segnalibro nella propria biblioteca. La progressiva divinizzazione dell’uomo Gesù Dopo la sua morte, l’uomo Gesù venne rapidamente riconvertito e ricreduto in un Dio. Nel Nuovo Testamento si può ravvisare ancora nettamente questo processo accrescitivo della cristologia, attraverso gradi preparatori e stadi intermedi. E vi si può riconoscere: non fu subito, fin dall’inizio, che si ebbe il coraggio di vedere in Gesù il figlio di Dio. La fede in Gesù quale figlio di Dio non è una rivelazione divina, ma è andata via via ingigantendo nel corso della storia. Uno stadio iniziale della cristologia lo si riscontra già in un passo popolare, all’apertura della Lettera ai Romani: Paolo, servo di Cristo Gesù, chiamato apostolo, scelto per annunciare il vangelo di Dio – che egli aveva aveva promesso per mezzo dei suoi profeti nella sacre Scritture e che riguarda il Figlio suo, nato dal seme di Davide secondo la carne, costituito Figlio di Dio con potenza, secondo lo Spirito di santificazione, in virtù della resurrezione dai morti, Gesù Cristo nostro Signore. (Rom 1,1–4) L’investitura di Gesù a Figlio di Dio avviene qui solo dopo la resurrezione dai morti, quindi relativamente tardi. Solo con la risurrezione l’uomo Gesù, nella successione di Davide, viene quasi ufficialmente promosso a Figlio di Dio; però non lo è fin dall’inizio. E’ mediante la 256 resurrezione che Dio ha dato espressione alla sua volontà. La tardiva elezione non è quindi opinione di Paolo. In modo palese, Paolo cita qui una vecchia formula di fede, che risale direttamente alla comunità primitiva. Tramandando questa formula, egli la salva per noi e per la ricerca storica. In uno degli Atti degli Apostoli si legge un discorso di Paolo, del resto inventato dall’evangelista Luca, dove si trova una rappresentazione analoga, certamente assai antica: E noi vi annunciamo che la promessa fatta ai padri si è realizzata, perché Dio l’ha compiuta per noi, loro figli, risuscitando Gesù, come anche sta scritto nel salmo secondo: Mio figlio sei tu, io oggi ti ho generato. (Atti 13,32–33) Solo con il risveglio dai morti, solo con questo oggi, Gesù diventa figlio di Dio, non prima. Questa immagine lascia poco spazio a favore di quel Gesù che, già come figura terrena, avrebbe carattere divino; essa contraddice implicitamente alle leggende sulla nascita – tramandate da Luca o inventate –, secondo le quali l’essenza divina di Gesù era fissata già prima della sua nascita. In un primo stadio di fede della comunità primitiva, non fu dunque Gesù ad agire, ma fu piuttosto Dio ad occuparsi dell’uomo Gesù, accettandolo come suo figlio. E’ questa una cristologia ancora contenuta, non ancora lanciata a tutto gas, ancora dissimile dalle posteriori rappresentazioni del Cristo figlio di Dio, ma tutt’al più orientata in questa direzione. Tuttavia, dopo che il convoglio cristologico si fu messo in movimento, i cristiani non si mostrarono più altrettanto discreti. La sovranità di Gesù venne rimarcata sempre più fortemente. In Marco, le parole Oggi io ti ho generato si odono già nel battesimo di Gesù. Già col battesimo Gesù viene adottato come figlio di Dio. Anche qui, però, neanche una parola su una precedente vocazione o importanza dell’uomo, che adesso ha pur sempre 30 anni. Per Marco, la Gesù di Nazaret: un figlio di Dio demistificato 257 sua sovranità inizia già col battesimo; essa è pure la prima cosa che egli rammenti di Gesù. Marco non conosce ancora la nascita da una vergine, e nemmeno un figlio divino. Solo Matteo e Luca, nei loro vangeli, estendono ormai la sovranità di Gesù al bimbo nascituro. Ma le cose non si fermano qui. Il vangelo di Giovanni inizia col versetto: In principio era il Verbo (Logos). Un incipit suggestivo, che prende a modello il primo verso dell’Antico Testamento: In principio Dio creò il cielo e la terra. Col nome di logos s’intende Gesù, e con questa connessione si vuole significare che Cristo era già il figlio di Dio prima dei tempi, prima che nascessero il mondo e gli uomini. Per Giovanni, Cristo è preesistente; far nascere la sua regalità solo col battesimo, o addirittura solo con la risurrezione, sarebbe per Giovanni già una bestemmia. Tant’è che il vangelo di Giovanni ci descrive Gesù come Dio peregrinante sulla terra, che in forma imperiosa tiene discorsi divini e che, persino sulla croce, ancora col suo E’ compiuto tiene salda in pugno la legge dell’agire. Il vangelo di Giovanni, secondo la dichiarazione dell’autore, fu scritto addirittura per dimostrare la divinità di Gesù (Gv 20,31) Questa intenzione era ancora lontana in Marco. Nel vangelo di Giovanni, Gesù annuncia se stesso, laddove in Marco ha annunciato ancora il regno di Dio. L’incredulo Tommaso, in Giovanni, si rivela infine non troppo incredulo; anticipa infatti fissazioni dogmatiche più tardive quando, finalmente convinto, esclama: Mio Signore e mio Dio! (Gv 20,28). Un messaggio folgorante, vertiginoso anche per questo vangelo, che è il più fantasioso di tutti. Quanto diverso appare Gesù qui, nel più antico vangelo di Marco, che sembra non sapere ancora nulla di questa divinità, e che Marco ci descrive molto più umano. Egli proibisce l’allocuzione Figlio di Dio agli spiriti impuri che lo chiamano in questo modo (Mc 3,12). Al contrario, Gesù viene spesso indicato come rabbi (Mc 9,5;11,21) e come maestro (in greco didaskalos). Proprio in queste ingenue descrizioni si rispecchia la verità storica, giacché è difficilmente immaginabile La progressiva divinizzazione dell’uomo Gesù 258 che, in tempi successivi, lo avrebbero designato ancora in modo così scarsamente spettacolare. Nel vangelo di Marco, Gesù non è ancora onnipotente, in modo tale che presto suscitarono scandalo le righe in cui Marco attesta come a Nazaret Gesù non “poteva compiere nessun prodigio” (Mc 6,5). Anche se Marco sembra già voler correggere se stesso, aggiungendo di propria mano il versetto: ma solo impose le mani a pochi malati e li guarì. Si può comunque riconoscere ancora agevolmente la frattura che avviene nelle esternazioni. Matteo attenua la rappresentazione di Marco, e parla di non molti miracoli (per tutta questa sezione si veda Deschner, op.cit. p. 41 s.). Una richiesta di segni ulteriori, in altri termini un miracolo particolarmente vistoso, fu respinta da Gesù. E lui avrà ben saputo perché. In Marco, inoltre, Gesù non è ancora onnisciente. Ad un uomo posseduto da spirito impuro egli rivolge la domanda: Qual è il tuo nome? (Mc 5,9). Oppure, per dar da mangiare ai cinquemila, nella moltiplicazione dei pani, chiede ai suoi discepoli Quanti pani avete? (Mc 6,38;8,5). Un Figlio di Dio dovrebbe pure saperle, queste cose. E così non fa meraviglia che Matteo cancelli semplicemente molte di queste domande di Gesù. Esse non si accordavano con la sua visione teologica. Egli vuole infatti rappresentare Gesù in senso divino, e a questa intenzione dogmatica, anche in altri passi, sacrifica senza circonlocuzioni la verità storica. Non per nulla il vangelo di Matteo divenne il vangelo ufficiale della Chiesa. E scandaloso fu anche quanto si racconta in Marco, cioè che Gesù rimprovera un ricco che lo chiama buono: “Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo” (Mc 10,18) Qui, Gesù risponde secondo la migliore tradizione rabbinica; ciò nondimeno, Matteo non può naturalmente passarla liscia così, e introduce la sua variante, falsificando il testo assunto da Marco: “Perché mi interroghi su ciò che è buono? Buono è uno solo.” (Mt 19,17). Più tardi, di contro, il Gesù di Giovanni ne menerà vanto: “Chi di voi può dimostrare che ho peccato?” (Gv 8,46) Gesù di Nazaret: un figlio di Dio demistificato 259 Le idealizzazioni si protrassero fino alla morte di Gesù sulla croce, che in Marco viene descritta come assoluto essere abbandonato da Dio, facendo pregare Gesù con le parole del Salmo 22 “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”. Il Gesù di Giovanni, al contrario, incede addirittura maestosamente verso la morte. Il Gesù di Marco non perdona Giuda, e nemmeno prega per i suoi carnefici. Nel vangelo di Marco vi sono molti momenti in cui Gesù proibisce di parlare della propria maestà, di propagare i propri miracoli, in cui sembra voler stendere su tutta la sua opera il velo del mistero. Si è cercato molto di capire perché mai Gesù l’avesse fatto (ammesso che così fosse). La spiegazione più illuminante (seppure vista intanto più criticamente) è ancora quella di William Wrede. Il mistero messianico in Marco doveva, secondo Wrede, colmare la lacuna apertasi tra un’attività veramente non messianica di Gesù e la fede messianica dei primi cristiani. Sia come sia: evidente resta in ogni caso che, nella saga gesuana, sussisteva ormai la netta tendenza a rimarcare sempre più fortemente la divinità di Gesù, affievolendo sempre più fortemente il suo essere umano. Queste tendenze sono chiaramente riconoscibili ancora negli scritti neotestamentari, sebbene questi partano ormai dall’immagine di Gesù come Messia e, rispettivamente, come Figlio di Dio. La progressiva affermazione della divinità di Gesù fu pressoché inevitabile. La storia delle religioni conosce molti parallelismi di questo genere. Personaggi centrali d’una religione – siano essi il fondatore, o siano discepoli o santoni – vengono rapidamente circonfusi da una ghirlanda fitta di leggende. Perciò assumono particolare rilevanza quelle rappresentazioni che non sottolineano la maestosità, bensì l’umanità del fondatore o dei suoi discepoli. Precisamente là dove Gesù compare in tratti umani, per l’appunto non divini, dove è fallibile, dove si presenta come rabbi e non come figlio di Dio, ebbene, là ci si muove, da una prospettiva storica, su un terreno migliore. La progressiva divinizzazione dell’uomo Gesù 260 Il Cristianesimo come errore nella storia del mondo: un bilancio interlocutorio Alla fine di questa parte della nostra analisi, una cosa dovrebbe risultare assodata. Le Chiese, quali esse siano, si richiamano a torto a questo Gesù di Nazaret, che esse spacciano per Figlio di Dio. La ricerca critica dimostra le tesi tramandate della fede di cattolici e protestanti come non conciliabili, nella loro sostanza, col Gesù della storia. La critica dimostra che la loro formazione è cresciuta nel divenire della storia, ed è sottoposta alle leggi normali di una tradizione, in nessun modo debitrici di qualche rivelazione trascendente. Gesù non fu l’uomo che si credeva che fosse: solo attraverso la fantasia religiosa dei primi credenti egli fu trasformato in quello che poi venne annunciato. In ultima analisi, dunque, il Cristianesimo è privo di fondamento; è un’illusione. Il Nuovo Testamento si rivela un coacervo friabile e contraddittorio di testimonianze di fede: una pia illusione, coagulatasi nell’epoca tra la prima e la terza generazione di cristiani. Precisamente, le cosiddette Sacre Scritture hanno reso possibile, per la ricerca, la prova della insostenibilità delle dottrine ecclesiastiche. Il principio Sola Scriptura (soltanto la Scrittura) dei protestanti – già sfida rocciosa contro i cattolici della vecchia fede – dimostra che il Protestantesimo odierno è ormai ridotto in camicia. La Scrittura, nel suo nucleo, è ormai diventata indegna di fede. E tale, quanto ai cattolici, era stato da sempre il richiamo ad una Tradizione. Non serve a nulla che i teologi seguitino ad assicurare che la fede non dovrebbe rendersi dipendente da fatti storici, che ciò contraddice proprio alla fede, e che tutto dipende dalla decisione personale. Perché, di fronte ai fatti, nessuna fede può chiudere gli occhi, qualora non voglia – a lungo andare – rendere ridicola se stessa e i suoi sostenitori. Sarebbe veramente assurdo restare caparbiamente abbarbicati ancora alla forma piatta della Terra, dopo che questa è stata confutata nei fatti. Gesù di Nazaret: un figlio di Dio demistificato 261 Il Cristianesimo come errore nella storia del mondo: un bilancio interlocutorio Chi lo fa, nonostante tutto, non dimostra pienezza di fede, ma semplicemente dabbenaggine. Le conoscenze storiche non hanno naturalmente la stessa intensità propria di quelle naturalistiche. Eppure l’onestà intellettuale esige la confessione che i fondamenti del cristianesimo non sono solamente fragili, ma che non sono mai realmente esistiti. Il Cristianesimo – nella sua globalità, con la sua storia e la sua dogmatica – si rivela per quello che è: un errore nella storia del mondo, un autoinganno gravido di conseguenze, un castello in aria ideologico. Che le Chiese non possano accettare tutto ciò, è ben comprensibile. Parimenti, ogni seguace d’una religione, ove fosse messo a confronto con simili accuse, le contesterebbe. E’ lecito supporre che anche altre religioni non possiedano legittimazioni sufficienti, qualora fossero interpellate una buona volta con spirito critico. Sennonché a noi, in questo libro, non interessano altre religioni, e nemmeno la propagazione d’un generale ateismo. Qui ci interessa unicamente il Cristianesimo. E questo è privo di sufficiente legittimazione. In quanto religione che si presenta e opera nella storia, esso non ha superato il test del fondamento storico. Una relazione basata nell’opera di Gesù di Nazaret e fondata sulla dottrina chiesastica diffusa su di lui, non esiste. Al contrario, si può evidenziare molto meglio che l’attività di Gesù, secondo le sue intenzioni e i suoi modi di vedere, è stata ed è addirittura spesso diametralmente opposta all’insegnamento della Chiesa. I prossimi capitoli lo motiveranno in maniera più approfondita. Che i fondamenti del Cristianesimo siano a tal punto problematici, ha sconcertato e per molti versi anche costernato i teologi e i rappresentanti di un approccio scientifico alla teologia. A giustificazione delle Chiese, si può magari ritenere che esse non potevano sapere come le loro dottrine basilari non fossero rivelazioni divine, bensì il risultato di meccanismi interni alla storia ecclesiastica. Attraverso i secoli, le Chiese hanno agito sempre in buona fede. Solo l’Illuminismo e i suoi discendenti della ricerca storica sui testi neotestamen- 262 tari hanno fatto crollare il castello di carta dei dogmi; richiamarsi oggi ancora all’ignoranza, ormai non può funzionare più. Al giorno d’oggi, la tattica di non prendere sul serio, o addirittura di sottacere le conoscenze scientifiche, sta a indicare quantomeno il pericolo d’un autoinganno. E’ tuttavia palese che non solo molti credenti, ma intere comunità ecclesiastiche seguono appunto questa politica dello struzzo. Prescindendo dagli ostacoli che qui si frappongono ad un giudizio chiaro ed inequivocabile, ed inoltre dalla forza d’inerzia sociologicamente spiegabile, che è immanente tanto nelle grandi organizzazioni come nelle Chiese, anche lo sguardo retrospettivo nella storia del pensiero non potrebbe non rivelare un disastro. Per la verità, immaginiamocelo una buona volta in questi termini: il pensiero occidentale, i presupposti ideologici e statali, la fede personale e l’ordinamento della società (a partire almeno dall’imperatore Costantino del IV secolo) sono influenzati e determinati tutti quanti dal cristianesimo. Ove il fondamento cristiano si dimostrasse un’illusione, quasi duemila anni di storia del mondo non si rivelerebbero allora come illusione? Non bastava che le Chiese fossero nel torto; a posteriori, interi paradigmi e premesse della storia mondiale dovrebbero rivelarsi come pure e semplici chimere. Si penserà sicuramente, di primo acchito, ai perseguitati, ai torturati e massacrati dalla Chiesa, agli ebrei assassinati nel nome d’una verità che tale non era. Da quando le Chiese non sono più in grado di impedirne la conoscenza, i delitti perpetrati dal cristianesimo sono stati descritti già in molti libri. Non ci sarà qui, pertanto, nessun nuovo elenco. Rinviamo comunque alla Kriminalgeschichte des Christentums//Storia criminale del Cristianesimo, tr.it. Ariele, 2005 e seg.// di Karlheinz Deschner, giunta ormai al nono volume: una storia della Chiesa vista, per una volta, dalla parte delle vittime. Ma non furono solo i non cristiani e gli ebrei a diventare vittime di una Chiesa autocratica, trionfante nel suo assolutismo. Furono anche i molti milioni di cristiani, ove si consideri spassionatamente la quasi completa estraneità del Gesù storico con le dottrine della Chiesa, a Gesù di Nazaret: un figlio di Dio demistificato 263 soccombere ai sogni tramandati del potere ecclesiastico. Molti di loro furono sinceramente persuasi della verità della loro fede. Da qui i patimenti dei martiri cristiani … sempre esagerati oltremodo da parte della Chiesa, eppure accertati talora anche sul piano storico. Anch’essi vittime d’una menzogna esistenziale, d’un autoinganno: per una idea fissa affrontarono la morte, con gioia più o meno intensa. I grandi fondatori di Ordini e grandi teologi del Medioevo, primo fra tutti forse Francesco d’Assisi, la figura quantomeno più popolare. Il quale mostra le stigmate, presunte ferite del Risorto, diventando, per la sua candida devozione, un modello per milioni di fedeli. Anche lui, alla fin fine, una vittima dell’inganno, dato che la divinità di Gesù, asserita dalla sua Chiesa, altro non era che entusiasmo religioso, e nulla più. Integrità e sincerità individuale, fervore di fede, persino abnegazione e amore del prossimo incuranti della propria persona, non sono la conferma della giustezza d’una religione o d’una visione del mondo. Persone sincere, infatti, si trovano in tutte le religioni e concezioni del mondo; ed è del tutto indifferente, allora, ciò che si creda o non si creda. Che cosa significa l’autoinganno rispetto alle spaccature nell’ambito della stessa cristianità? Molte scissioni mostrano compassione per i perseguitati della Chiesa, che provenivano dalle loro stesse file: eretici, spiritualisti, scismatici. Però le differenze dottrinali sono in fondo totalmente trascurabili. Non ha importanza di che colore siano le cabine, quando la nave non può galleggiare e andrà a picco. Ma non sono stati solo gli eretici a credere invano, a fare professione di fede; anche i riformatori protestanti di ogni tendenza, gli ortodossi in Roma e altrove; anch’essi colpiti dal terremoto, quando il terreno, su cui ritengono di stare ben saldi, implode d’un tratto su se stesso. Uomini come Lutero, Zwingli o Calvino, suonarono a distesa le campane non per iniziare una vera riforma della Chiesa e della fede, come essi credevano, ma unicamente per fare un nuovo giro sulla giostra della superstizione cristiana. I grandi problemi teologici del Cristianesimo, su cui si sono arrovellate migliaia delle menti più illuminate, che riempirono intere Il Cristianesimo come errore nella storia del mondo: un bilancio interlocutorio 264 biblioteche nel Medioevo, che per secoli decisero le biografie di tante generazioni di eruditi, alla fine si sono rivelati, ad un esame più attento, problemi apparenti e fittizi. Che importanza può avere se un errore si limita solo alla scrittura, o se, per giunta, coinvolge anche la Tradizione? Un tale orientamento fallace, protrattosi per quasi due millenni, non può essere indifferente per nessuno, neanche per coloro che sono stati sempre convinti di come, nel Cristianesimo, non si fosse mai trattato d’un fenomeno da prendere sul serio. Un soddisfatto fregarsi le mani per il manifestarsi di quelle illusioni non è ancora annunciato. Troppe vittime sono state travolte dagli zoccoli dei cavalli crociati, o sotto i cingoli dei carri armati cristiani; troppe risorse intellettuali sono state inghiottite dalla versione occidentale dell’aberrazione religiosa. Ma ciò può mai esistere? Può un’intera epoca della storia mondiale essersi sbagliata a tal punto? Si rimane allibiti, esterrefatti dinanzi al bilancio conclusivo dell’èra cristiana. Eppure l’errore non è solo accaduto, ma è addirittura la regola. Perché, prima del paradigma cristiano, altri paradigmi avevano già tratto in inganno in ugual misura. Non c’è dubbio, i sistemi di fede religiosi sono molto più durevoli di tutte le costruzioni politiche. Essi sopravvivono a dinastie, dittature e sistemi sociali. Anch’essi, tuttavia, non sono immortali. Gli antichi dèi venerati da Greci e Romani non hanno oggi più alcuna importanza per la fede; altrettanto non l’hanno le divinità germaniche o indiane. Eppure anch’esse – chi vorrebbe oggi metterlo in dubbio? – furono illusioni e forme, più o meno elaborate, di autoinganno. Non c’è un lettore che consideri i sistemi religiosi dei Maja, o gli dèi dell’olimpo germanico, qualcos’altro se non una variopinta espressione di concezioni trascorse e superate, interessanti, nel migliore dei casi, per una esposizione al museo. Chi volesse oggi seriamente ascrivere a codeste rappresentazioni un significato per noi, chi addirittura vi credesse ancora, non verrebbe più preso sul serio, a buon diritto. Gesù di Nazaret: un figlio di Dio demistificato 265 Eppure anche quelle rappresentazioni hanno determinato la mentalità di intere epoche e culture. Non si dovrebbe pensare che le religioni attuali in avvenire verranno giudicate diversamente dai loro già estinti antenati. Sono possenti paradigmi religiosi, che vengono e vanno. Persino i credenti sono disposti a riconoscerlo, in ogni caso quando si tratti di religioni straniere (solo la propria rimane, manco a dirlo, eterna). Il Cristianesimo mantiene ancora il proprio valore, più di tutto, in virtù della sua più tarda nascita. Anche a questo riguardo, tuttavia vale sicuramente ciò che Thomas Jefferson formulò in questi termini (citato da Dawkins, Der Gotteswahn, S. 136/ tr.it. L’illusione di Dio, p. 100): Giorno verrà in cui si considererà la nascita mistica di Gesù dal grembo d’una vergine, fecondato dall’Essere Supremo, alla stregua della mitica nascita di Minerva dalla testa di Giove. Il Cristianesimo come errore nella storia del mondo: un bilancio interlocutorio

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References

Zusammenfassung

La Bibbia è il libro di gran lunga più sopravvalutato della letteratura mondiale, e Gesù di Nazaret il personaggio più sopravvalutato della storia del mondo. Con queste tesi l’autore, egli stesso dottore di ricerca in teologia, indaga la religione mondiale del cristianesimo predominante in Europa. In forma ben leggibile, e non senza ironia, ci si chiede se la Bibbia sia effettivamente un libro buono ed eticamente prezioso – come le Chiese continuano a sostenere –, oppure se nell’Antico Testamento non domini piuttosto un collerico Dio della guerra, e se il Nuovo Testamento non annunci per la fine dei tempi l’annientamento di tutti i miscredenti. “Chi crede ed è battezzato, sarà salvato, ma chi non crederà sarà condannato.” (Mc 16,16)

Le Chiese si richiamano con buon diritto a quel Gesù di Nazaret che esse annunciano come figlio di Dio? Da lungo tempo, oramai, la ricerca scientifica ha accertato che il Gesù storico era persona del tutto diversa e che non aveva quasi nulla in comune col Gesù predicato dalle Chiese. Nella storia del mondo, insomma, il Cristianesimo viaggia senza un biglietto valido.

Questo libro si rivolge tanto a quei credenti e seguaci delle Chiese, che tuttavia non temono di conoscere e affrontare anche realtà sgradevoli, quanto a persone lontane dalla Chiesa, le quali da sempre sospettano che nel cristianesimo c‘è qualcosa che non quadra.