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5. Alla ricerca dei valori cristiani in:

Heinz-Werner Kubitza

L'illusione di Gesù, page 387 - 418

Come i cristiani si sono creati il loro Dio

1. Edition 2019, ISBN print: 978-3-8288-4401-8, ISBN online: 978-3-8288-7395-7, https://doi.org/10.5771/9783828873957-387

Tectum, Baden-Baden
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387 5. Alla ricerca dei valori cristiani Molte persone non credono più, da lungo tempo, nel Dio cristiano, ma ritengono nondimeno l’etica cristiana una buona causa. Spesse volte, persino madri e padri lontani dalle Chiese non hanno nulla in contrario a che i loro figli frequentino l’insegnamento della religione, o partecipino alle manifestazioni per l’infanzia e la giovinezza organizzate da comunità ecclesiali. E ciò, comunque, fintanto che i bambini non vengano indottrinati cristianamente. Perché un po’ di trasmissione di valori cristiani , “male non può fare”, come si suol dire. Uomini politici, non solo affiliati a partiti cristiani, discettano di fondamentali valori cristiani e di immagine cristiana dell’uomo, che avrebbero improntato la nostra società, e sarebbero quindi degni di protezione. In questo libro, abbiamo in principio analizzato criticamente la Bibbia come scrittura sacra, mettendo a nudo alcuni dei passi profani ricorrenti nell’Antico e nel Nuovo Testamento. Il valore della Bibbia come fonte di comportamenti etici e fondamento d’una educazione responsabile è stato già problematizzato. Successivamente, l’illustrazione dei risultati della ricerca storica su Gesù ha evidenziato l’infondatezza con cui le Chiese hanno trasformato il Gesù ebreo in Dio, oltre che in fondatore della loro religione. Non c’è nessun percorso credibile che conduca dal Gesù della storia al Cristo della Chiesa. Nella terza parte sono state poi analizzati i contenuti centrali della successiva dogmatica cristiana, e si è inoltre documentata la loro insostenibilità sia per il Gesù storico sia per la fede della comunità primitiva. Già in questi capitoli si sono affrontate certe discutibili implicazioni insite nell’immagine cristiana dell’uomo e del mondo. 388 Alla ricerca dei valori cristiani Ora, per concludere, si deve porre ancora la questione se il Cristianesimo (una volta dimostrata la sua dogmatica come proiezione fantastica) sia in grado di esibire ancora qualcosa di utile, almeno sul piano dell’etica. In breve: l’alta considerazione di cui gode l’etica cristiana sussiste a buon diritto? Del valore e disvalore dei dieci Comandamenti A moltissime persone, appena si parla di etica cristiana, vengono in mente perlopiù i Dieci Comandamenti. Sono questi che, nei comizi domenicali dei politici, vengono celebrati volentieri come il fondamento d’una società umana e giusta. Sono infatti fra i testi più popolari dell’Antico Testamento. Ciò nonostante ci si chiede: sono quei princìpi in grado di soddisfare l’esigenza di un’etica responsabile? Nella Bibbia, i dieci Comandamenti si presentano in due varianti (Esodo 20,2–17, eppoi Deuteronomio 5,6–21), con lievi differenze. Nella leggenda della Tradizione, essi sono consegnati al popolo di Dio nelle mani di Mosè sul monte Sinai. Nella realtà, questi comandamenti hanno dietro di sé epoche secolari di tramandamento che, in certe parti, sono databili ancora prima che il popolo ebraico diventasse stanziale in Israele nel corso del II millennio: un processo che trovò la sua conclusione solo nel VI secolo precristiano. In tutti i casi, hanno più di 2000 anni. Con la persona di Mosè, comunque, non avrebbero nulla a che fare. In linea di principio, essi non hanno a che fare né col cristianesimo né con l’ebraismo classico. L’Ebraismo classico, fatto di Torà e di sinagoghe, di rabbini e di interpretazione della Legge, è sicuramente di data più recente e, come lo conosciamo, da collocarsi addirittura intorno alla svolta dei tempi. E il Cristianesimo – essendo nella sua essenza un cristianesimo pagano – fu dal canto suo solo lontanamente imparentato col Giudaismo. Solo la dogmatica cristiana traccia qui certe linee di collegamento, mettendo insieme ciò che insieme non sta. I Dieci Coman- 389 Del valore e disvalore dei dieci Comandamenti damenti sono rivolti al fittizio popolo di Israele che, nell’epoca posteriore all’esilio in Babilonia, non esisteva ormai più come formazione politica autonoma. E’ un testo legislativo, che con noi, oggi, ha poco o punto da spartire; allo stesso modo del babilonese Codex Hammurabi, che oggi possiamo ammirare ancora nel museo del Louvre. Può un testo siffatto avere per noi, oggi, qualche rilevanza etica? Ma osserviamoli da vicino, questi comandamenti: Io sono il Signore, tuo Dio, non avrai altro Dio all’infuori di me. Fin da principio, questo comando è una delle parole obbrobriose della tradizione biblica in generale. Infatti esso fa risaltare, anzi esige addirittura, l’intolleranza religiosa. E’ richiamandosi a questo orrendo principio che la Chiesa cristiana ha perseguitato le altre religioni nei modi più sanguinosi. Mentre la Carta costituzionale inizia con la dignità della persona, qui c’è un Dio che impone le sue esclusive pretese egemoniche. Mentre uno Stato costituzionale moderno tutela la libertà di religione, questo pensiero risulta ancora totalmente ignoto al testo antico. L’intolleranza religiosa è una costante veterotestamentaria; questo comandamento non può essere in alcun modo un modello per un’etica contemporanea. Tutt’al più, può servire alla riflessione su quale comandamento non si debba costituire una società moderna. Nel suo spirito, è un principio avverso ad ogni Costituzione. Non ti farai idolo né immagine alcuna di quanto è lassù nel cielo né di quanto è quaggiù né di quanto è nelle acque […] Perché io, il Signore, tuo Dio, sono un Dio geloso, che punisce la colpa dei padri nei figli fino alla terza e alla quarta generazione […] (Deut 5,6–21) Anche nel prosieguo, aspetteremo invano qualcosa che assomigli alla dignità della persona. Non ve n’è traccia, nell’Antico Testamento. Anche qui, in luogo di essa, la propagazione dell’intolleranza religiosa. Nella forma più antica (nel testo dell’Esodo), insieme con il divieto delle immagini, si intendeva anche la distruzione dei luoghi di culto stranieri (soprattutto dei culti di fertilità di Canaa), di cui in Is- 390 raele ci fu grande copia fino alla rinomata riforma del culto di Giosia (circa 622 a. C.), e forse anche più tardi. La divina minaccia di punizione contro i deviazionisti scaturisce da sensi di colpa collettiva, che si differenzia nettamente dalla moderna sensibilità giuridica. Vendetta e gelosia sono qui la massima operativa di un Dio, che si trascina zoppicando senza speranza rispetto alla concezione dello Stato di diritto. Nemmeno queste frasi possono essere accettate giustamente, quando si tratti di positivi fondamenti etici del Cristianesimo. E si consideri soltanto a margine che le Chiese non si attengono realmente al pur semplicissimo divieto di immagini. Un’eccezione, in questo senso, è soltanto la Chiesa riformata (e anche l’Islam); altrimenti, presso i luterani, i cattolici e gli ortodossi, s’incontra una varietà infinita di icone e immagini pullulanti nelle chiese e nell’arte religiosa. Non pronuncerai invano il nome del Signore, tuo Dio, […] Osserva il giorno del Sabato per santificarlo […] Anche questi due comandamenti producono, oggi, effetti più innocui di quanto fosse allora nelle intenzioni. In realtà, non erano semplicemente consigli dati in buona fede. La loro inosservanza poteva avere conseguenze penali, e comportava punizioni corporali, fino alla morte del trasgressore. Abbiamo già visto come su piccolissime infrazioni del culto incombesse la minaccia della pena capitale. Numerosi sono i casi di lapidazioni per profanatori del sabato nel mondo ebraico. E probabilmente lo stesso Gesù venne ucciso perché la sua attività provocatrice – con la purificazione del tempio e con la sua spregiudicata visione del sabato – venne interpretata come profanazione del nome di Geova. Per secoli, presso i cristiani, quale espressione della disciplina delle comunità religiose, si esercitò una stretta sorveglianza sui credenti, per quanto riguardava condotta di vita e frequentazione delle funzioni religiose. Come l’Antico Testamento non conosce nessuna dignità della persona e nessun concetto di tolleranza, così non conosce nemmeno la superiorità della libertà Alla ricerca dei valori cristiani 391 di opinione – per noi oggi fuori discussione – rispetto al diritto ad un libero esercizio del culto. L’Antico Testamento non conosce alcuna libertà di opinione. Eppure una critica alla religione deve essere possibile; il diritto alla libera esternazione del pensiero deve valere più degli interessi religiosi dei singoli o delle Chiese. Parimenti, l’arte deve avere la possibilità di esprimersi in forme critiche rispetto alla religione. Con questi due comandamenti, ci troviamo un’altra volta di fronte ad un pensiero giuridico che confligge con elementari diritti umani. Nemmeno questi comandamenti possono essere ritenuti esemplari dai difensori di un’etica cristiana. Ed anche qui si osservi, inoltre, che le Chiese stesse non si attengono, come nel divieto delle immagini, all’obbligo del sabato. Infatti, esse festeggiano esplicitamente la domenica come giorno della risurrezione del Signore, in antitesi col comandamento veterotestamentario. Che viene lievemente mimetizzato con traduzioni più libere del tipo: “Dovrai santificare il giorno festivo”. Onora tuo padre e tua madre, come il Signore, tuo Dio, ti ha comandato, perché si prolunghino i tuoi giorni e tu sia felice nel paese che il Signore, tuo Dio, ti dà. I primi quattro comandamenti erano imperniati esclusivamente sulla retta venerazione per Dio e per la protezione dai culti stranieri. Spazio sprecato, dato in regalo, se si considera che se ne vogliono formulare solo dieci (avvalendosi del numero delle dita). A questo punto, però, arrivano le istruzioni singole, al primo posto gli ossequi per i genitori. La posizione in classifica, in un posto così prominente, suscita stupore. Non c’era da attendersi piuttosto il divieto di uccidere? Nella società moderna, per giunta, il rispetto per i genitori non è una legge da rivendicare per vie legali; nel migliore dei casi, è una norma di decoro, un debito di riconoscenza verso coloro ai quali si deve la propria vita, e che ci hanno educato. E lo si fa spontaneamente, di propria iniziativa, e non perché si speri di vivere a lungo, come il comandamento giustifica in senso moral- Del valore e disvalore dei dieci Comandamenti 392 mente discutibile. In nessun caso, comunque, si dovrebbe fare di questa norma il fondamento d’una specie di politica familiare. Nell’antica Israele, in realtà, la potestà genitoriale implicava non solo la pena del bastone, ma per di più il diritto dei genitori di uccidere in certi casi il figlio renitente. Dunque, anche questo versetto biblico, dal suono positivo e accattivante, nasconde le sue insidie, e solo a certe condizioni è appropriato all’educazione di bambini e fanciulli. Non ucciderai Ed eccoci, finalmente, al divieto di uccidere, a noi tanto familiare. Attenzione, però! Perché qui si usa il verbo ebraico razach. Esso non connota semplicemente l’azione di uccidere, bensì l’uccidere contrario alla comunità, l’ammazzare per ignobili moventi. Il che non includeva, per esempio, l’uccidere in accordo con un volere comunitario cioè, a mo’ d’esempio, l’azione di uccidere in guerra. Nel primo capitolo di questo libro, abbiamo conosciuto una serie di precetti secondo cui uccidere era non solo permesso, ma addirittura imposto. Il divieto di uccidere riguarda solamente persone appartenenti al proprio popolo. Nemici del popolo e persone diversamente credenti ne erano esplicitamente esclusi. Anche con questo precetto, pertanto, non si diventa giustamente felici, qualora ci si sia prefissi di legittimare l’alto valore morale dei Dieci Comandamenti. Non commetterai adulterio (non desiderare la donna d’altri) Nemmeno su questo punto leggiamo una raccomandazione benevola. L’adulterio poteva avere gravissime conseguenze personali, e di regola, manco a dirlo, per la donna adulterina. Anche in questi casi si ricorreva sommariamente alla lapidazione, come illustra l’episodio di Gesù con l’adultera (Gv 8,1–11). Ancora oggi, in molte società improntate in senso religioso, in caso d’adulterio, le donne devono fare i conti con gravi punizioni corporali. E’ un progresso il fatto che nella nostra società non esista più la sanzione penale di adulterio, e che la convivenza di uomo e donna sia considerata affare privato. La Alla ricerca dei valori cristiani 393 fedeltà coniugale è sicuramente un valore positivo; ma volerlo far conoscere agli adolescenti proprio mediante i comandamenti biblici, non è molto opportuno, per la verità. Non rubare Finalmente, il settimo comandamento è uno che, ancora oggi, può rivendicare effettivamente una validità illimitata. Nel contempo, però, esso fa parte del patrimonio etico comune a tutte le religioni e peculiare a tutte le società; in quanto tale, esso non è nulla di specificatamente cristiano, costituendo piuttosto un luogo comune dell’universale convivere umano. Non pronuncerai testimonianza menzognera contro il tuo prossimo. Questo precetto, tradotto generalmente nel cristianesimo e nell’ebraismo con Non mentire, significa alla lettera soltanto la premeditata falsa testimonianza in giudizio. Tant’è vero che Lutero l’aveva tradotto con Non dare falsa testimonianza contro il tuo prossimo. Nella società israelita, evidentemente, questa fattispecie aveva grande importanza, altrimenti non sarebbe stata presa in considerazione nel Decalogo. Ma in effetti le si fa troppo onore. Quale topos etico, il divieto generale della bugia e un monito alla veridicità, sarebbe stato sicuramente più interessante, ma non è così che viene inteso. Per di più, qui come altrove, per prossimo si intende il proprio connazionale. E questo non si comprende nel senso di ognuno. Per questa ragione, anche questo comandamento è appropriato solo con riserva alla comunicazione di principi etici di alto livello, aventi valore universale. Non desidererai la moglie del tuo prossimo. Non bramerai la casa del tuo prossimo, né il suo campo, né il suo schiavo, né la sua schiava, né il suo bue, né il suo asino, né alcuna cosa che appartenga al tuo prossimo. Il verbo desiderare vuol dire in ebraico non soltanto un semplice desiderio, ma per di più anche il tentativo di ridurre l’oggetto desiderato Del valore e disvalore dei dieci Comandamenti 394 in proprio possesso. Di queste righe, cattolici e luterani fanno due comandamenti, mentre gli Ebrei (ma anche la Chiesa ortodossa) sommano in un solo comandamento il desiderio della casa del prossimo con quel che segue. Si potrebbe certamente utilizzare tale norma per un ammaestramento etico, se non ci fosse la circostanza che la donna viene qui annoverata quasi tra le suppellettili domestiche. Essa appartiene al marito alla stessa stregua del bue e dell’asino. Questo comandamento riflette l’immagine d’una società patriarcale arcaica, lontanissima dal moderno concetto di parità tra uomo e donna. Anzi, di più: come i Comandamenti non conoscono nessun tipo di dignità umana, nessuna libertà di religione, nessuna idea di tolleranza e libertà di opinione, così anche il principio di uguaglianza è totalmente assente da codesta mentalità. E ciò non va riferito soltanto ad una parità giuridica tra i sessi. Anche schiave e schiavi, al pari della moglie, fanno parte della proprietà del padrone. Al Decalogo biblico difettano, di conseguenza, diritti umani elementari. Quei precetti sono lo specchio di una società che grazie a Dio! – vien voglia di esclamare – è tramontata definitivamente. Il livello etico di un moderno Stato di diritto è palesemente superiore e più impegnativo di ciò che Chiese e credenti vorrebbero indurre a far credere a forza di chiacchiere. In generale, ad una analisi critica di quei dieci Comandamenti, ne rimangono, nel migliore dei casi, soltanto tre, che si possano in qualche modo conciliare coi princìpi d’un ordinamento liberale. Molto superiore, per contro, è il numero di quelli che contraddicono, in maniera implicita o esplicita, a questo ordinamento. E’ quindi assurdo voler vedere proprio le norme bibliche come fondamento positivo di un’etica. I politici cristiani, che continuano a sbandierarli nei comizi della domenica, non sanno evidentemente di che cosa parlano. Alla ricerca dei valori cristiani 395 Parole obbrobriose della Bibbia Parole obbrobriose della Bibbia Non solo i comandamenti, anche la Bibbia nel suo complesso viene largamente sopravvalutata quale fonte di un’etica responsabile e praticabile per una società moderna. La Bibbia non è un documento sovratemporale, come le Chiese vogliono indurre a pensare per suggestione; al contrario – al pari di altri documenti storici – è un’opera zavorrata di idee valoriali condizionate dall’epoca, e per di più, considerate da una prospettiva odierna, arretrate. Per essere franchi, essa si addice alla residenza per pensionati, ma deve pur sempre prestare servizio di legittimazione a sostegno di credenti e Chiese, oltre che prestare soccorso nel conservare il tanto celebrato senso della vita. In effetti, le Chiese non hanno nulla di meglio: nuove scritture sacre non si possono far apparire come per magia. A questi testi vetusti, di conseguenza, si cerca di accreditare ulteriormente importanza e significato, strappandone nuovi ammaestramenti, nonostante che il fossato della storia – proprio negli ultimi duecento anni – abbia reso pressoché impossibile la costruzione di un ideologico ponte sospeso. Molti versetti e capitoli della Bibbia, che in passato non presentavano nessuna difficoltà per i credenti, sono diventati oggi talmente problematici, che già la lettura di questi passi diventa tormentosa per i credenti. Le immagini antiche sono spesso così lontane dalle concezioni moderne e dal comune sentire valoriale, che anche per i credenti è preferibile non leggerli affatto. Rammentiamo qui alcune di queste brutte parole della Bibbia, abbastanza eloquenti, seppur senza pretese di completezza. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvato, ma chi non crederà sarà condannato. (Mc 16,16) La separazione del mondo in bene e male, la scissione in credenti e miscredenti, in salvati e dannati, è una tragedia fondamentale anche della religione cristiana. Sempre in combutta con essa è difatti l’intolleranza. Lo spirito maligno dell’intolleranza non si trova soltanto nel 396 Testamento Antico, ma anche nel Nuovo. Muovendo da questa premessa, per la Chiesa fu sempre facile legittimare le proprie pretese di potere, le guerre contro dissidenti e diversamente credenti, legittimate appunto dalle immaginarie Scritture sacre. L’intolleranza è la placenta del monoteismo, conseguenza pressoché cogente d’una religione che si presenta con assoluta pretesa di verità. Certo, questo non vuol significare che l’intolleranza non si sia manifestata anche in altri contesti. Io sono il Signore, tuo Dio, non avrai altri dèi all’infuori di me: così parla un tiranno. E i suoi sacerdoti hanno saputo imporre col ferro e col fuoco, attraverso i secoli, questa pretesa totalitaria. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli (Mt 28,19) Per lunghi periodi della sua storia, il cristianesimo è stato un imperialismo totalitario di stampo religioso. Ciò che per i cristiani è quasi una promessa, era per altri popoli l’inizio di repressione e annientamento della propria religione avita e della rispettiva identità culturale. A quei popoli (oggi possiamo formularlo con relativa certezza) non fu apportato nessun frutto dell’albero della conoscenza, ma un prodotto soltanto diverso dal giardino della superstizione religiosa; anche se la nuova religione potrebbe aver significato, in molti casi, un relativo progresso rispetto alla religione originaria. Una società moderna ha bisogno della multiforme varietà delle idee. Dove regna l’omologazione, dove tutti pensano nel medesimo modo, non si pensa poi molto. Però il confronto delle idee deve avvenire liberamente. Troppo spesso, per contro, il comando dell’evangelizzazione missionaria ha prodotto guerre e genocidi culturali. Il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli. (Mt 27,25) Antisemitismo e antigiudaismo non sono pensabili senza il Nuovo Testamento, ed in particolare senza la frase appena citata. Del resto, al pari delle due massime precedenti, queste sono mere invenzioni degli evangelisti, vaneggiamenti non storici bensì forieri di sanguinose conseguenze. Dal Nuovo Testamento, ogni atmosfera da pogrom ha potuto Alla ricerca dei valori cristiani 397 attingere infatti munizioni inesauribili: gli Ebrei erano i nemici “che hanno ucciso il Signore Gesù e i profeti, hanno perseguitato noi, non piacciono a Dio e sono nemici di tutti gli uomini.” (Tessal 2,15). Semplicemente, gli Ebrei sono “figli del diavolo” (Gv  8,44). Tra costoro, vi sono infatti “molti insubordinati, chiacchieroni ed ingannatori. A costoro bisogna chiudere la bocca […]” (Tito 1,10–11b). A causa di codeste orrende oscenità, attraverso i secoli, la Bibbia è stata complice a sostegno di assassini e persecutori cristiani. I testi biblici hanno mantenuto viva la fiamma: senza antiebraismo cristiano non ci sarebbe stato nessun antisemitismo popolare. Tant’è che nel suo Mein Kampf (1925) Hitler poté esprimerla in questi termini: “Oggi quindi credo di stare agendo conformemente alla volontà di Dio Onnipotente: difendendo me stesso dall’ebreo, combatto per l’opera del Signore.” (citato da Dawkins, op.cit., p. 272). Anche se qui, come i cristiani sempre affermano, gli uomini avessero frainteso qualcosa, e si trattasse solo di fenomeni marginali nella Bibbia, cioè di cose contingenti e relative all’epoca, in scritti di grande valore intrinseco, sarà pur consentito il problema (e i Tedeschi dovranno porselo in modo tanto più insistente) se la Bibbia possa servire come fondamento di ammaestramento etico per bambini e ragazzi. Perché nelle sue pagine, accanto a passi indubbiamente validi, se ne trovano di quelli che, se stessero non nella Bibbia ma in un volantino di propaganda nazista, non potrebbero non essere perseguiti, a buon diritto, allo scopo di salvaguardare princìpi costituzionali. Voi mogli, siate sottomesse ai vostri mariti, come al Signore; il marito è infatti capo della moglie, così come Cristo è capo della Chiesa […] E come la Chiesa è sottomessa a Cristo, così anche le mogli lo siano ai loro mariti in tutto. (Efesini 5,22–24) Come mai avviene che le donne sono oppresse in quasi tutte le religioni, eppur tuttavia mostrano spesso una devozione molto maggiore degli uomini? La posizione della donna nella comunità primitiva e nelle prime comunità pagano-cristiane era nettamente molto Parole obbrobriose della Bibbia 398 migliore che nella teologia che ne sarebbe seguita, dominata totalmente dai maschi. “La storia del Cristianesimo è anche una storia della progressiva riduzione al silenzio e dell’interdizione delle donne.” (U. Ranke-Heinemann, op.cit., 122 ss.). A metterle sotto curatela contribuì ulteriormente il Nuovo Testamento, con esortazioni come quella citata dalla lettera agli Efesini, che anche oggi gode d’una certa popolarità nei matrimoni celebrati in chiesa. Questo dipende dal fatto che i mariti sono poi incitati ad amare le loro mogli, per cui predomina in apparenza un reciproco dare e avere. Ma ciò non cambia il dato di fatto: il marito è posto in rapporto con Cristo, mentre la moglie soltanto con la comunità. Il marito è capo della donna, come Cristo è capo della comunità. Insomma, per non annoiare il lettore: anche questo passo è una falsificazione. La ricerca è pressoché unanime: la lettera agli Efesini non fu scritta dall’apostolo Paolo, come egli sembra attestare. Ma che cosa cambia con questo? Il principio, per la storia della Chiesa, divenne operante in tutti i casi. Solo nel XX secolo le donne cristiane hanno saputo liberarsi da questo discredito, abbellito in maniera religiosa, e da una natura umana di seconda classe. Un processo, questo, ben lungi dallo svolgersi in ugual misura presso tutte le Chiese. Mentre nelle Chiese protestanti vi sono persino donne vescovo, nel mondo cattolico romano le donne cristiane vengono sempre deprivate di elementari diritti umani, in applicazione d’una presunta inconsapevolezza religiosa. E mentre, anche in quel mondo, molti cattolici professanti nelle comunità pensano in modo più progressivo e liberale della rispettiva gerarchia chiesastica, il papa Benedetto XVI si mostra “convinto che la crisi della Chiesa, che viviamo oggi, si basa grandemente sulla decadenza della liturgia.” (J. Ratzinger, Aus meinem Leben, p. 174). L’inesperienza delle cose umane, la lontananza della Chiesa dal mondo, non si può formulare in modo migliore. Alla ricerca dei valori cristiani 399 Non lascerai vivere colei che pratica la magia (Esodo 22,17) Non occorre molta fantasia per intuire dove questo versetto ha trovato la sua applicazione pratica. E’ pur vero che la Legge mosaica, da cui discende questa massima, è per il cristiano ormai superata, essendo la fede nella stregoneria di origine piuttosto pagana. Ciò nonostante, i roghi per le streghe e per i loro presunti amanti sono divampati alla grande – agli albori dell’età moderna – tanto tra i cattolici quanto tra i protestanti. Questa “vecchia usanza” (così si esprime un giornale di provincia che sarà meglio non nominare), secondo ricerche più recenti, costò la vita non a milioni, per la verità, ma pur sempre a molte migliaia di donne. Il marchio della giustificazione lo si poté attingere di nuovo dalla Bibbia. Che tali eccessi potessero richiamarsi ininterrottamente alla scritture bibliche, fa apparire problematica la dichiarazione corrente secondo cui si sarebbe trattato di malintesi e di interpretazioni erronee. Eppoi, se pure così fosse: che valore può mai avere un libro che è stato frainteso ininterrottamente, attraverso i secoli? Non si deve supporre, invece, che la causa di tante continue ambiguità sia da ricercare nella Bibbia stessa? Ciascuno sia sottomesso alle autorità costituite. Infatti non c’è autorità se non da Dio: quelle che esistono sono stabilite da Dio. Quindi chi si oppone all’autorità, si oppone all’ordine stabilito da Dio. (Rom 13,1–2) Questa citazione da Paolo (questa volta autentica) è l’origine cristiana di ogni spirito di sudditanza e di ogni edulcorazione di regimi autoritari. In tutte le epoche, infatti, è stato il passo prediletto dei potentati e dei governanti cristiani. E certo, nessuna egemonia è più sicura di quella che si può spacciare ai sudditi con l’etichetta per grazia di Dio. Paolo ha creato qui un mito del potere egemonico, senza esserne stato nemmeno consapevole. Questa norma paolina ha favorito uno spirito servile, di sottomissione, dal momento che chi deve essere suddito, avrà sempre difficoltà a camminare diritto. E qui la condizione di sudditanza viene addirittura propagandata come voluta da Dio. In altri Parole obbrobriose della Bibbia 400 momenti, per la verità, Paolo rivendica la libertà cristiana, ma per lui questa ha luogo soltanto nell’ambito dei credenti, e non si spinge mai fino al punto (sarebbe pur stato pensabile) che ne consegua un appello a cambiare anche le condizioni illiberali, o quantomeno a criticarle. Sennonché, quanto poco Paolo ebbe interesse per il Gesù storico e terreno (teso come fu a predicare unicamente il suo Cristo sublimato), altrettanto poco si mostra interessato ad un cambiamento delle condizioni esistenti. In Paolo, certamente, questa codardia cristiana fu rafforzata, o addirittura provocata, dalla sua idea dell’attesa vicina. Saldamente convinto che il Regno di Dio fosse lì lì per giungere, Paolo non vedeva necessità di aspirare a grandi cambiamenti. Per lui, questo mondo era senz’altro destinato alla perdizione. Perciò egli ammonisce anche gli schiavi a starsene tranquilli nella loro condizione. Ma ora, dopo che la speranza cristiana si è rivelata un castello di carte, non essendo arrivato il Regno di Dio, alle future generazioni non rimane altro che la sua esortazione a sottomettersi alle autorità. Ottemperando alle sue argomentazioni, sarebbe necessario considerare “voluti da Dio” anche i regimi totalitari del XX secolo. Stalin diven terebbe allora uno strumento di Dio, e Hitler realmente un uomo della Provvidenza? Assolutamente no. Si dovrebbe piuttosto ipotizzare che Paolo non fosse semplicemente consapevole delle implicazioni insite nei suoi moniti. L’apostolo delle genti enuncia in questi termini balordaggini assolute. O come si dovrebbero definire altrimenti? Meno fede, più raziocinio sarebbero stati qui convenienti. Ma furono le sue farneticazioni ad essere canonizzate; e sono state queste, non da ultimo, ad impedire e indebolire massicciamente la resistenza contro la dittatura nazista. Alla ricerca dei valori cristiani 401 E Dio disse loro: Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra e soggiogatela, dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente che striscia sulla terra! (Gen 1,28) In tempi remoti, queste parole furono pensate come benedizione. Il loro significato era: a voi è lecito essere fecondi e dominare sulla terra. Era una promessa al cospetto d’un mondo in cui l’uomo doveva ancora strappare con tenacia la propria malcerta esistenza ad un ambiente ostile. Ma fu presto equivocato come un imperativo. Anche qui si ripresenta – come nelle precedenti parole obbrobriose – la locuzione rendere soggetto, allo scopo di soggiogare. La donna accetti dunque il suo essere soggetta al maschio, l’individuo cristiano sia suddito ubbidiente alle autorità, l’umanità sottometta a se medesima la terra stessa. Una pacifica convivenza, nel reciproco rispetto tra gli esseri viventi, sembra essere una nozione del tutto ignota agli autori della Bibbia in molte sue parti. E la benedizione oggi si è fatta maledizione, la promessa trasformata in minaccia. L’uomo dovrebbe esercitare un dominio sulla natura, ma oggi lo fa in misura esorbitante. Ebbene, aspettarsi una coscienza ecologica da un testo antico, sarebbe sicuramente anacronistico e irrealistico. Per molti dei problemi incombenti sull’età contemporanea, la Bibbia non ha nessuna cognizione: del resto, da dove potrebbe mai trarla? La cura ambientale non è una tematica che le si addica; per la mentalità biblica, la natura è soltanto un avversario. Anche un’etica animale, sia pure in germe, manca sia nell’Antico che nel Nuovo Testamento, come ancora, ammettiamolo, nella maggior parte delle concezioni etiche più moderne. Semplicemente, come per molti altri ambiti, la Bibbia non è all’altezza dei tempi. Continuare a ribadire la sua sedicente rilevanza per noi oggi è espressione della pia illusione dei cristiani. Parole obbrobriose della Bibbia 402 Gli scritti biblici non servono affatto, in sostanza, alla fondazione etica d’una società moderna. Pur tuttavia è naturale che, in una collezione così vasta di scritti, non manchino passaggi e motivi che sarebbero ragguardevoli ai fini d’un insegnamento etico, o come base d’una umana convivenza. Con questa riserva: motivazioni di questo genere possiamo aspettarcele anche da massime estratte dal Corano, dal Buddismo, addirittura da scritti esoterici; si possono trovare in Platone, in Cicerone o Marco Aurelio. Ciò che fa apparire la Bibbia talmente problematica come fonte di eticità, è la sua inumanità, che esce allo scoperto in tanti suoi momenti. Ed in più la sua arretratezza etica. I passi positivi, che pure ci sono, si trovano in pessima compagnia. Le fantasie patriarcali di superiorità relativizzano il comandamento dell’amore propagandato in altri momenti; il paradigma dell’autorità indebolisce la conclamata libertà cristiana, l’autorità si rivela – al lettore di oggi – solo come comportamento autoritario. A causa di questa accozzaglia, la Bibbia non è idonea ad una moderna comunicazione dei valori. La Bibbia è valutata, appunto, oltremisura. Più precisamente, i valori fondanti, decisivi per la nostra società, non emanano da essa. Fede, speranza e carità sono davvero virtù? I Dieci Comandamenti si rivelano, ad una osservazione più attenta, largamente inservibili, e la Bibbia, coi suoi superati criteri etici, si dimostra solo parzialmente applicabile alla fondazione etica d’una collettività moderna. Sono forse le virtù cristiane che intendono i politici, sempre pronti ad evocare le “radici” cristiane della nostra società? Esse vengono così formulate da Paolo nell’epistola I Cor 13 “Così rimangono queste tre cose: la fede, la speranza e la carità. Ma la più grande tutte è la carità!”. Questa proposizione forma l’epilogo di versetti in cui si tratta dell’amore, ragion per cui si parla anche di “Cantico dei cantici”. Alla ricerca dei valori cristiani 403 Fede, speranza e carità sono davvero virtù? E se anche dessi in cibo tutti i miei beni e consegnassi il mio corpo per averne vanto, ma non avessi la carità, a nulla mi servirebbe. La carità è magnanima, benevola è la carità; non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia d’orgoglio, non manca di rispetto, non cerca il proprio interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia, ma si rallegra della verità. Tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. La carità non avrà mai fine. (I Cor. 13,3–8a) Con ragione si ravvisa in questo passo un punto culminante della tradizione biblica; e non trascorre anno liturgico nelle terre cristiane senza che questo testo sia oggetto di intense predicazioni. E’ invero assai adatto al fine di riconciliare con molti altri versetti, anche in Paolo; e possiede qualcosa che rappresenta una validità generale, che va oltre le religioni e le concezioni del mondo. Ed è, ad onor del vero, un brano di letteratura universale. Ciò consiste anche nel fatto che qui Paolo parla anche dell’amore ricorrente tra gli umani, mentre parla meno dell’amore verso Dio. Infatti, per quanto positivamente sia impegnato il concetto dell’amore, nel contesto cristiano l’amore è perlopiù spaccato in due. Prima dell’amore umano, cristiani ed ebrei hanno spesso collocato l’amore per Dio. Questa dicotomia si riflette nella domanda circa l’amore più grande, a cui Gesù – come già ricordato – risponde in questi termini: Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza. Il secondo è questo: Amerai il tuo prossimo come te stesso. Non c’è altro comandamento più grande di questo. (Mc 12,30–31) Questa visione cristiana dell’amore è problematica, dato che l’amore investe e abbraccia gli umani in maniera indivisa. Quanto amore viene 404 sprecato verso deità che non esistono affatto? E i cristiani fanno spesso dipendere l’amore per gli uomini dal vincolo che li lega a Dio. Che questo non possa essere vero, tuttavia, lo contraddicono agnostici e atei eticamente esemplari; ed altrettanto il fatto che l’amore di Dio ha spesso ispirato anche gesta obbrobriose. La storia della Chiesa lo ha dimostrato con la massima evidenza. Anche in altre religioni l’amore per Dio può spingere al punto di procedere con particolare ferocia contro il prossimo, soprattutto contro credenti in altre fedi. “I diciannove attentatori suicidi di New York, di Washington e della Pennsylvania erano, al di là d’ogni dubbio, i più sinceri credenti di quegli aerei. Forse sentiremo un po’ meno chiacchiere sull’invidiabile superiorità morale della “gente di fede”. E cosa imparare dal giubilo e dalla propaganda entusiastica con cui venne salutata nei paesi islamici questa grande impresa di fede?” (Hitchens, Dio non è grande, op. cit. p. 31) Amore del prossimo sì, certo … ma certamente migliore qualora esso non sia subordinato alla fede in un Dio, bensì vivente nel sentimento d’una solidarietà con i nostri simili, senza distinzioni. Oppure, come intendeva G.E. Lessing, al fine di fare il bene per amor del bene. La concezione di Lessing è superiore a quella di derivazione religiosa. Nel suo testo, Paolo rinuncia una volta alla connessione con Dio, e questo rende il testo così positivo. Non fosse che egli presuppone questo vincolo come ovvio, dichiarandolo anche direttamente in altre parti. Anche la speranza è un concetto impiegato di solito positivamente. Ma non si tratta d’un generico sperare in tempi migliori, o d’uno sperare quale espressione d’un senso ottimistico della vita. La speranza cristiana è, per principio, speranza valida solo per i cristiani. Intendeva, in origine, la gioiosa attesa del rapido ritorno di Gesù e, più tardi – allorquando il fatto non accadde – la speranza in una vita eterna nel cielo o in un regno oltremondano. Eppure il risultato ambiguo della storia del mondo comportò – per tutti i non cristiani – inferno e dannazione sempiterna. Alla ricerca dei valori cristiani 405 Oggi, chi parla a cuor leggero di speranza cristiana, non è consapevole di questa connotazione assolutamente negativa. Il Paradiso si dà soltanto per chi possiede un regolare, valido certificato di battesimo; gli altri dovranno restarne fuori. Altre religioni hanno analoghe condizioni di ammissione. E quei teologi cristiani che vollero vedere la bontà di Dio così grande, che alla fine tutti raggiungono la salvezza, vennero perseguitati come eretici. Certo, dispiace parecchio che l’amore cristiano sia così difficile da realizzare. In ogni modo, che la speranza cristiana abbia tratto in inganno, è un benedizione per la grande maggioranza degli uomini. Ma c’è ancora un aspetto che fa apparire ambiguo e problematico il concetto cristiano di speranza. La speranza nell’aldilà distoglie naturalmente dall’aldiqua. La speranza in un mondo, che forse verrà, indebolisce la volontà di cambiare i rapporti esistenti in un mondo che c’è già. La vita terrena viene svalutata come realtà provvisoria e penultima. Contro questa prospettiva Feuerbach, tra gli altri, lancia l’appello: “Aspettatevi il meglio non dalla morte, bensì da voi stessi! Non eliminate la morte; scacciate via piuttosto i malanni […]” (Ludwig Feuerbach, Sämtliche Werke, 1903/1911, I, 116 s.). E Joachim Kahl induce a riflettere: Qualsiasi redenzione sognata nell’aldilà giungerebbe sempre troppo tardi. Ciò che è accaduto, essa non potrebbe in nessun modo far sì che non sia accaduto. L’irreversibilità del tempo è il confine invalicabile di ogni fede nell’onnipotenza. Nessuna promessa religiosa di redenzione può impedire vittime di terremoti, di guerre, di torture, di uccisioni, di stupri, del cancro o del traffico. Nessuna promessa di salvazione può risarcire la sofferenza in essi patita. L’amabile aspirazione ad una completa giustizia, la brama d’una universale riconciliazione, rimane inesaudita perché, persino con una compensazione oltremondana, quanto è avvenuto non può Fede, speranza e carità sono davvero virtù? 406 mai essere reso non avvenuto. Chi è stato torturato, torturato rimane. (J. Kahl, Weltlicher Humanismus, S. 107) Che la fede sia un valore positivo, ecco, questa diceria perdura ostinata, e non soltanto presso i credenti. Anche molti non credenti ritengono positivo che la gente creda in qualcosa. I contenuti della credenza sembrano essere indifferenti. Come si dovrebbe altrimenti comprendere che si lodi la devozione che spinge i buddisti del Tibet a prostrarsi centomila volte (se ne tiene il conto) davanti alle loro immagini di culto, o a girare sulle ginocchia intorno ad un monte sacro? O quando gli aborigeni brasiliani danzano per ore intorno al fuoco, per placare i loro antenati? Il turista considera tutto ciò positivo e degno di conservazione, anche se personalmente – osservando a mente fredda – lui non lo farebbe mai. Perché è sufficiente la forma della fede, perché i contenuti non hanno alcuna importanza? I tibetani che girano intorno al monte sacro non sono piuttosto persone da compatire, invischiati nelle reti di quella religione in cui il caso li ha fatti nascere? Dalla condizione di credenti, che sono gravati dall’ipoteca d’una tale religione, come potrebbero mai uscire persone rette e sincere? E si può approvare un orientamento sbagliato nella vita, nella misura in cui si presenta bene quale folklore religioso? O perché i credenti vi si sentono a loro agio? Il fatto che i credenti – con un tasso di probabilità confinante con la certezza – siano vittime d’una superstizione, risulta ancora una volta dalla molteplicità delle religioni che si escludono vicendevolmente. Le persone che credono sono condannate a vivere nell’errore. Di conseguenza, la fede non è un valore aggiunto, bensì una mancanza di valore, in quanto è responsabile di orientamenti erronei, sia individuali sia collettivi: il vivere nell’illusione scelta in proprio, oppure ricevuta in eredità, il persistere nella visione d’un mondo religiosamente distorto, quel caparbio andare fino in fondo, percorrendo un sentiero sbagliato. La fede sarebbe una virtù? La capacità critica nei confronti della fede non sarebbe un valore molto più Alla ricerca dei valori cristiani 407 Gesù, un modello discutibile sensato della credenza? Libertà di religione è un valore altrettanto rispettabile quanto la libertà dalla religione. Ma perché si continua ad accettare la fede individuale come qualcosa di simile ad un recinto sacro, come sfera tabuizzata, dove interrogativi critici non sono desiderati? Anche riguardo a differenti opinioni politiche la discussione è consentita e desiderata … perché non dovrebbero esserlo anche domande e messe in discussione critiche sulle concezioni religiose? Perché, quando si parla di religione, è consentito ciò che invece, nel dibattito politico, si giudica sconveniente, cioè il rifiuto a discutere, il rinchiudersi nel guscio dell’interiorità? Solo entro certi limiti, dunque, anche le tre virtù cardinali dei cristiani hanno fatto riconoscere di essere veramente costitutive per la nostra società. Si trovano in esse troppi fatiscenti relitti riportati a riva, tanto marciume che non basta a farne una nave solida e stabile. Nemmeno la carta delle virtù cristiane risolve la partita. Ci rimane però ancora una carta: il modello di Gesù. Ed è su questa che dovremo puntare con la necessaria brevità, considerato che, nei capitoli precedenti, ci siamo già occupati minuziosamente di lui e del suo insegnamento. Gesù, un modello discutibile Perché dilungarsi per vie traverse? Perché attenersi a comandamenti superati, a scritti biblici pieni di contraddizioni e a virtù cristiane inadeguate, allo scopo di dimostrare i fondamentali valori cristiani? Ciò che il cristianesimo è, e come un cristiano debba agire, i cristiani cercano di renderlo vivo ed icastico mediante un ricorso immediato a Gesù e al suo annuncio. Gesù, insomma, nel ruolo di archetipo? Questa soluzione ha il vantaggio di non essere costretti a barcamenarsi con l’immagine veterotestamentaria di Dio, che non offriva ancora un Dio dell’amore, bensì un Dio della guerra e della violenza. Gesù ha invece creduto, sicuramente non da solo, bensì appoggian- 408 dosi a concezioni già diffuse in Palestina, in un Dio più gentile ed amico degli uomini. Questo Dio non è tanto il terribile vendicatore, quanto piuttosto il padre amorevole che si dedica con affetto alla proprie creature. Dopotutto, Gesù ha riplasmato in senso umanitario il legalismo religioso dell’ambiente farisaico. Il sabato è stato fatto per l’uomo, e non l’uomo per il sabato! (Mc 2,28), che per la verità è controverso, sempre che l’avesse detto proprio lui. In ogni caso, le sue azioni concrete hanno caratteri umanizzanti e umanitari, tanto che, quando di tratta di dare un aiuto concreto in un caso singolo, egli non prende la Legge troppo alla lettera. E’ questo che rende simpatico Gesù, come pure il suo interessamento per le persone emarginate e reiette della società di allora, la sua familiarità con peccatori e pubblicani. Allo stesso modo, egli intrattenne un rapporto disinvolto con le donne, che nell’Ebraismo contemporaneo erano considerate creature incorreggibili. E le donne gli restarono fedeli fino alla sua morte, quando i suoi discepoli erano ormai fuggiti da Gerusalemme. Gesù criticò la ricchezza, promettendo il Regno dei cieli ai poveri (e non solo ai poveri in spirito). I suoi appelli all’amore e al perdono sono senza tempo, le sue parabole del figliol prodigo e del samaritano compassionevole, oltre a certe parti del Sermone della montagna, sono tra le cose migliori tramandate nel Nuovo Testamento. La Chiesa non seguì Gesù in molte cose, per diventare ricca e potente, rappresentando essa stessa, invece d’un annuncio orientato a vantaggio dell’umanità, una dogmatica che non guardava in faccia nessuno, disposta a passare sui cadaveri, perseguitando peccatori e pubblicani sul filo della spada, laddove Gesù predicava ancora pace e serenità. Una Chiesa, che presto fu sconcertata non solo dalla frequentazione di Gesù con le donne, ma che ridusse le donne – considerate come tramiti della tentazione – a persone di classe inferiore, quando non ad esseri più abbietti. Una Chiesa che tramuterà l’amore, che Gesù aveva indubbiamente provato per il suo popolo ebraico, in odio verso gli Ebrei. Alla ricerca dei valori cristiani 409 Si può bene aver comprensione del fatto che questo Gesù affascini, oggi come in passato, credenti e miscredenti. Eppure, che questi aspetti positivi implichino una certa atmosfera romantica, è una realtà pro cacciata già dagli evangelisti stessi. I quali lo idealizzano, levigando contraddizioni e mitigando sconvenienze, facendo di lui il puro agnello innocente, che si offre in olocausto, caricandosi i peccati del mondo. Spe cial mente i suoi discorsi e le sue comparse nel Vangelo di Giovanni (parti co larmente pregevole per i credenti), sono quasi tutti prodotti d’una lirica di pensiero, e rappresentano un Gesù dai tratti somiglianti a quelli voluti dai suoi primi seguaci. E anche negli altri Vangeli dev’esse re faticosamente riportato alla luce ciò che Gesù veramente volle e disse. Ma chi vuole osservarlo più da vicino, deve leggersi il vangelo di Marco, il vangelo poco amato dalla Chiesa, che presenta ancora un Gesù scontroso, che solo a fatica si lascia imbrigliare a supporto degli annunci ecclesiastici. Le testimonianze più antiche mostrano Gesù come predicatore itinerante ed esorcista. In quanto apocalittico, egli annuncia l’egemonia di Dio, la fine del mondo, come si conosceva allora. Era un predicatore della fine dei tempi, e si prefiggeva di scuotere i suoi connazionali. Per i pagani, Gesù non aveva palesemente nessun messaggio; e tanto meno ne avrebbe per noi moderni. In quanto ebreo credente, egli si vide inviato solo per gli Ebrei. La sua predicazione sull’egemonia di Dio sarebbe stata comunque incomprensibile per i pagani. Del suo mondo immaginario facevano parte anche la fede nell’Inferno, nel Diavolo e nella Legge. Sono tutti elementi che costituiscono la parte oscura della sua predicazione, che oggi dai cristiani viene perlopiù lasciata nella penombra. Dunque, chi vuol vedere Gesù come modello di eticità, non ha un compito agevole, e comunque non quando si sforzi seriamente di liberare il Gesù reale dai dipinti sovrapposti dai posteri. Allora, infatti, si ottiene un’immagine assai ambivalente in cui, accanto alla luce, si riscontra anche molta oscurità. I cristiani non possono non chiedersi: vale la pena di seguire un uomo, il cui messaggio non guardava Gesù, un modello discutibile 410 affatto ai cristiani di oggi? Uno che, in quanto estatico religioso, fallì nel cuore stesso del suo annuncio, e che non riuscì – malgrado molti segnali positivi – a liberarsi da determinate forme di fede (o superstizione) popolare? Le sue esternazioni in favore della pace e dell’amore del prossimo bastano a compensare il particolarismo religioso, che egli ha pure rappresentato? Lo sguardo sul Gesù della storia è disincantato, e solo parzialmente edificante. La ricerca storica è per di più difficoltosa e, a ben guardare, impraticabile da parte di credenti “normali”. Ma è semplice, per contro, rappresentare la persona di Gesù nella maniera in cui gli evangelisti ce la presentano. E’ quello che fanno alla grande oggi, come in passato, le Chiese e quasi tutte le organizzazioni ecclesiali. Si crede in un Gesù che, in questa forma, non è mai esistito, ma che si è ricevuto nelle fattezze tramandate, e che in fondo non si vorrebbe avere con sembianze diverse. E se in passato fu in effetti una scelta di fede, in quanto non si poteva ancora porre in questi termini il problema storico, ecco che oggi molti cristiani credono in malafede, oppure persistono nel non voler ammettere i risultati della scienza. Sennonché un Dio costruito in conformità con la propria immagine è – anche secondo la sensibilità cristiana – un idolo; e un Cristo costruito da sé e per sé equivarrebbe quindi all’adorazione del vitello d’oro. Naturalmente, si può orientare la propria vita privata in conformità con la vita di Gesù, e sono molte le persone che lo fanno. A noi, tuttavia, qui stava a cuore non tanto la questione della vita privata, quanto invece il problema se i princìpi che ispirano la nostra società si possano dedurre in qualche modo dalla vita di Gesù. Dopo quanto si è detto, non si potrà che negarlo recisamente. In quanto figura religiosa, Gesù non può essere mai il fondamento d’uno Stato secolare e pluralistico. La religione, in realtà, ha quasi sempre anche una tendenza ad escludere. E questa propensione, con un Protestantesimo ammorbidito e risciacquato, non sarà sicuramente il caso; al contrario, col Cattolicesimo romano come massima denominazione cri- Alla ricerca dei valori cristiani 411 Da dove nascono realmente i nostri valori? stiana, questo congenito vizio religioso rientra nelle buone maniere, almeno nella gerarchia cattolica, certo non tanto quanto coi credenti stessi. Nel suo pontificato, papa Ratzinger ha già offeso duramente protestanti, islamici ed ebrei; ed è lecito attendere con ansia a chi toccherà la prossima volta. Ma si può chiedere, naturalmente, se almeno i contenuti della predicazione di Gesù si ritrovino – come prede di guerra, per così dire – nella collettività politiche. Riesce difficile, tuttavia, descrivere come categorie dell’operare politico concetti del tipo misericordia, amore del prossimo, o addirittura amore per i nemici. Concetti che trovano una loro ideale collocazione più che altro nei rapporti interpersonali. Nei divieti concreti di Gesù, come il divieto di giurare, il divieto del divorzio e quello della rappresaglia, le società moderne percorrono tutt’altre vie. Il legame di Gesù col Dio ebraico e la sua venerazione, e la derivazione di massime d’azione dalla tradizione giudaica, non hanno praticamente alcuna importanza. Quanto ai problemi dell’ordinamento statale, non esistono esternazioni univoche di Gesù. Se il Date a Cesare quel che è di Cesare risalga realmente a Gesù, o fosse solo affibbiato a Gesù da parte della comunità, al fine di rimarcare il lealismo politico della stessa nei confronti dei Romani, è oggetto di controversia. Sarà quindi lecito concludere che anche il modello Gesù non può essere tirato in ballo ogniqualvolta Chiese e politici discorrono di valori cristiani e dei presunti fondamenti – esaltati come “radici cristiane” – della nostra società. Eppure li udiamo parlarne senza tregua. Come si spiega questa contraddizione? Da dove nascono realmente i nostri valori? Quando i politici, nei discorsi della domenica, parlano di valori cristiani, intendono in realtà i valori dell’Illuminismo, senza tuttavia esserne consapevoli. In effetti, la nostra società ha attinto molto più 412 dall’Illuminismo che dal Cristianesimo. Quando, più degli altri i Protestanti, affermano di continuo che l’Illuminismo avrebbe pur sempre avuto le sue radici nel cristianesimo, è pura e semplice vanteria da mercante di cavalli o, quantomeno, una maniera di pavoneggiarsi con penne altrui. Ad una ricognizione, si evidenzia addirittura quanto poco il pensiero specificatamente cristiano abbia improntato realmente il nostro ordinamento sociale e giuridico, anzi, ancor più, come il Cristianesimo sia, in senso vero e proprio, in netto contrasto col nostro ordinamento sociale. Il pensiero della tolleranza, ad esempio, è nella sua essenza alieno dal Cristianesimo, essendo invece costitutivo della collettività moderna. La tolleranza non è un valore cristiano; agli illuministi non fu possibile riallacciarsi in qualche modo a modelli o concetti cristiani. Eppure si è propensi, soprattutto nel mondo protestante, ad intendere il Cristianesimo odierno come religione piuttosto tollerante. Ciò dipende dal fatto che il cristianesimo occidentale ha attraversato anch’esso la cultura illuministica, adottando e adattando a sé il valore della tolleranza. Anch’esso, oramai, ritiene erroneamente che la tolleranza abbia fatto sempre parte della propria essenza. Ma basta uno sguardo attento sul panorama della storia ad evidenziare univocamente che non la tolleranza, bensì l’intolleranza ha determinato le epoche di gran lunga più lunghe nella storia della Chiesa. Già il Dio dell’Antico Testamento era un Dio geloso, che imponeva la persecuzione di popoli e culti stranieri. E dopo che il Cristianesimo stesso cessò di essere perseguitato nell’Impero Romano, cominciò subito a perseguitare a sua volta dissidenti, deviazionisti e vecchi credenti nel politeismo. Il distacco dall’ortodossia divenne un delitto di Stato, contro cui procedettero solidalmente il potere ecclesiastico e quello politico. Il che diviene ovvio quando si parte dall’autoconsapevolezza d’una religione che si sentiva l’unica vera, rivelata da Dio in persona, là dove un rifiuto rappresentava un oltraggio contro Dio stesso. Perciò l’intolleranza non fu un fallimento di individui o della Chiesa nel suo insieme; essa derivava in maniera consequenziale dal Alla ricerca dei valori cristiani 413 sistema d’una religione che si sentiva esclusiva. L’Illuminismo ebbe pertanto i suoi avversari proprio negli ambienti clericali (come d’altronde anche molti sostenitori). La tolleranza fu semplicemente percepita e marchiata come tradimento verso l’unico Dio. Soprattutto il Cattolicesimo, quindi, ha combattuto l’Illuminismo e i suoi aspetti concomitanti fino a tutto il secolo ventesimo. Nel Syllabus Errorum, pubblicato nel 1864, Pio IX condannò gli errori della modernità, facendo approvare per se medesimo, durante il Primo Concilio vaticano, il dogma dell’infallibilità papale. Pio X, al quale si appellano ancora oggi i tradizionalisti cattolici, introdusse nel 1910 il giuramento antimodernista (vincolante per i chierici fino agli anni Sessanta), allo scopo di tenere ideologicamente in linea dignitari e funzionari. Fu senza grande convinzione che il Cattolicesimo azzardò un primo passo avanti nella modernità con il Concilio Vaticano Secondo (1962–65); da allora, soprattutto sotto i papi Wojtyla e Ratzinger, si ravvisano più passi indietro che in avanti. E’ uno scandalo, in effetti, che abbia ancora un’influenza così grande nella società una religione che, nella sua dottrina, resta in netta contraddizione con elementari princìpi della nostra società. Nemmeno il principio di uguaglianza è un’eredità del cristianesimo. Al contrario. Si presume, invero, che tutti gli uomini sarebbero uguali dinanzi a Dio; sennonché questo assioma dottrinale ha solo offuscato il fatto che, nella storia della Chiesa, proprio il Cristianesimo ha predicato la disuguaglianza degli uomini come decreto divino. Non si trattava di realizzare uguali diritti, bensì di giustificare de facto la realtà esistente. Ogni individuo doveva restare nella condizione in cui il decreto divino lo aveva assegnato, schiavo o padrone che fosse. Protestare, ribellarsi a codesto ordinamento voleva dire insorgere contro Dio. Per opera della Chiesa, forte dei princìpi stabiliti da Paolo, venne così soffocato attraverso i secoli ogni anelito all’emancipazione. Quando in seguito, per effetto dell’Illuminismo e poi dell’industrializzazione, si manifestarono forze sociali che puntavano ad una effet- Da dove nascono realmente i nostri valori? 414 tiva uguaglianza giuridica dei cittadini, queste furono combattute e accusate di eresia dalla Chiesa. Le Chiese si rivelarono veri e propri ceppi frenanti d’una evoluzione i cui risultati sono parte, oggi, del patrimonio fondante d’ogni ordinamento liberale. Del quale è parte rilevante l’equiparazione dei diritti della donna; questi creano ancora non poche difficoltà a molte Chiese, le quali si richiamano ad arcaiche tradizioni pseudodivine. Alla stessa stregua, la libertà d’opinione è un pilastro della società moderna e, al pari di altri, non è certamente tra i frutti prodotti dalla Chiesa. Tuttavia, il fatto che la maggior parte dei credenti abbia oggi interiorizzato questo valore, deriva nuovamente da un cristianesimo purificato dall’Illuminismo. A ben guardare, la loro fede dovette combattere altre opinioni, come per lungo tempo accadde anche nella storia della Chiesa. Libertà di opinione e di coscienza furono ottenute lottando non solo contro le egemonie politiche, ma anche contro la tenace resistenza delle Chiese. Libertà d’opinione significava nel contempo libertà di religione. Tutto quanto s’è detto fin qui determina anche un rapporto conflittuale del Cristianesimo col concetto di libertà. Nemmeno la libertà può essere un valore cristiano, dal momento che essa implica la possibilità teorica di potersi decidere anche contro Dio e la Chiesa. Sennonché questa libertà borghese è un peccato teologico. Il concetto di libertà del cristianesimo è logoro e sottile, giacché in realtà non consente e non accetta una libera scelta dell’individuo. Guai a chi fa uso della libertà e non si decide per il Dio cristiano! Costui deve pagare con la vita, e cade vittima dell’eterna dannazione. La libertà autentica ha forme e sembianze ben diverse. I protestanti fanno volentieri riferimento a Lutero e alle sue battaglie contro il degenerato cattolicesimo romano. Contro quei mali il riformatore accentuò e difese la libertà della fede. Ma si trattò soltanto della sua visione della fede, quella per cui egli rivendicò libertà di coscienza. Contro altri aspetti del Protestantesimo incipiente, Lutero e i suoi successori combatterono accanitamente, limitandosi a sosti- Alla ricerca dei valori cristiani 415 tuire la vecchia dogmatica con un assolutismo di nuovo conio. Con la libertà, intesa in senso moderno, la sua opposizione alla Chiesa di Roma non ha proprio nulla in comune. Lutero non fu un pioniere dell’èra moderna; al contrario, rappresentò piuttosto un regresso nella storia del pensiero; la Riforma protestante, dopo le promettenti avvisaglie liberali dell’Umanesimo e del Rinascimento, annunciò solamente una nuova ripresa dell’ortodossia e della Scolastica. La Carta Costituzionale rimarca in luogo prominente all’articolo 1: La dignità dell’uomo è intangibile. Rispettarla e proteggerla è impegno di qualsiasi potere dello Stato. Il popolo tedesco si riconosce pertanto per i diritti umani invulnerabili e inalienabili come fondamento di ogni comunità umana, della pace e della giustizia nel mondo. La dignità di Dio è esaltata e garantita da tutte le religioni. La dignità umana, per contro, esse non la conoscono. La sua definizione, in sostanza, è una conquista dell’età dei Lumi in Europa. Anche al cristianesimo il concetto di dignità è estraneo, non solo di nome, ma anche nel contenuto. Occasionalmente, l’immagine dell’uomo a somiglianza con Dio (Gen 1,27) viene tirata per i capelli, al fine di codificare nella Bibbia, in qualche maniera, la dignità dell’uomo. Però gli scritti biblici non erano ancora così avanzati da intuire questo tema, assai lontano ancora dal loro campo ottico. Non si può fargliene carico; il problema sta piuttosto nella pretesa di addossare a quegli scritti un compito assurdo: di dover essere significativi ed eticamente preziosi anche per il nostro tempo. L’esatto contrario della realtà. Dovrebbe ormai risultare evidente quanto poco la nostra società sia costruita effettivamente su fondamenti cristiani. Libertà, uguaglianza, tolleranza, dignità umana, diritti umani, Stato di diritto: questi pilastri basilari d’una società moderna non si trovano affatto negli scritti biblici e nella tradizione cristiana. E non si sono trovati, Da dove nascono realmente i nostri valori? 416 di conseguenza, neppure durante un millennio e mezzo di storia ecclesiastica. Al contrario, negli scritti biblici s’incontrano di continuo passi che sono in netta antitesi coi valori liberali e moderni. Ci si può anzi rallegrare che la nostra società non sia basata su princìpi cristiani. Fu appunto il superamento d’una visione dell’uomo e della vita improntata in senso religioso a far trionfare quei valori sui quali la nostra società è basata nella realtà. A che serve ancora il Cristianesimo? Il Cristianesimo ha oltrepassato da molto tempo ormai la fase culminante della sua parabola. Come tutte le cose, esso è sottoposto al flusso naturale del divenire e dell’estinguersi. Se al posto suo subentreranno altre religioni, oppure se le società diventeranno globalmente areligiose, noi non lo sapremo mai. Ma è degno di nota, comunque, il fatto che nelle società maggiormente evolute la religione abbia un’incidenza sempre più esigua. E che il bisogno religioso vada calando mano a mano che aumenta nel mondo il livello di istruzione. La religione, per l’appunto, non è qualcosa che faccia parte necessariamente dell’essere uomo; non è una costante antropologica, anche se le Chiese amano coltivare questa suggestiva concezione. Nella Germania orientale, dopo la caduta del muro di Berlino, non c’è stato nessun ritorno di massa alla religione cristiana. Nelle regioni dell’Est europeo, solo il 26 percento della popolazione appartiene ancora ad una confessione cristiana (EKD-statistica del 2006). Negli anni dell’ex DDR, di molte cose si sentiva la mancanza; tra queste, tuttavia, non c’era palesemente la religione. A riempire il vuoto lasciato dalle Chiese, dopo il crollo dell’URSS, sono subentrate, sia pure in scarse proporzioni, altre organizzazioni ideologiche o movimenti esoterici. E’ evidente che la maggioranza della popolazione ce la fa senz’altro, senza bisogno di stampelle per muoversi. E, nonostante la crescente irreligiosità, non è sorto nessun caos etico, e nep- Alla ricerca dei valori cristiani 417 A che serve ancora il Cristianesimo? pure si è registrato un vuoto di eticità. Nella realtà, che le strutture clericali siano necessarie per la trasmissione dei valori, è soprattutto un pio desiderio delle Chiese stesse. In Germania, attualmente, appartengono ad una confessione ecclesiastica solo il 63 percento degli abitanti. La quota di quanti partecipano attivamente alla vita chiesastica è estremamente esigua. Ogni domenica, quasi tutti i parroci predicano dinanzi a banchi vuoti. Entro 10–20 anni, la massa dei non religiosi costituirà più della metà della popolazione. Quali durevoli sostegni delle Chiese si palesano, in Occidente, non tanto convinzioni personali di fede ed autentica religiosità, quanto piuttosto un sistema di tasse ecclesiastiche, sostenuto dallo Stato, ed una certa mentalità tradizionale. Ossia il sentimento diffuso che l’educazione cristiana sarebbe in qualche modo significativa per la formazione della personalità, o come fondamento della società, ed in più la sensazione che l’istruzione religiosa “non possa far male” se bambini e ragazzi vengono in contatto con essa, ancorché i rispettivi genitori non siano più religiosi. Eppure gli ultimi capitoli di questo libro hanno mostrato che anche l’apporto etico del cristianesimo è oggi piuttosto marginale, e sopravvalutato sia da cristiani sia da non cristiani. Non c’è bisogno del cristianesimo per vivere in maniera responsabile. Che i fondamenti del cristianesimo siano inconsistenti, e che non esista alcun vero rapporto tra l’apocalittico Gesù e la Chiesa venuta dopo di lui, è stato messo in chiara evidenza, al pari delle astrusità e fantasticherie d’una dogmatica primitiva, medioevale e addirittura contemporanea, che si richiama falsamente a quel Gesù. Sono trame eteree, arabeschi d’aria: tutte cose che non funzionano. Troppo palesi sono le insufficienze storiche, troppo governato dal desiderio l’edificio dogmatico della Chiesa, troppo impotenti i tentativi moderni di salvare il salvabile. Un edificio di questo genere deve crollare, alla stessa stregua di tutte le concezioni globali, sia ideologiche sia religiose, esistite fino ad oggi. E per il singolo credente non si tratta più di fede o miscredenza (ovvero di due possibili varianti d’una scelta personale), bensì sol- 418 tanto di avere la forza di trarre anche conseguenze personali da una concezione del mondo diventata palesemente insostenibile; oppure, in alternativa, di volere continuare a credere, con religiosa ostinazione, come ha fatto fino ad oggi. Avrà mai il coraggio di optare per una sobria realtà, rinunciando ad un finzione fin troppo bella? Alla ricerca dei valori cristiani

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Zusammenfassung

La Bibbia è il libro di gran lunga più sopravvalutato della letteratura mondiale, e Gesù di Nazaret il personaggio più sopravvalutato della storia del mondo. Con queste tesi l’autore, egli stesso dottore di ricerca in teologia, indaga la religione mondiale del cristianesimo predominante in Europa. In forma ben leggibile, e non senza ironia, ci si chiede se la Bibbia sia effettivamente un libro buono ed eticamente prezioso – come le Chiese continuano a sostenere –, oppure se nell’Antico Testamento non domini piuttosto un collerico Dio della guerra, e se il Nuovo Testamento non annunci per la fine dei tempi l’annientamento di tutti i miscredenti. “Chi crede ed è battezzato, sarà salvato, ma chi non crederà sarà condannato.” (Mc 16,16)

Le Chiese si richiamano con buon diritto a quel Gesù di Nazaret che esse annunciano come figlio di Dio? Da lungo tempo, oramai, la ricerca scientifica ha accertato che il Gesù storico era persona del tutto diversa e che non aveva quasi nulla in comune col Gesù predicato dalle Chiese. Nella storia del mondo, insomma, il Cristianesimo viaggia senza un biglietto valido.

Questo libro si rivolge tanto a quei credenti e seguaci delle Chiese, che tuttavia non temono di conoscere e affrontare anche realtà sgradevoli, quanto a persone lontane dalla Chiesa, le quali da sempre sospettano che nel cristianesimo c‘è qualcosa che non quadra.