I Realtà e finzione. Il mondo di Nino Indaimo in:

Arthur Engelbert

Realtà e finzione - Realität und Fiktion, page 47 - 69

Il mondo di Nino Indaimo - Die Welt des Nino Indaimo

1. Edition 2017, ISBN print: 978-3-8288-3855-0, ISBN online: 978-3-8288-6585-3, https://doi.org/10.5771/9783828865853-47

Tectum, Baden-Baden
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47 IL MONDO DI NINO INDAIMO La Notizia Aprendo il giornale, lo sguardo talvolta cade su qualcosa di particolare, un dettaglio interessante, una notizia non particolarmente significativa. Proprio ieri ho letto un articolo di questo genere: a Dortmund c’é la settimana italiana. Un programma culturale di spettacoli folkloristici presso l’antico Mercato e a Westfalenpark. Inizialmente non l’avevo notato, perché il mio sguardo era costantemente rapito dalle giovani ragazze Siciliane, ma nel Maggio del 1981, qualcosa mi distolse da questa consuetudine. E questo qualcosa ha un nome. Si chiama Nino, un ragazzo di 28 anni, nel pieno della vita. La sua energia è contagiosa e coinvolgeva tutti i presenti, me compreso. Annunciava i suoi spettacoli rapidamente e tra una risata e l’altra, per poi incalzare in un ritmo di canti e balli esaltanti e d’incantevole bellezza; tutto questo in un’epoca in cui ci si aspettava musiche e coreografie assai differenti. C’era qualcosa di antico in tutto questo, ma nello stesso tempo di attuale e gioioso. Nino batteva il ritmo. Avrebbe potuto colpirmi un meteorite in quell’istante, che io non me ne sarei accorto. In realtá 48 stavo cercando Maria, la ragazza che faceva da traduttrice per il gruppo siciliano. I sintomi di questa febbre siciliana non furono percepiti immediatamente, ma cambiarono a poco a poco il mio stile di vita e capovolsero radicalmente alcuni miei principi. Giá all’ inizio degli anni ottanta, tutte le notizie che apparivano sui giornali erano indicatori della vorticosa sequenza di avvenimenti che avrebbero radicalmente cambiato il mondo. Il 1981 fu un grande anno per il movimento pacifista europeo. Ma un anno piú tardi, Helmut Kohl fu eletto Cancelliere in Germania e rimase al potere per sedici interminabili anni. Presi la mia sacca di libri e mi diressi verso Nino, mi feci avanti e gli presi la mano. Lì cominciò il mio viaggio verso le “Cose in sé”, come le chiamava Nino. La vitalitá di Nino ha fatto storia. Una storia che ho scritto e vissuto. Tutto il gruppo era venuto attorno a noi e rimanemmo lì finchè le ultime braci non si spensero. Spaghetti aglio, olio, peperoncino. Una grande festa di cui si parla ancora adesso. “Ĺ individuo” é cio che conta. E anche la “comunità” affermava Nino. 49 Scoprire “il comune” nella comunitá non é semplice. E per questo l´individuo deve cominciare la sua ricerca. Acettammo l’invito di Nino ad andare in Sicilia. Al nostro ritorno dal Peloponneso, facemmo una scappatina a Roma e li, io e le mie due amiche, decidemmo di proseguire per la Sicilia. Ci volle un lungo giro prima di trovare l’uscita del casello di Capo d’Orlando per rincontrare Nino. Ciò che accadde poi negli anni, si rif lette nei numerosi viaggi intrapresi da Nino ed il suo gruppo. Non c’era un punto della terra sul quale lui non fosse stato e la lista dei luoghi che aveva visitato è incredibilmente lunga. Arrivavano inviti da tutto il mondo. Nino percorreva la superficie terrestre come ai suoi tempi faceva lo scopritore del romanticismo. La sua visione musicale non si faceva condizionare agli occhi degli altri pianeti. Era come se il suo villaggio fosse ospitato in un altro luogo. „L‘individuo vive nel gruppo, lì vi trova il suo trampolino di lancio, che lo porta dov’egli desidera” mi disse una volta Nino. Non tutto e’ comprensibile a parole. Forse é proprio questo il “fenomeno Nino”. Lui partecipa a tutti gli eventi del villaggio. Scambia una parola con ogni persona. Lo conoscono tutti. Le comunita’ sanno molto su se stesse. Hanno un nucleo condiviso che diventa simbolicamente forte all’interno della 50 comunitá stessa. Anche questo é un aspetto che colpisce, ovvero la capacitá di comunicare in profondità. Quando Nino fa il giro del villaggio, si ferma a parlare con chiunque. Bisogna sapere ció che si vuole. Ma come? Come individuo e come guida. „Bisogna saper ascoltare le canzoni, guardare come la gente procede e danza, non vedere il vecchio e il nuovo come un contrasto” mi diceva Nino, mentre io lo guardavo scettico. Credere nelle belle canzoni tradizionali è per noi occidentali insolito ed antiquato ma allo stesso tempo scontato e naturale. Se si conoscono le proprie canzoni, si puó anche accendere la radio e ascoltare musica diversa durante i viaggi, ovunque. Afferrare il gusto del tempo. „Comprendere le proprie origini non é semplice”, spiegó una volta Nino. „Prova a leggerlo nei tuoi libri e mi capirai”, aggiunse. Bisogna saper mostrare agli altri ció che forse a loro non arriva solo attraverso l’orecchio, e non comprendono. In fondo, quando i nostri antenati scrissero canzoni e poesie non lo fecero tanto meglio di noi, però si impegnarono molto. Si è preso un granello di verita’ dalla loro esistenza non sempre semplice. E viene ripetuto come un ritornello. Pian piano scoprí che Nino aveva un metodo. Ma quale esattamente? 51 Non saprei dirlo con certezza, ma questo piccolo saggio, ne contiene la risposta. Il Metodo Nino discuteva ed esponeva uń idea. Il nostro metodo sta nel “gruppo”. A Ficarra, ognuno di noi conosceva la sua parte e si esercitava un paio di volte la settimana. Vivevamo sui Nebrodi, una catena montuosa unica nel suo genere, la cui forma è ripiegata come le onde del mare. Il nostro villaggio si trova su una di queste onde, da sempre qui. Il mare non è lontano. Possiamo persino vedere le isole Eolie dalla vetta. A volte il mare è calmo, a volte mosso. Le curve dei Nebrodi incarnano il mare agitato, diventato pietra. Ma ć é anche una parte tranquilla e dolce del mare. In estate il mare è piatto lungo tutta la costa, qualcosa di magnifico. Fa venire voglia di tuffarsi e goderselo. C’è qualcosa tra le montagne ed il mare che dona positività. Il mare brilla infondendo serenità, ma anche grande energia. Abbiamo questa forza antica in noi. La cultura è la memoria geologica della nostra Preistoria. Questo è ciò che intendevo con “metodo”. La struttura del metodo si basa sul linguaggio dei nostri corpi. Da una parte troviamo la composizione del gruppo, dove ognuno ha un suo preciso compito. I musicisti e le cop- 52 pie di ballo si conoscono pian piano. Non ci si esercita mai su tutto. É possibile ottenere una prestazione perfetta, tanto quanto una scarsa. Chiunque ne è al corrente e conosce i propri compiti. Bisogna tener conto che esercizi e performance sono due cose differenti. Poi, dall’altra parte, bisogna anche considerare chi ci accompagna ogni giorno: i Nebrodi, le montagne suonano e cantano con noi. E questo è il nostro segreto, perché comunichiamo con la nostra storia. Una volta compresi questi punti, si comprende anche questo famoso metodo che ho citato. La storia ci dà tutto e ci prende tutto. Prima che possiamo arrivare a capire, perdiamo la testa, diventiamo pazzi oppure cadiamo e non riusciamo più a proseguire, finché la nostra anima non ci risolleva e ci rimette in carreggiata. Il metodo non è quindi interamente nelle nostre mani. Dico questo come uomo moderno, come qualcuno che vive qui, nella nostra epoca.  Non è possibile scegliere l’epoca in cui vogliamo vivere. La Sicilia sorge dal mare e le sue coste sono facilmente raggiungibili da paesi circostanti, per immigrati, profughi, ospiti e conquistatori. Infatti, la cultura siciliana è ibrida da ormai due millenni e mezzo e pure quest’aspetto inf luenza il nostro metodo. Dentro la mia testa sento la voce di uno stoico e di un saggio romano, ma si sente anche la voce degli antichi greci, male- 53 dizioni medievali e benedizioni dei normanni e degli arabi, ma anche il tono conciliatore dei francesi. M’immagino tutto questo allo stesso tempo. O probabilmente sono semplicemente un italiano, che allena un gruppo folkloristico. E quindi? Lasciamoci il passato alle spalle. Noi parliamo sempre della storia solamente dalla prospettiva del nostro presente. Di più non ne sappiamo. Possono essere un miscuglio, un incrocio di molte culture che ci hanno lasciato molto del passato. Ma avere un’idea di come fosse allora, non è pensabile. Siamo troppo inquadrati. Il metodo di cui parlo s’incentra su questa teoria e si è sviluppato in questo modo, creando stratificazioni storiche. Voglio chiarire, sono soltanto ipotesi. Ne parlavo al gruppo durante i nostri esercizi. A volte trovo le parole esatte, a volte no. Pur raccontando sempre la stessa storia. Ai più giovani racconto che nelle nostre montagne abitano ancora il Dio Greco Apollo e nel mare il suo avversario Poseidone. Gli antichi eroi sono ancora in vita, solo che nella nostra epoca vengono incarnati nelle star di Hollywood. Siccome io non ho alcun potere cinefilo, mi ingegno, e lascio scorrere e divagare i miei pensieri, per descrivere le minacce ed i pericoli della nostra cultura. Il potere dell´immaginazione è provato dalla nostra energia. Questa è la malattia 54 siciliana, caro mio. Mi rivolgo sempre a Efesto, un altro Dio greco, che gettò zolle in mare, dalle quali nacquero le isole Eolie. Questo Dio greco è il nostro Patrono protettore. Egli non solo forgia le armi, ma è anche uno stratega. La nostra inquietudine è dovuta a lui. Si dice zoppichi. É strano e realistico, non così perfetto come tante cose tecnologiche che ci circondano. I giovincelli mi ascoltano, mi faccio trasportare dal momento e recito il Dio Dionisio. Parlo del rumore di canti e balli che portiamo sul palco ogni volta. Il mio ruolo nel gruppo è ben definito. Il ritmo dei passi e delle voci è un antico motore dentro di noi. Dobbiamo andare oltre a noi stessi. Impegnarci fino al massimo. Questo genere di frasi erano apprezzate, ma venivano dimenticate rapidamente. Poiché il linguaggio delle parole non è completo, ricorriamo ad altre forme di espressione. Negli spettacoli siamo molto più presenti di quel che pensiamo. Quasi sempre, ma non sempre, siamo convincenti. Quante canzoni abbiamo preparato e quante coreografie abbiamo avuto modo di conoscere. Da tutto ciò abbiamo creato un bel programma. Modifichiamo il programma, a seconda dello stato dei nostri studi, i luoghi e lo stato d‘animo del nostro pubblico. 55 Ci esercitiamo finché tutti i passi riescano e tutte le strofe vengano imparate a  memoria. Queste sono le nostre possibilità di crescita, a mio avviso. Non c‘è nulla di più da tirar fuori dal metodo. Ci entusiasmiamo da soli e ciò impressiona il pubblico. I nostri volti sono maschere e i nostri corpi sono stretti in un costume, di cui ci prendiamo molta cura. Il momento più delicato è quando parlo di maschere e costumi. Durante i nostri spettacoli facciamo vedere il nostro vero volto, nascosto dietro ogni maschera. Il nostro grande successo è dovuto al fatto che noi mostriamo il nostro volto nascosto dalla maschera, la stessa maschera che tutti quanti portano oggi giorno comunicando via display. Questo è assurdo, perché nonostante il costume siamo nudi. Infanti moderni, per il quale l éntusiasmo si cela nel movimento dei corpi e nel suono delle voci. Le nostre performance invertono questo rapporto, donano al tempo un volto ed un suono, creati dai nostri piedi e dalle nostre voci. Quando va tutto bene mi dico: sul palcoscenico esprimiamo emozioni, siamo all’altezza del tempo. Quello che ci manca, non è un altro metodo, perché questo è giusto, ci manca invece la tecnica ancora sconosciuta di svelare il presente. Dopo tutto, possediamo già alcuni trucchi che conosciamo bene. 56 Lo Scambio Culturale „Durante i nostri viaggi mettiamo sempre in pratica uń idea di fondo, che richiede sempre nuove forme: la Vitalità. Siamo vitali, soprattutto quando ci invitano in qualche posto. Non dobbiamo far altro che aspettare, finché non salta fuori qualcuno che desidera connettere la cultura Siciliana con quella Italiana.” Così spiegava Nino, che si cura dell órganizzazione. Nino mi prende in disparte e mi spiega il perché del successo del gruppo. „Non prendere la storia dei trucchetti alla lettera. Noi ci capiamo sulle cose che già conosciamo” aggiunge. Quando iniziai il lavoro da folklorista, il mio dubbio era: a chi devo rivolgermi? Circa il rapporto tra le nostre tradizioni e la cultura contemporanea, della nostra tradizione nidificata, ho già parlato. La Sicilia porta in se molte inf luenze. Per capire la Sicilia contemporanea e l áscesa della Mafia dopo la seconda Guerra mondiale, è necessario conoscere il passato. Ma è ormai da tempo che il passato in sé, non è ciò che veramente ć importa. Che cosa sta succedendo nel mondo? In cosa si sviluppa tutto questo? Non è forse nostro compito giocare con tutto questo? Mi sono posto queste domande ed ho scoperto che anche altre persone in Europa o in altre parti del mondo si sono chieste la stessa cosa. Ciò che ci 57 accomuna è lo stesso pianeta su cui viviamo, tanto carico che ha già raggiunto il limite. E quindi siamo in cerca di alternative. Il trucco è quello di progettare i nostri viaggi come se fossero scambi culturali. Lo scambio culturale non è una nuova idea; appartiene alla cultura ibrida della Sicilia da sempre. Ma ho visto che, soprattutto dopo la caduta della cortina di ferro, il mondo è cambiato. Anche prima di questa grande svolta storica abbiamo visitato altre culture. In seguito ho esteso ulteriormente quest’idea. I luoghi antichi del Mediterraneo sembrano essere solo un antefatto del nuovo Impero, quello che stiamo vivendo ora. La globalizzazione ha, per cosi dire, indicato la strada dei nostri viaggi. Dal 1989 siamo stati in molti paesi, abbiamo portato la nostra cultura e la nostra vitalità (Australia, Francia, Tunisia, Repubblica Ceca, Romania, Portogallo, Francia, Sud Africa, Inghilterra, Spagna, Bulgaria, Stati Uniti d‘America, Polonia, Uganda, Australia, Svizzera, Ungheria, Colombia, Isole Maldive, Giappone, Venezuela e più volte in Germania). Vorrei aprire una parentesi sull’Uganda. Perché questo paese mi ha reso consapevole della politica globale e della cultura mondiale. Noi eravamo lì, cinque anni dopo il genocidio del vicino Ruanda, e abbiamo conosciuto la natura e la cultura di questo paese. Per la prima volta abbiamo preso 58 iniziative interculturali, per esempio, abbiamo portato alcuni bambini dell’Uganda con noi in Sicilia. Non dimenticherò mai il teatro delle mani, con la luna piena, durante una di quelle straordinarie notti in Uganda. Era un gioco molto vecchio in cui ci si prendeva le mani. Il parco giochi del villaggio aveva assunto le dimensioni del cielo. Ci buttammo verso la luna. Dondolandoci avanti e indietro. La luna era nelle nostre mani, e non avevamo nessuna intenzione di restituirla. Tutto sembrava così intimo e familiare. Per un momento era solamente nostra. Vorremmo fare di più, ma non abbiamo elaborato nulla. Immaginate un gruppo di canto e ballo folkloristico in un villaggio africano. Abbiamo fatto quello che abbiamo sempre fatto e facendolo, abbiamo sprigionato entusiasmo, attraverso il potere creativo. Cioè, grazie all énergia della vita siamo stati in grado di tenere il passo anche in Uganda. Questo ci ha fatto rif lettere. E la domanda che ci siamo posti era come poter proseguire il nostro lavoro. Lo scambio culturale con gli africani e persone di altri mondi, ci ha riportato a noi stessi. Chi siamo, qual è il nostro compito, abbiamo capito quali sono le nostre opportunità? Le nostre magie, per ritornare sull’argomento, non sono fuochi d’artificio, che vengono sparati nel cielo alla sera e con la luce l’incanto svanisce. Almeno questa è la mia idea. Non mi piace l’idea che le forme culturali vengano ricicla- 59 te. La nostra azione nel gioco globale ha un nome: vitalità. Bisogna essere vitali nonostante tutte le limitazioni dell‘ambiente circostante, che devono essere prese in considerazione e nonostante tutti i problemi intorno a noi che ci assillano nella vita quotidiana. Siamo felici di introdurre la nostra energia vitale all’interno di altre culture. È come volere un cambiamento e allo stesso tempo una sconfitta, raggiungere meno rispetto a ciò che potremmo. Vorremmo utilizzare lo scambio culturale, contribuire con qualcosa, per poterci distinguere. Folklore non è una gita Safari, ma si nutre, per cosi dire, dell‘espressività. Questo è ciò che abbiamo praticato, questa è la storia dei Nebrodi. Ma la domanda è: quale forma troveremo per tutto ciò in futuro? Una voce interiore ci aiuta. Essa ci dirige, ma spetta a noi riconoscerla. Tra tutte le figure ce n‘è una che riassume anche tutte le altre, e sarebbe quella del burattinaio, negli anni un po’ dimenticata. La figura del burattinaio dev́ essere aggiornata. Una nozione approssimativa è sopita ancora in noi. O meglio, questa idea che abbiamo ci ossessiona, ma non ci sorprende più, inculca questa visione dentro di noi, strega la nostra coscienza, mentre noi restiamo indifesi, come fantasmi, che dopo la mezzanotte manifestano la loro presenza in un castello incantato. Quindi mi chiedo se effet- 60 tivamente progrediamo, nel momento in cui condividiamo questa metafora del burattinaio per far diventare le altre culture idonee ai nostri scopi. È per questo che, necessariamente, cerchiamo di espandere il metodo ideato a Ficarra, e per questo che gli scambi culturali ci aiutano molto. Sembra opportuno fare innanzitutto una ricerca sistematica di tutte le nostre esperienze passate. Dobbiamo cercare di ricordare. Solo allora potremo iniziare un discorso critico insieme ad altri, che hanno certamente punti di vista simili, invitandoli a sviluppare con noi nuove idee. Questo è il mio più grande desiderio dopo aver partecipato a numerosi viaggi e spettacoli. Si può anche dire chiaramente: il folklorista che è in noi si deve arricchire culturalmente, per elevarsi e migliorare. Il burattinaio o il futuro del Palcoscenico Una mattina di tre anni fa, lessi sul giornale a proposito di un festival di burattini in Sicilia. Chiamai subito Nino e chiesi se ne avesse sentito parlare. Non ci credo. Stavano organizzando un festival internazionale di marionette. Non importa che programmi abbiamo quest’estate, la figura del burattinaio è troppo interessante. „Dai vieni qui”. Accettai l‘invito e trascorsi due settimane nel mese di agosto a Ficarra. Avrei potuto incontrare uno di questi leggendari 61 burattinai, anche se in realtà non me lo sarei mai aspettato. Ma ero comunque felice di rivedere tutti. Nei primi giorni non si riusciva a trovare Nino, nessuno sembrava averlo visto. All‘improvviso me lo ritrovai di fronte. „L’ho trovato“, mi disse. Chi? Volevo saperlo. „Lo vedrai presto da te. Non è stato facile trovare un vero burattinaio, vivono in mezzo a noi, ma sono diventati schivi e ormai è difficile trovare qualcuno che pratichi la loro professione,” mi spiegò. Seguii Nino fino alla fine del paese, ci sedemmo. „Non possiamo aspettarci molto da un incontro con un burattinaio” disse Nino. Ma ci stava prendendo in giro. Così fu anche per i potenti che tiravano le fila nel passato che ora noi abbiamo perso di vista. Non pensava che un burattinaio potesse aiutar ci a promuovere la nostra idea di cultura. Ma per lui ogni mezzo era buono purché ci portasse a comprendere come si possono modificare le tradizioni. Era caldo, avevamo ancora tempo e già ci stavamo immaginando questo incontro. Guardavamo la collina di fronte a noi, all´imbrunire e ci sforzavamo di tenere gli occhi aperti. Il nostro mondo è appeso a fili finissimi. Eppure siamo proprio noi umani ad inquinare e distruggere l ámbiente. Do vremmo filare nuove tele, avvicinare i ragni di queste grandi reti alla danza e alla musica. Ci perdiamo nei pensieri e vediamo tutto offuscato, piuttosto di concentrarci e renderci conto della crescente instabilità dell’ambiente. 62 Con molta diffidenza, il burattinaio ci venne incontro. I suoi movimenti sono eleganti, si dice che alla sera anche lui balli, quando nessuno lo guarda. Ama le bambole e gli automi. Quando ha tempo, ripara le bambole meccaniche, cambia le loro vecchie vesti con i nuovi e ripara i fili. Ha imparato l‘arte dell’equilibrio. Non è per niente facile spostare verso il centro i burattini facendo eseguire i passi all’interno di un preciso modello. Il burattinaio disegna questi modelli: sequenze di passi, passi di danza, tutte le coreografie. Lo si può vedere camminare sicuro e deciso o disegnare concentrato in tranquillità. Dopo aver disegnato strappa sempre il foglio e lo riduce in pezzetti. Raccoglie tutto in una mano e li getta in aria. La carta piove a terra. Che cosa ne sarebbe, pensava, se gettassi in aria, non solo i miei bei disegni, ma anche le molte pagine del libro su cui sono custoditi tutti i miei pensieri e le mie idee? Che immagine genererebbe? Il Burattinaio aveva cominciato a parlare da solo. Si chiede che cosa lo abbia portato fuori dal concetto della sua professione. Si guarda attorno. C’è qualcuno che lo ascolta? Le voci attorno a lui continuano ad aumentare. Da quando non dona più la propria voce alle marionette, non sa più con chi parlare. Silenzio. È mezzogiorno. In questo momento, è difficile accorgersi quando va a visitare i suoi burattini. Apre la porta. 63 Prende un burattino e poi un altro ancora, li solleva e li appende liberi nell‘aria. Alcuni fili devono essere tirati, altrimenti gli arti delle marionette restano penzolanti, senza vita. E’ difficile per lui dire qualcosa. Non è forse già stato detto tutto? Ha già raccontato tutte le storie che si potevano raccontare. Non gli veniva in mente più nulla. La sua voce non usciva. Automi che parlano, gli piacerebbe che parlassero da soli. Non avrebbe avuto bisogno di far nulla, solo ascoltare. Ed è proprio questo che lui desidera, che le sue bambole aprano la bocca e lo intrattengano. Perché siete così silenziosi? Chiese lui, guardando i Cavalieri vacillanti sotto le sue mani. Noto che gli pungeva la punta delle dita. Spostò bruscamente le mani. I movimenti non venivano dal burattinaio. É forse qualche cavaliere, che si sta preparando per un duello? Il Burattinaio osservava preoccupato. Cosa sta succedendo? Ero certo di averlo disarmato. Da dove arriva tutta questa sfrontatezza? In mano non ha nulla, con cui avrebbe potuto colpire un‘altra marionetta. Ma quindi cosa succede? Ci vedo bene? Sta facendo un pu gno con la mano? Contro chi rivolge quel pugno? Il burattinaio si guarda attorno. Le altre bambole, senza il dono della forza data dalle mani del burattinaio, giacciono come morte al suolo. É forse proprio a lui che la marionetta rivolge quel pugno? 64 Perché’ quella marionetta lo sta minacciando? O vuole forse dirgli che stava minacciando se stesso, senza nemmeno rendersene conto? Perché non puoi parlare? Dove hai lascia to le parole? Il burattinaio alza la voce, un solo suono è udibile e comincia un gioco, che si riverbera continuamente nello spazio e nel tempo. „Basta. Ci sono solo io” pensa il burattinaio. Sto parlando a me stesso. Le mie stesse parole si lamentano di me stesso. E poi c’é questo pugno, che riassume le parole in un gesto. Cosa sto cercando di dirmi con tutto questo? Devo veramente comunicarmi qualcosa? Fino ad ora ho solamente intrapreso un monologo e ho mostrato il pugno agli ospiti ammutoliti . Le mie parole sono schiaffi che vogliono colpirmi. Eseguono gli ordini. La minaccia della violenza mi irrita. Sono un burattino e non un pugile. Non mi voglio battere con nessuno, men che meno con me stesso, anche se a volte sento questo forte desiderio. Forse mi manca semplicemente il pubblico? Il pugno della bambola potrebbe determinare una svolta drammatica sul palcoscenico. Improvvisamente un pensiero balena in testa. Forse la bambola non vuole essere posseduta e guidata dalle sue mani. „Dovrei lasciarle andare!”. Il segno del pugno non lascia alcun dubbio . Lasciatemi libera. „Ma in che modo? Se ti lasciassi andare, cadresti giù e finiresti per terra come 65 gli altri, senza vita.” Il burattinaio si accorse che aveva rivolto la parola alla bambola. Ne fu stupito. Se lei avesse potuto parlare, gli avrebbe certamente risposto. Forse parla una lingua che lui non conosce o non può sentire? Dal gesto del pugno si alza un lamento, che lui ora pian piano riesce a riconoscere. „Ti lascio andare“ disse il burattinaio, rasse gnato. Ogni gioco ha un inizio e una fine. E anche un finale. Probabilmente il burattinaio pensava che avrebbe potuto continuare a giocare con il suo burattino per sempre. Ora il cavaliere guardava dentro se stesso. Ora non gli pungeva piu’ il dito. Nessuno gli dava piu ordini. Corri qui, corri lì, fermati, alza il braccio destro. Quanto aveva odiato tutto ciò. Non ha bisogno di fili che lo sostengano. Tutti gli impulsi ora vengono da sè. Da solo può fare molto meglio, veramente. I movimenti a scatti appartengono ormai al passato. Ora sente come una certa elasticità muovendo e sorreggendo da solo il suo corpo di burattino. É fantastico. Si gira suonando il f lauto spavaldamente, proprio come si sentiva, spavaldo e orgoglioso, vedeva il suo corpo passare da una marionetta all áltra. Essere liberi significa cedere al controllo del proprio corpo. Ma quindi cos’é il corpo di un burattino? „Ho appena trovato la mia lingua, ne sarete stupiti” diceva ad alta voce a 66 se stesso. Per cosa dovremmo stupirci? Lo dirá lui davanti a tutti gli spettatori. Tese il pugno verso l’ alto, aprí la mano e guardó la luna splendente. La luce d‘argento della Sicilia. La luce dell‘anima del burattino. Al burattinaio vennero a mancare le forze e cadde a terra per la fatica. Gli ruzzoló fuori dalle tasche l’Alfabeto con il quale aveva sempre tormentato il burattino. Cadde a terra lettera per lettera. Mentre il burattinaio si addormentava, le altre bambole erano gia verso l úscita. Meritavano tutti un applauso. Il finale ed uń idea per il seguito Ci svegliamo dal sogno, ci strofiniamo gli occhi e applaudiamo. Nell’applauso scrosciante le marionette fecero un inchino. Siamo commossi. Poi torna la calma. Davanti si stende un paesaggio montano dei Nebrodi. Il burattinaio con i suoi pupazzi non si vede piú da nessuna parte. Era stato davvero lì? Appisolarci ci ha fatto visibilmente bene. Ora ci sentiamo più freschi. Nino mi chiede che cosa avessi sognato. Certamente ognuno ha fatto un sogno differente. L’universo dei sogni è molto personale. Giá solo con gli occhi chiusi, viviamo il mondo molto diversamente. Quando ci svegliamo tutto si rimette al suo posto, pendendo dai fili e noi vediamo questo come la nostra realtá. Per la prima volta Nino ha una parola per arricchire la 67 cultura. Cos’ é che ci minaccia? Da quale sogno veniamo svegliati? Che i burattini vengano messi da parte o che le macchine vengano spente, dipende solo da noi. Giriamo la levetta. Accendiamo e spegnamo l’interruttore. Siamo stanchi, ci addormentiamo, abbiamo riposato abbastanza, ci svegliamo. É cosi che funziona. Questo cambio determina molto il nostro ritmo. Ma questa tranquillitá sembra però che debba terminare, una volta per tutte. Abbiamo veramente solo sognato? Lo spettacolo delle marionette era solo una metafora con la quale avremmo dovuto finalmente svegliarci? Dovremmo forse prendere questo sogno sul serio? Dovremmo interpretarlo? Ma cosa mai vorrà dire? Il sogno ci ha reso consapevoli dell’imminente attivitá della vita notturna? Non possiamo impedire lo sfruttamento del sogno, cosi come l’accorciamento e la standardizzazione di quando si sogna. La luna che era nelle nostre mani ormai non ci protegge piú. Ci ha messo in guardia per l‘ultima volta, che i nostri letti sono macchine per sognare. Sono marionette, automi, veicoli del sogno. „Chiamatelo come piú vi piace” dice Nino. Guarda attentamente. Gli mancano solo i fili. Nel dormitorio del futuro nessuno sogna piú da solo. La Macchina dei sogni vagherá nei nostri corpi. Le marionette non hanno bisogno di dormire. La scissione tra giorno e notte appartiene ormai a un‘epoca passata. Una 68 nuova ed ingegnosa idea ha catturato il ciclo della vita. Il burattinaio ha portato avanti quest’idea e ne guadagnerá molto. L‘arricchimento della cultura ha comunque tenuto il passo. Folklore è decisamente superiore al burattinaio. Folklore è l‘arte della memoria. Il nostro pubblico può sognare mentre noi cantiamo e balliamo. Ed in futuro ci saranno ancora un paio di sorprese, aggiunse Nino.

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References

Zusammenfassung

Dieses Buch handelt von Begegnungen, die die gewohnte Lebensbahn verändern. Das kann auf der Straße, im Grunde genommen überall geschehen. Ein Passant geht eiligen Schrittes vorüber. Wo will er hin? Was hat er Dringliches zu tun? Und dann kippt von einem Moment zum nächsten die Situation. Bin ich das nicht selbst? Niemand würde Nino mit mir verwechseln. Wir sind zu verschieden. Sehen ganz anders aus. Er spricht italienisch. Ich deutsch. Wir kommen aus zwei unterschiedlichen Kulturen. Dennoch geschieht von Augenblick zu Augenblick etwas Ähnliches. Obwohl Nino Tänzer ist und ich ein Autor bin, arbeiten wir an den gleichen, unsere Kultur übergreifenden Ideen. Wir transportieren unsere Lieder und Geschichten von einem Land ins andere und entdecken dabei, wo unser Platz ist. Verstehen können wir uns selbst nur auf Umwegen. Wir brauchen den anderen, der uns den Spiegel vorhält.